Rifondazione per la sinistra

Un manifesto per la rifondazione

Perchè dico: sinistra senza aggettivi

Posted by carbonetti battistino su 26 ottobre 2008

 

 
   
Una risposta ad Alberto Burgio sul perché oggi è importante non dirsi comunisti.Se si va all’indietro si cade nel baratro
 
 
 

Marcello Cini

In un articolo pubblicato sul il manifesto , (17 settembre), argomentavo che i mutamenti intervenuti, con il passaggio al nuovo secolo, nel processo ormai globale di accumulazione del capitale, dovrebbero portare gli eredi delle due anime del movimento operaio ottocentesco a porre nel nostro paese le basi teoriche e pratiche di un nuovo soggetto politico della sinistra, superando la spaccatura che le ha contrapposte, talvolta anche con la violenza delle armi, nel secolo scorso. Entrambe infatti, sono entrate in una profonda crisi con il dilagare in tutto il globo dell’ideologia e della pratica neoliberista. Alberto Burgio (2 ottobre), che ringrazio per gli apprezzamenti che esprime nei confronti dei miei sforzi, mi risponde tuttavia riaffermando la necessità per la sinistra di rimanere, sia pure con tutte le aperture e gli aggiornamenti necessari, ancorata ai fondamenti della tradizione comunista.
Lo fa sulla base essenzialmente di tre punti. In primo luogo Burgio trova una contraddizione tra il mio obiettivo di ricomposizione della sinistra e la collocazione delle mie riflessioni nel quadro del marxismo. «Se si lavora (anche) con gli strumenti forniti da Marx – afferma – occorrerebbe dire perché e in che misura non si è (più) comunisti».
In secondo luogo il mio interlocutore mi chiede di spiegare «in base a quali ragioni si attribuisce efficacia antisistemica a proposte politiche (il mutualismo dei socialisti utopisti) difficilmente compatibili con l’analisi marxiana del processo di accumulazione». Infine dovrei «spiegare perché [io] consideri afflitto da manie identitarie (se non addirittura un relitto) chi si dichiari ancora comunista».
Cerco dunque di chiarire, per cominciare, la mia collocazione nell’ambito dell’impianto teorico della teoria marxiana dell’accumulazione capitalistica. Secondo me non esiste una sola “teoria marxiana” dell’accumulazione capitalistica da prendere o lasciare.

Non può dunque porsi una questione di fedeltà a un princìpio astratto valido una volta per tutte. Anzi dirò invece che ci sono già in partenza due Marx da confrontare fra loro. Si tratta dunque di valutarne l’adeguatezza e l’efficacia, ai giorni nostri.
Chiedo scusa se devo brevissimamente ricordare di che si tratta. Il Marx più noto è quello del Capitale , che fonda la sua teoria della produzione delle merci materiali sul concetto di valore di una merce, costituito dalla quantità di lavoro mediamente necessario a produrla, e individua l’origine del profitto nel lavoro in più (plusvalore) erogato dal lavoratore rispetto al lavoro necessario a produrre le merci da lui consumate per sopravvivere, del quale il detentore del capitale si appropria. Il concetto di valore è stato tuttavia contestato fin dall’inizio, anche da economisti di cultura marxista, sulla base del fatto che il valore di una merce non coincide con il suo prezzo di mercato, e non è dunque direttamente misurabile.Conosco bene la questione perché trent’anni fa ho contribuito a questo dibattito, assieme ad alcuni dei maggiori studiosi italiani della questione, con un saggio pubblicato su un volume edito da Einaudi intitolato Valori e prezzi nella teoria di Marx . La mia conclusione fu allora che «l’analisi in termini di valore condotta da Marx… rivela le caratteristiche fondamentali del meccanismo di accumulazione del capitale».
Non cambio oggi di una virgola la mia analisi, ma sottolineo vigorosamente che essa valeva per l’economia che Marx stava studiando ai suoi tempi, nella quale – come spiegava egli stesso – «i fenomeni della produzione non materiale sono così insignificanti, paragonati all’insieme della produzione capitalistica, che possono essere completamente trascurati». Oggi tuttavia è il caso di domandarsi: vale ancora in una economia alla quale gli stessi economisti hanno dato il nome di “economia della conoscenza?” Penso che si debba rispondere negativamente.
E’ proprio l’altro Marx, quello dei Grundrisse , che mi dà ragione. In questo testo, d’altronde ben noto, egli si lancia a prefigurare uno scenario futuro nel quale «la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato… ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione». Due erano le conseguenze che lo stesso Marx intravedeva come risultato di questo sostanziale mutamento.
La prima era che «non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura». Non è una affermazione da poco, perché parla di noi. Avvertendoci che oggi la sua stessa teoria del valore-lavoro non sarebbe più stata adeguata a spiegare il processo di produzione capitalistico e il meccanismo di ripartizione della ricchezza.
La seconda conseguenza intravista da Marx era che quando «il valore di scambio [cessa] di essere la misura del valore d’uso la produzione basata sul valore di scambio crolla». Non è andata così. Il problema è infatti che, come sappiamo, il capitale ha trovato la via d’uscita per evitare questa sgradita conclusione. E’ riuscito a trasformare in merci, appropriandosene, quei beni non materiali che “l’individuo sociale” crea e dei quali chiunque avrebbe potuto, secondo la previsione marxiana, fruire liberamente e gratuitamente.
Dalle visioni del Marx dei Grundrisse seguono però alcune importanti indicazioni. Innanzitutto che compito primario della sinistra dovrebbe essere quello di combattere il dogma secondo il quale, trattandosi comunque di merci da immettere e da acquistare sul mercato, non c’è differenza fra oggetti materiali da un lato e beni immateriali, non tangibili o relazionali dall’altro. Per la sinistra invece la differenza dovrebbe essere evidente per le ragioni che ho meglio argomentato nel mio articolo precedente. In particolare perché le merci immateriali non si “consumano”. Esse possono dunque assumere la forma economica di “beni comuni”.
Dovremmo dunque indagare a fondo, per esempio, le forme nuove che il capitale inventa per espropriare attraverso le reti l’intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini (v. Carlo Formenti, Cybersoviet ). Va dunque esplorato se e in che misura il crescente contributo della scienza e della tecnologia nella creazione della ricchezza possa ridurre il peso e l’efficacia del lavoro nel conflitto con il capitale in ragione della sua trasformazione qualitativa. Dopotutto dovremmo cercare di capire perché gli operai ci sono ancora ma la classe operaia non c’è più.
Scriveva su questo tema, poco prima di lasciarci dieci anni fa, osservazioni molto acute il mio carissimo amico, comunista, Michelangelo Notarianni: «Non di meno lavoro si tratta, quando si parla di una società che porti al massimo di espansione e di efficienza il carattere razionale, automatico e macchinistico della produzione. Non di meno lavoro, nel senso di una parte sempre più grande di umanità esentata dal rapporto di responsabilità nei confronti della natura o degli altri uomini.. [Ma] di meno lavoro salariato (o astratto o dipendente o alienato)». Se è così, forse potrebbero essere proprio quelle proposte politiche che derivano dal «mutualismo dei socialisti utopisti», che Burgio non ama perché «incompatibili con l’analisi marxiana» tradizionale, ad aiutarci a trovare la direzione giusta.
Mi resta poco spazio per spiegare meglio perché sarebbe limitativo e fuorviante dichiararmi “comunista”. Credo in primo luogo che la sinistra senza aggettivi dovrebbe attuare una drastica revisione del suo albero genealogico e della sua storia. Non solo perché il crollo dell’Urss e dei regimi che per decenni hanno rappresentato il “comunismo” e i suoi ideali nel mondo costituisce un fardello così pesante sulle sue spalle, da minare alla base le prospettive di successo di ogni nuovo soggetto politico che si richiami a quell’esperienza storica. Ma anche perché bisogna rendersi conto che un termine come “comunismo”, decontestualizzato dall’epoca in cui si è incarnato nelle azioni e nelle esperienze, nelle sofferenze e nelle passioni, di milioni e milioni di donne e uomini non significa in sé più nulla per chi non le ha vissute, o addirittura può evocare indifferentemente, a seconda delle interpretazioni soggettive individuali, sentimenti totalmente privi di riferimento con la realtà sociale di oggi.
Non basta. Occorre soprattutto non costringere una eventuale futura sinistra in un letto di Procuste che ne tagli via parti vitali ormai indispensabili per affrontare con speranza di successo le tempeste che aspettano i ragazzi di oggi. Penso soprattutto all’indispensabile contributo di altre culture alternative all’ideologia del capitale, estranee alla – se non addirittura combattute dalla – tradizione comunista. Con quale presunzione si pensa di poter cooptare Gandhi a fianco della “dittatura del proletariato”? E come faccio a dimenticare che cinquant’anni fa io stesso in prima fila, sostenevo che il comunismo avrebbe “sottomesso” la natura al potere dell’uomo? E ancora, anche senza sfiorare i temi del pensiero femminista rispetto ai quali sono del tutto impreparato, come non ricordare che le idee di Rosa Luxemburg sono state completamente emarginate nel movimento comunista mondiale dal leninismo imperante?
Attenzione: abbiamo un baratro davanti a noi. Se camminiamo con la testa rivolta all’indietro ci caschiamo dentro.

 

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10 Risposte to “Perchè dico: sinistra senza aggettivi”

  1. Reed said

    Perche’ dici “sinistra senza aggettivi”? Perche’ sei un socialdemocratico revisionista direi che questa e’ la risposta principale.
    La borghesia che opprime il proletariato europeo ha sempre criminalizzato i comunisti.
    Lo ha fatto non perche’ la borghesia abbia a cuore la democrazia parlamentare o il pluralismo dei partiti politici ma perche’ cio’ che i comunisti propongono: la ricetta socialista, e’ un modello che cancella la borghesia, che porta il proletariato ad essere classe dominante, che porta lo stato la dove prima c’era il padrone. Che porta il piano la dove prima c’era la giugla del mercato dei padroni.

    In questa “Unione Europea” viviamo sotto la borghesia. E’ stata la borghesia ad inventare la “Unione Europea” come macchina burocratica che insieme alla NATO opprime il proletariato con le sue ricette economiche, con le sue “bolkenstein” e con le sue leggi di “mobilita’ precarieta’ e lavoro interinale” oltre che con bassi salari, oltre che con i banchieri sfruttatori e tutto cio’che oggi la borghesia impone al proletariato europeo.

    L’esperienza politica di PRC e PdCI al governo con la borghesia di centro sinistra in opposizione (?) alla borghesia di centro destra e’ stata fallimentare.
    La borghesia non consente nessuna “riforma” che vada nell’interesse del proletariato.d
    Questo risulta EVIDENTE visto il fallimento di tutti e due i governi borghesi moderati di centro sinistra ai quali la sinistra (PRC PdCI) ha partecipato senza nulla ottenere per i lavoratori ed i ceti proletari.

    I novelli socialdemocratici (forse gia’ socialdemocratici anche prima?) che hanno avuto la pessima idea di portare il PRC e PdCI al governo con la borghesia vogliono oggi la “sinistra senza aggettivi” cioe’ socialdemocratica al fine di riconquistare qualche poltrona, riavere lo stipendio da parlamentari dello Stato democratico borghese e continuare ad andare ai party dei ricchi borghesi come Bertinotti e gentil signora amano fare.

    Non esistendo nessuna possibilita’ parlamentare di cambiare qualcosa ecco che i novelli socialdemocratici inventano la “sinistra senza aggettivi” anche se a dire il vero un aggettivo c’e’ gia’: socialdemocratici!

    Riconquistare qualche seggio in parlamento e’ per la cricca di Bertinotti and company fondamentale. Non per ottere qualche concessione dalla borghesia per i poveri proletari ma per continuare a fare la bella vita con i voti degli operai.

    La sinistra che si e’ vista in piazza l’11 ottobre era quanto mai divisa.
    La sola piattaforma politica possibile e seria per la sinistra e’ fare opposizione con i lavoratori e contro la borghesia ed i suoi governi.
    La sola sinistra che conosciamo e’ quella comunista.
    Con buona pace di “nonviolento” e di tutti i desiderosi “compagni” ansiosi di continuare a pagare lo stipendio da parlamentari a Bertinotti, Vendola and company.

  2. Reed said

    Il comunista si apre la strada assieme alla sua classe. Se il proletariato è debole, arretrato, il comunista si limita a un lavoro discreto, paziente, a lunga scadenza, poco appariscente, creando circoli, facendo propaganda, preparando quadri; e con l’appoggio dei primi quadri che ha formato, riesce a fare un’agitazione tra le masse, legalmente o clandestinamente, a seconda della situazione. Fa sempre una distinzione tra la propria classe e la classe avversa e ha una sola politica, quella che corrisponde alle forze della sua classe e le consolida. La rivoluzione socialista non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza con il quale il proletariato rovescia la borghesia dominante.

  3. nonviolento said

    Si aspettiamo che il mondo crolli, e poi fra qualche migliai di anni avremo di nuovo l’epooca fordista e di u nuova le grandi masse operaie. Un po’ di ironia per scherzare sulla follia.

  4. Reed said

    La potenza del capitale è tutto, la Borsa è tutto, mentre il parlamento, le elezioni, sono un gioco da marionette, di pupazzi.
    La malattia del cretinismo parlamentare è un’infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri. Governa chi ha il potere economico non chi elegge i deputati di questo o quel parlamento democratico, comitato d’affari della borghesia.

    Chi e’ piu’ illuso? Quello che vorrebbe organizzare il proletariato per la rivoluzione comunista o chi si illude che sia possibile nel parlamento dello stato democratico dei padroni varare qualche legge in favore del proletariato?

    Quante leggi in favore del proletariato hanno varato i governi Prodi 1 e 2, il governo D’Alema? Il Governo Amato?

  5. Reed said

    Il compagno nonviolento (socialdemocratico dunque) e quelli che la pensano come lui sono tutti buoni socialisti fanta progressisti ANSIOSI, DESIDEROSI, IMPAZIENTI volontari a pagare lo stipendio di Deputato o Senatore ai dirigenti socialdemocratico come Bertinotti, Vendola and company!

    Il tutto nella speranza assolutamente VANA che un giorno un bravo deputato progressista o socialdemocratico varera’ un complesso di leggi in parlamento che risolveranno come per magia i problemi del proletariato, i bassi salari, lo sfruttamento dei capitalisti sul proletariato e tutto cio’ che ne consegue.

    Rifondazione per la sinistra e’ la socialdemocrazia piu’ classica e becera che mai mente di revisionista incallito parlamentarista socialdemocratico abbia concepito.

    Il comitato d’affari di Bertinotti che mai nulla otterrebbe per il proletariato tornando il parlamento se non garantire il RICCO stipendio di parlamentare ai suoi dirigenti.

  6. Reed said

    I nostri bravi (ex) deputati “comunisti” e degli altri partiti ed i loro ricchi stipendi mentre noi poveri operai ci facciamo 8 ore al giorno per 5 ed anche piu’ giorni alla settimana per 900 euro al mese netti.

    L’indennità di un DEPUTATO della Repubblica Italiana è corrisposta per 12 mensilità. L’importo mensile – che, a seguito della delibera dell’Ufficio di Presidenza del 17 gennaio 2006, è stato ridotto del 10% – è pari a 5.486,58 euro, AL NETTO delle ritenute previdenziali (€ 784,14) e assistenziali (€ 526,66) della quota contributiva per l’assegno vitalizio (€ 1.006,51) e della ritenuta fiscale (€ 3.899,75).
    Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n.1261 del 1965.
    La diaria ammonta a 4.003,11 euro mensili. È considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell’arco della giornata.
    Ovvero su 100 votazioni basta che vota 30 volte e poi va a farsi un bel ricco pranzo nei piu’ costosi ristoranti di Roma. E questo vale per tutti i Deputati, di sinistra, di centro, di destra, tutti!!!
    A titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori, al deputato è attribuita una somma mensile di 4.190 euro, che viene erogata tramite il gruppo parlamentare di appartenenza.

    I deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

    Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, ed a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.

    I deputati, qualora si rechino all’estero per ragioni di studio o connesse all’attività parlamentare, possono richiedere un rimborso per le spese sostenute entro un limite massimo annuo di 3.100,00 euro.

    Un totale di oltre 15.000 euro al mese piu’ altri rimborsi per quasi 3000 euro piu’ altri soldi per eventuali partecipazioni a commissioni parlamentari e/o incarichi di governo e di sotto-governo.
    Dulsci in fundo ad ogni Deputato e’ sufficiente fare 2 legislature (10 anni) per ottenere il diritto alla pensione massima.

    E NOOOOOOOOOOOI A LAVORARE! DALLA MATTINA A SERA PER CAMPARE!

    (mi raccomando votate eh? se no poi Gennario Migliore come si puo’ permettere le sue belle ed eleganti cravatte?

  7. AURELIO MANCUSO: " Cortei dell'11 e del 25 ottobre non ci avete dato speranza ". said

    Da LIBERAZIONE di oggi mercoledi 29 ottobre 2008

    Cortei dell’11 e del 25 ottobre: non ci avete dato speranza

    Aurelio Mancuso

    Dopo le due grandi manifestazioni dell’11 e del 25 ottobre, l’intervento di alcuni eminenti intellettuali su queste ed altre colonne dei giornali di sinistra, Liberazione mi ha chiesto di trarre alcune riflessioni rispetto al periodo appena concluso e alla prospettiva. E’ indubbio che le due manifestazioni abbiano dato il senso che un’altra Italia esiste e che non è oggi adeguatamente rappresentata in Parlamento. Allo stesso tempo le due anime dell’ex centro sinistra, che hanno sfilato a Roma hanno due problemi distinti e allo stesso tempo collegati. Da una parte la discussione sulla via identitaria da seguire (Burgio, Cini) per il popolo che sta fuori del Pd, dall’altra l’evidente carenza di uno spirito identitario in cui ci si possa riconoscere. In mezzo e ai lati ampie fasce d’elettorato e d’astensionismo nell’attesa che fatalmente qualcosa accada. Le due manifestazioni hanno dato un contributo alla risoluzione di questo enigma? Per ora non mi sembra. Con il rispetto che si deve ad un dibattito interno ai partiti, non essendovi coinvolto, vorrei dire, che si estende al di fuori, un senso di profonda stanchezza rispetto al fatto se sia necessario dirsi comunisti o meno, oppure se il Pd ha un senso anche sganciato da qualsiasi famiglia politica occidentale.
    Sono stato comunista italiano, quando stare dentro il Pci da giovanissimo significava essere dalla parte degli operai, dei deboli, delle persone che avevano costruito uno strumento di grande passione solidale coesiva, pervasiva nei territori, nella cultura, nell’aggregazione sociale. Potevo e posso dire di esser stato comunista nel senso classico, logotipo del dibattito alto e assai impegnativo degli intellettuali che si stanno confrontando? No. No perché ho intrecciato la mia appartenenza ad un partito comunista con la fede, l’impegno solidaristico, con culture pacifiste e non violente lontanissime dal comunismo (ha ragione Cini, Gandhi dove lo collochiamo?). E poi ho incontrato il conflitto del femminismo, dei movimenti di liberazione, fino al movimento omosessuale. Come dirsi quindi solamente comunisti? Personalmente faccio persino fatica a definirmi, e non solo perché siamo in Italia, ma perché persino il socialismo liberale, cui da tempo mi sento più vicino, non risponde alla mia e alle collettive complessità che sono oggi, qui, ora, in campo, nel mondo. La sintesi è, quindi, impossibile e sarebbe tanto bello che Ferrero come Diliberto ne fossero più coscienti. Se una sinistra popolare può rinascere in Italia non è certo partendo da un passato da reinterpretare per il futuro, e mi sia permesso sommessamente da non esperto di rilevare che gli stessi teorici del comunismo non hanno mai pensato ad un orizonte definitivo, ma ad una tappa evolutiva.
    Sono andato alla manifestazione del 25 ottobre, dopo che Veltroni ha risposto positivamente al mio appello di non limitarsi ad una condanna al razzismo estendola all’omofobia. Il mio è stato un gesto di cortesia che mi ha permesso di “vedere” per la prima volta il popolo del Pd, di saggiarne gli umori, gli atteggiamenti, la forza coesiva. Ebbene, come provai una grand’emozione il 20 ottobre dell’anno scorso, anche la manifestazione del Pd mi ha trasmesso forti sensazioni. Ho incontrato molti compagni con cui ho condiviso diverse battaglie di un tempo, tanti gli abbracci, baci, discussioni sul perché sono andato via dai Ds e mai entrato nel Pd. Un popolo commovente, forte di anni d’impegno e di saggezza. Detto questo l’intervento di Veltroni, così come la manifestazione in sé, mi ha procurato un’infinita sensazione di neutralità valoriale. Certo i contorni di una ripresa d’iniziativa ci sono tutti, che il Pd sia l’altra faccia dell’Italia è chiaro, ma cosa proponga dal punto di vista dei diritti di libertà, civili, di valori profondi di condivisione personale e collettiva non è dato saperlo.
    La crisi economica, il dramma della precarietà, della scuola sotto attacco, dei migranti trattati come nuovi schiavi, delle mafie, erano tutti temi presenti, e probabilmente quindi sufficienti ai più degli intervenuti a quest’enorme manifestazione.
    Ma la violenza sociale, le sue radici profonde, la violenza degli uomini sulle donne che si amplia in una società dove solitudine e assenza di sponde valoriali sono sempre più diffuse, i diritti dei cittadini e delle cittadine lgbt non hanno trovato parole, gesti, striscioni, slogan. Così come l’11 di ottobre sono stati offuscati dal ritorno della primazia dei diritti sociali su tutto.
    Insomma, è possibile sentirsi così soli? Sì ed è una condizione comune a tanti che si definivano comunisti, socialisti, verdi, pacifisti, ecc ecc.
    Questa indistinzione nel Pd e la spinta comunista nell’area radicale, lascia interdetti, distanti e sempre più disperati. La devastazione della sconfitta elettorale non aiuta, ma qualcosa avrebbe dovuto insegnare. Invece siamo al dibattito nominalistico. Ha ragione Zoro, quando dice che se oggi a qualcuno venisse in mente di organizzare una manifestazione delle sinistre italiane contro i propri dirigenti sarebbe un grande successo. Li e le conoscerò solo io, ma non trovo un* aderente al Pd, a Rifondazione comunista, a tutti gli altri partiti della sinistra che abbia dentro di sé la sensazione che dalla difficoltà stia nascendo un nuovo inizio. Allora, lasciate una volta tanto che qualcuno al di fuori esprima i propri desiderata in libertà: mi piacerebbe un Pd ripulito dal tumore del cattolicesimo integralista e finalmente in vero rapporto ideale e programmatico con i partiti socialisti e democratici del mondo, mi piacerebbe una sinistra plurale radicale unita, capace di superare le identità novecentesche, rendendosi così utile a rappresentare un’area sociale che esiste e che non può essere spinta dai suoi stessi dirigenti al reducismo minoritario d’opposizione resistenziale. Nel mondo dei sogni, poi uno potrebbe anche azzardare di più e, vaneggiare un unico soggetto di tutte le sinistre, ma lasciamo perdere perché se no mi si accusa di lucida follia… Ma siccome voglio strafare non nascondo che si dovrebbe trattare di proposte radicalmente nuove, dove il segno del comando maschile autorefenziale dovrebbe fare un passo indietro, dove diritti sociali e civili siano intrecciati, dove la violenza del dominio delle ritualità comuniste o democratiche fossero spazzate via.
    Dimostrando una certa dose di pazienza, risvegliato dai sogni impossibili chiedo sommessamente: dateci almeno una speranza, perché il tempo passa e nuovi appuntamenti elettorali, come quello delle elezioni europee stanno incombendo e sinceramente non si capisce perché bisognerebbe recarsi alle urne.

    29/10/2008

  8. Difficilmente si potrebbe rispondere in modo più appropriato ai tanti “vaneggiamenti” che vengono espressi in questo ed in altri post del sito del riportare l’articolo di Aurelio Mancuso pubblicato oggi su Liberazione. L’ultimo periodo in particolare esprime a mio avviso in modo estremamente chiaro l’aspettativa profonda di chi – talvolta anche con una certa supponenza – siamo convinti di essere chiamati a rappresentare (o a “tutelare” stando alle modalità di esprimersi di “Reed” che, in conseguenza logica della relazione tra le idee che esprime e la percentuale di votanti che sostiene i partiti che si richiamano al comunismo in italia, deve evidentemente considerare incapaci di intendere e volere).
    Aspettativa alla quale sarebbe forse opportuno orientare il progetto politico di un partito che si propone di essere dalla parte più fragile della società, iniziando dall’ascoltarla con più attenzione invece di continuare a fare propaganda.

  9. RINA GAGLIARDI: " PUO' L'IDENTITA' COMUNISTA ESSERE MOTORE DI UN SOGGETTO POLITICO NON MINORITARIO ? " said

    Da LIBERAZIONE

    Non si tratta di di archiviare una parola ancora viva. Si tratta di dare una politica alla sinistra

    Può l’ identità comunista essere motore
    di un soggetto politico non minoritario?

    Rina Gagliardi

    La discussione che si sta sviluppando su Liberazione è molto interessante e ricca di utili stimoli. Posso avanzare, però, un dubbio, anzi una preoccupazione? Temo che si tenda, quasi fatalmente, a sovrapporre due piani che, per quanto intrecciati siano, dovrebbero restare distinti: quello dell’identità ideologica (e ideale) e quello della politica (il che fare). Insomma, il rischio è quello di cadere, volenti o nolenti, in quella “deriva identitaria” (o “antiidentitaria”, che fa quasi lo stesso) che è non da oggi fonte di danni incommensurabili. Mi spiego, partendo, come è giusto, da me. Se qualcuno mi interroga su “che cosa sono” la mia risposta è chiara e “semplice”: sono comunista. Se quello stesso qualcuno vuole sapere, subito dopo, che cosa consegue, per me, da questa dichiarazione, appunto, ideologica e ideale, la mia risposta è altrettanto chiara e “semplice”: in questa fase storica, qui e ora, in Italia e in Europa, questa identità va investita nella costruzione di un nuovo soggetto politico. Anticapitalista, radicale e di massa. La sinistra. Una sfida, appunto, che si gioca soprattutto sul terreno della politica e che non deriva dalle o dalla appartenenza ideologica. Una sfida che riguarda oggi anche (se non soprattutto) coloro che non dismettono di declinarsi come comunisti, la loro determinazione, la loro coerenza.
    Cercherò di argomentare questa tesi nelle righe che seguono (e scusandomi anzitempo per il necessario schematismo). Intanto, però, va sgomberato il terreno da una polemica alquanto sgradevole: qui non c’è alcuna proposta di abiura o di “pentimento” e soprattutto non c’è alcuna bis-Bolognina. Non solo perché sono passati quasi vent’anni e, rispetto all’89, siamo davvero in un’altra epoca.
    Ma perché il parallelo tra il Pci (che in quell’anno aveva ancora un milione e mezzo di iscritti, era attorno al 27 per cento elettorale, aveva una presenza maggioritaria nel sindacato e usufruiva di un fortissimo tessuto di relazioni sociali), e Rifondazione comunista ridotta al 3 per cento, è semplicemente ridicolo.Chi, come da ultimo il segretario Ferrero, usa lo spettro della Bolognina per ottenerne il facile consenso dei militanti (più di pancia che di testa, più emotivo che razionale), dimostra, come minimo, di non volere o di non sapere ascoltare le posizioni diverse dalle sue. E, come massimo, ripiomba in quella “cultura del tradimento” che nel movimento operaio è pratica antichissima – mai sradicata e mai neppure seriamente criticata. Dalla caricatura delle posizioni altrui si passa alla denigrazione e alla delegittimazione morale, quindi al sospetto sistematico e alla accusa, appunto, di “tradimento” – cedimento, imborghesimento, deviazione. Davvero il segretario del Prc pensa che Fausto Bertinotti, Nicky Vendola, Franco Giordano, e la quasi metà degli iscritti di Rifondazione che hanno condiviso la loro posizione congressuale, abbiano l’obiettivo, nientemeno, che di mettere in scena una “farsa”? Davvero ritiene che sia corretto rappresentarli, di fatto, come l’ennesima variante di Giuseppe Flavio? Davvero non ha nulla da replicare al ragionamento sul cambio epocale di paradigma proposto da Marcello Cini? Su queste basi, ahimé, la discussione è davvero difficile, anche se non possiamo, anzi non dobbiamo rassegnarci al classico dialogo tra sordi

    Anche a me pare che l’identità comunista – che per altro andrà meglio definita – non sia né da archiviare né da considerare obsoleta. Del resto, il comunismo (non il “socialismo scientifico”) pervade di sé la storia umana e la cultura da molti secoli, da molto prima che il modo di produzione capitalistico si dispiegasse nelle sue potenzialità. In epoca moderna, (senza riandare alla rivolta di Spartaco o alla comunità dolciniana), se ne scorgono tracce nei levellers inglesi, in qualche protoilluminista radicale (pensate all’abate Meslier che di giorno faceva il curato e di notte scriveva un diario che arrivava a preconizzare il comunismo come unica salvezza della società) e in qualche rivoluzionario di Francia, in molti carbonari ottocenteschi (la “Società dei sublimi maestri perfetti” di Buonarroti aveva il comunismo come sua meta finale, ciò che era noto soltanto ai gradi più alti dell’organizzazione che lo tenevano gelosamente segreto). Quand’è che da utopia o sogno il comunismo diventa un produttore di soggettività politica? Non solo, ovviamente, quando s’incontra con il movimento operaio, ma tutte le volte che la storia esige salti, rotture, avanzamenti, scalate al cielo: la Rivoluzione d’ottobre, la lunga marcia della Cina, in Italia (e non solo) l’organizzazione dell’antifascismo e della Resistenza – ma poi la Costituzione repubblicana e il “Partito nuovo” di Togliatti. In tutte queste circostanze (e certo in altre), il soggetto politico comunista interviene per “piegare la storia”, il corso naturale degli eventi, nella direzione che è in grado di determinare: sia essa la salvezza dalla guerra (Lenin) sia essa l’urgenza del riscatto dalla barbarie del fascismo e del fascismo, sia essa, infine, come è accaduto da noi, la sfida della creazione di una vera e propria controsocietà, che dava libertà e dignità al popolo a cui era negata. Ricordo – qui – i momenti più alti, oltre che i “successi” del comunismo, non certo perché non ne veda le degenerazioni successive (gli orrori dello stalinismo, la statolatria, la riduzione della nostra lotta alla conquista del potere politico), ma perché mi pare molto evidente la “connessione produttiva” che, in tutte queste felici circostanze, si è stabilita tra identità e azione politica. Lenin, ripeto, non ruppe con il Partito Socialdemocratico Russo per ragioni ideologiche o nominalistiche, ma per ragioni politiche. Togliatti e il gruppo dirigente del Pci dell’Italia repubblicana conquistarono un enorme prestigio per il ruolo determinante svolto nella lotta antifascista. Viceversa, in assenza di questa connessione forte, i partiti comunisti, i comunisti organizzati in quanto tali, si sono spesso ridotti a piccoli gruppi,talora settari, comunque irrilevanti (chi ne volesse vedere qualcuno da vicino può utilmente frequentare l’annuale meeting organizzato ad Atene dal Kke).
    Ora la domanda cruciale a cui bisognerebbe rispondere con una qualche sincerità è la seguente: oggi, in Italia, in Europa, ci sono le condizioni per far vivere fruttuosamente questa “connessione produttiva” tra identità e politica? Può, cioè, l’identità comunista essere alla base di una soggettività politica in termini che non siano a fortiori limitati e minoritari? Fuori da certezze assolute (sono pronta a ricredermi di fronte a fatti e risultati reali), temo che in questa fase storica una tale coincidenza non si dia. Almeno per tre ragioni.

    La prima, quella che salta agli occhi, è l’entità della sconfitta che abbiamo subito, come Rifondazione comunista e come campo della sinistra. Se tutto si riducesse ad un unico errore politico, quello di “essere andati al governo”, come ha scritto il compagno Ferrero, la terapia sarebbe facile, facilissima: non “si va più al governo”, mai più, (anche per volontà degli avversari, va da sè) e come per incanto il Prc e l’alternativa rifioriscono. Purtroppo, invece, non si è trattato di una pur grave “crisi di assestamento”, dovuta magari a una linea sbagliata o alla sopravvalutazione dei rapporti di forza o ad altre ragioni che andranno analizzate, ma di una débacle politica vera e propria. Ora, la sinistra non c’è più: cancellata dal Parlamento, assente dal sistema dell’informazione, dispersa in pezzi, divisa, consunta nella sua credibilità e nei suoi gruppi dirigenti, non uno escluso. Possono i comuniste e le comuniste non considerare la drammaticità di questo panorama come il loro principale assillo politico? Possono far finta di non sapere che, così continuando, ciascuno nei suoi recinti, nei suoi riti, nelle sue stanze, nei suoi comunicati, quel che si prospetta, nella società e nella cultura italiana, è un destino di mera marginalità?
    La seconda ragione la indicava già su queste colonne Marcello Cini ed attiene al colossale mutamento maturato nell’ultimo ventennio: il processo che abbiamo altrove definito come la “rivoluzione capitalistica” restauratrice e che, in sostanza, sta segmentando, dividendo, triturando i soggetti tradizionali dell’antagonismo. Ciò che non significa, nient’affatto, che scompare la contraddizione tra capitale e lavoro, o che si dilegua il proletariato (che anzi, nel mondo globalizzato, tende a crescere), o, men che mai, che il capitalismo globale stia garantendo all’umanità “magnifiche sorti e progressive”: è davvero l’esatto rovescio, come si evince dalle cronache della crisi finanziaria, dalle guerre, dalla crescita abnorme delle disuguaglianze, dalle catastrofi climatiche ed ambientali che pendono sulla nostra testa. Significa, molto più crudamente e crudelmente, che per la prima volta nella storia dell’ultimo secolo e mezzo, la partita non si gioca più nello scontro finale tra il modo di produzione del capitale e il movimento operaio organizzato. Che forse stiamo arrivando alle soglie della profezia marxiana del “Manifesto”, “la comune rovina delle classi in lotta”. E che il capitalismo, la mercificazione galoppante di ogni sfera della vita umana (e animale), la logica dell’impresa e del mercato come paradigma assoluto e l’ossessione del Pil sono entrate in contraddizione frontale con la sopravvivenza della specie umana. Non sarà per queste ragioni di fondo che è così difficile – anche per i cultori più affezionati dell’ortodossia – avventurarsi nei meandri della “contraddizione principale”? Il capitalismo sta diventando, palesemente, il maggior nemico dell’umanità: ecco la contraddizione principale. Perciò non ci fa più la cortesia, se così si può dire, di allevare, unificandolo oggettivamente nelle grande manifattura, il proprio becchino: ecco il paradosso che forse non ci aspettavamo. Il paradosso che mai come in questa fase storica si vanno accumulando le ragioni di insostenibilità del modo di produzione dominante, ma si vanno smarrendo le forze del cambiamento, i soggetti dell’alternativa. I becchini.
    La terza ragione è il logico corollario delle due precedenti: se un ciclo storico si va concludendo, bisogna adeguare la propria azione al nuovo ciclo che si sta aprendo. Non sto parlando, ovviamente, di tattica, ma di un salto deciso dell’ innovazione e della pratica politica dei comunisti – a loro volta dispersi, divisi, diversi l’uno dall’altro per cultura politica, visione del mondo, riferimenti alla storia, idee per il futuro. Non è vero, nient’affatto, che la nozione di comunismo è chiara, univoca, quasi monolitica, e quella di sinistra generica: esistono mille comunismi e mille sinistre potenziali. Ma, soprattutto, siamo tutti (spero) comunisti multiidentitari: luxemburghiani (pochi, come me), o trotskysti, o gramsciani, o togliattiani, ma siamo anche femministe, ambientalisti, pacifiste, libertarie. Se vogliamo che questa ricchezza non diventi un malinconico residuo o un rifugio individuale, è tempo di fare di essa la possibile nuova leva della politica – il nuovo becchino di massa e di popolo che potrà nascere solo in questa temperie, nella mescolanza delle identità e perfino dei desideri. E’ tempo (ce lo dicono studenti e prof che fanno tremare i palazzi berlusconiani) di un nuovo “balzo della tigre”.

    04/11/2008

  10. Reed said

    Da comunista non ho mai condiviso chi in Rifondazione e PdCI voleva fare da ruota di scorta ai democratici del “centro sinistra” in quanto anche essi come la banda Berlusca sono servi dei padroni e contro i lavoratori.
    Tutto questo casino di rifondazione per la sinistra per fare un gruppetto socialdemocratico non lo capisco.
    Ma allora scusate, invece di fare un altro partito socialdemocratico della sinistra perche’ non entrate direttamente nel Partito Democratico?
    Chi vi capisce e’ bravo! Boh!?

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