Rifondazione per la sinistra

Un manifesto per la rifondazione

Lettera ad una studentessa

Posted by carbonetti battistino su 30 ottobre 2008

Lettera a una studentessa

 

Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio
scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Si, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione. Tu sei, seppure ancora appesa a più fili di adolescenza, una domanda matura e irriducibile di democrazia: e hai capito che per non essere ridotta alla volgarità del tele-voto e della pubblicità, la democrazia non può che vivere e rigenerarsi nel rapporto con le culture, nella socializzazione dei saperi critici, nella ri-tessitura quotidiana delle reti di incivilimento e dei nodi di convivialità. La scuola è il fondamento di ogni democrazia. Lo è quando insegna ai bimbi delle elementari l’elementare rispetto per ogni essere umano: precetto che forse evaporerebbe in qualche istituto scolastico di rito padano. Lo è quando riannoda i fazzoletti della memoria storica e tramanda narrazioni, saperi e valori. Lo è anche quando la scuola fuoriesce da sé, straripa nel conflitto politico-sociale, invade la piazza,
trasferisce la cattedra sul marciapiede, proietta le proprie attitudini pedagogiche sui territori, rompe la separatezza dei suoi microcosmi e investe con domande di senso l’intera società. Dimmi che scuola hai e ti dirò che società sei. C’è chi immagina, anzi c’è chi vuole apparati della formazione che preparino alla precarietà esistenziale e produttiva: e dunque servono scuole e università dequalificate. Le classi dirigenti (forse è più appropriato dire “classi dominanti”) si riproducono invece per partenogenesi, ben protette in quei laboratori della clonazione sociale che sono scuole e università private. Cara studentessa, queste cose tu le hai scoperte con semplicità, le hai spiegate alla tua famiglia, le hai narrate con compostezza nelle assemblee, hai rivendicato la tua centralità (la centralità della pubblica istruzione) contro chi “cogliendo l’attimo” dell’egemonia berlusconiana voleva e vuole di colpo annullare un secolo di battaglia delle idee, di esperienze gigantesche di riorganizzazione sociale e scolastica: hai ben compreso che la Gelmini non è folclore, ma è il punto più insidioso dell’offensiva della destra, è una sorta di don Lorenzo Milani rovesciato, è l’apologia di un “piccolo mondo antico” abitato da voti in condotta e grembiulini monocromatici dietro la cui scenografia ottocentesca si muove la modernità barbarica del mercato: che non ha bisogna di individui colti, e liberi perché padroni delle conoscenze, ma ha bisogno di piccole libertà in forma di merce per individui ammaestrati alla competizione e diseducati alla cooperazione.
Carissima studentessa, la lezione più importante che ho appreso studiando le vicende del secolo in cui sono nato è che l’obbedienza non è una virtù assoluta. Se è ossequio ad un potere cieco, ad un codice violento, ad un paradigma di morte, allora bisogna ribellarsi, allora bisogna scegliere le virtù civiche della disobbedienza. Non si può obbedire alla politica del cinismo affaristico e classista. Al contrario, dobbiamo cercare la politica che ci aiuta ad essere la forza ostetrica che fa nascere il futuro. Volevo ringraziarti perché, spiandoti e annusandoti, non ho pensato: questa qui è dalla mia parte. Ho pensato che la mia parte (stavo per dire il mio partito) è nello spazio riempito dai tuoi gesti, dalle tue parole, dalla forza inaudita di tutte le tue libertà.

Nichi Vendola

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24 Risposte to “Lettera ad una studentessa”

  1. Chavez said

    Sblinda la supercazzola come se fosse antani, con scappellamento parabolico a sinistra. Annusare è proprio un verbo che qui c’entra molto, sicuramente è essenziale nel discorso non è stato certo inserito per ostentare le proprie proprietà (scusate il suono decisamente cacofonico) linguistiche, noooo!
    A quando lettera ad un operaio? No, forse è più corretto lettera ad una sindacalista,possibilmente distaccato, visto che ci si relaziona solo con il ceto politico e sindacale.

  2. NICHI E' UNA GRANDE RISORSA. said

    Nichi è indubbiamente una grande risorsa.
    Come ho già detto in altre occasioni, ho sempre avuto una sana diffidenza e quindi poco rispetto per i ” dirigenti “.
    Ci sono però delle occasioni in cui mi rallegro molto di far parte anche io di una storia collettiva che produce saperi, intelligenze,linguaggi,qualità, innovazione e quindi Politica.
    Mi dispiace per quelli che non ne fanno parte.
    Per quelli che rimangono sempre ai margini.

  3. elisa said

    Questa lettera esprime amarezza ,dolore ma è anche un invito alla rivolta e la certezza della rinascita ….E quella figura femminile che spande odori , che riempie spazio con le sue parole ed i suoi gesti e che sprigiona energia erano le centinaia di migliaia di giovani che hanno manifestato in questo giorni “la forza inaudita “di tutte le loro libertà Una pagina di riflessione ma anche una pagina di poesia

  4. Chavez said

    Condivido. Io e molti altri che al congresso hanno votato per la prima mozione lo avremmo visto bene come candidato alla presidenza del consiglio alle scorse elezione. Uso il condizionale perchè nessuno ce lo ha chiesto.Altri che oggi lo sostengono invece hanno avallato un’altra scelta.Poi non condivido le sue posizioni politiche sul futuro del partito ed alcuni atteggiamenti di ostentazione che ha iniziato a porre in essere dopo il congresso.

  5. pietro fattori said

    Kitsch. Come le statuette che riproducono il David di Michelangelo compattando polvere di marmo (o peggio, poltiglia di gesso)

  6. annaD said

    questi commenti alla lettera di nichi segnano la differenza tra chi sa leggere e amare e chi non capisce un cazzo

  7. annaD said

    a ogni modo, al di là delle emozioni che la lettura di questa lettera può sollecitare e in modo differente, vorrei sottolineare una cosa,
    ripercorrere l’esperienza dell’altro nei flussi della nostra esperienza e sperare in questo modo di intendere al salto generazionale le nuove generazioni è un’impresa assai ardua, ma pur nella consapevolezza dei limiti che questo sforzo comporta, penso che sia atto dovuto non solo nella relazione con i nostri figli, ma più in generale in ogni interazione umana

    così io intendo questa lettera di nichi, è lo sofrzo di non sovrapporre la sua esperienza e assorbire così ogni differenza, perchè quello slittamento di senso tra la mia espereinza e quella dell’altro va colmato ogni volta con uno sforzo immaginativo che colmi quella distanza

    e ancora: mettersi a nudo con il linguaggio delle emozioni come fa nichi e cercare di raggiungerci così e semplicemente è atto di umiltà e coraggio, mentre utilizzare l’opportunità che la pelle nuda dell’altro ti offre momentaneamente allo sguardo per affondare di più e meglio la lama tagliente delle parole … è il primo passo verso ogni forma di aberrazione, e mi fa orrore

  8. nonviolento said

    Sono d’accordissimo con te, certi commenti espimono meglio delle nostre parole tutto il negativo umano che alberga dentro certi elementi. Questi signori hanno sempre pensato che comunismo fosse un simbolo, delle immaginette, dei libri, degli ideali futuri, dei sol dell’avvenire. Non hanno mai preso in considerazione il fatto che comunismo, sinistra è anche un qualche cosa che è dentro di noi, che forma il nostro carattere, la nostra sensibilità, chissà quante volta hanno letto certe frasi del Che, forse le hanno anche scritte o urlate in piazza, ma non si sono mai accorti che non le avevano capite nel loro vero significato. Essere sensibili ad ogni sofferenza, come dice il Che, non sognifica solo lottare, ma anche cambiare noi stessi, perchè la sensibilità, la capacità di amare non si acquisiscono con l’essere comunisti o la lotta, ma con un serio percorso interiore. Così ci troviamo di fronte a comunisti che sono come le mele marce, rossi fuori e scuri, scurissimi dentro.

  9. nonviolento said

    La prospettiva del palloncino
    redazione rifondazioneperlasinistra.it

    Si avvicina una studentessa, una delle tante, con un palloncino colorato.
    Ma chi siete? Siamo la sinistra.
    Si ma quale partito? Non siamo un partito.

    Difficile spiegarlo, si capisce dagli sguardi poco convinti di chi sente le nostre risposte. Sono centinaia. Migliaia. Ballano al ritmo della nostra musica, attorno al camioncino di Rifondazione per la Sinistra e le sue belle bandiere multicolori. Si scatenano, alzano i pugni, cantano le canzoni di lotta e intonano slogan. Ma chi siete? E se fossi stato io a chiedervelo? Nemmeno voi avreste saputo dare risposta certa.

    Siamo tutti in cerca di identità, noi come voi siamo attori impegnati in uno spettacolo dai ruoli precari. Vedo facce e stili diversi, vestiti di diversa matrice culturale, simboli strani e mai uguali tra loro ma soprattutto vedo tanta, tantissima voglia di partecipare. Una straordinaria voglia di esprimere impegno, di prendere parte, di rifuggire l’indifferenza. Non ci sono bandiere, simboli, magliette stampate in serie: ci sono distinzioni e creatività. Ci sono cartelloni, cartellini, migliaia di scritte diverse e centinaia di palloncini colorati.
    Non sappiamo chi siamo (noi e loro) ma abbiamo un pezzo di strada da fare insieme. E insieme ci muoviamo, verso piazza del Popolo, e assieme con noi centinaia di migliaia di insegnanti, docenti, ricercatori, genitori, studenti. Quello sceso in piazza oggi è un movimento inedito anche per questa sua capacità immediata di arrivare a tutti gli attori del mondo della formazione. Oggi si è intravista quella saldatura tra diversi, quel senso comune d’appartenenza ad una stessa cosa, che sta alla base dei grandi movimenti.

    Ma oggi in piazza si è notata anche un’altra cosa: l’assenza della politica. Di quel pezzo cioè capace di trasformare le rivendicazioni sociali in proposta generale, le lotte del movimento in conflitto organizzato, le idee di una scuola diversa in un tassello all’interno di una idea complessiva e alternativa di società. Ma la politica non c’era non perché mancassero i singoli partiti: la politica è oggi separata da questo pezzo di società perché gli attori della protesta contro l’attacco alla scuola pubblica non riconoscono a nessun partito esistente la possibilità di avvicinarsi alle loro azioni di lotta.

    Oggi la scena italiana che si oppone a Berlusconi manca totalmente di uno spazio o un soggetto capace di opporre al disegno neoliberista delle destre un’altrettanto chiara e nitida idea di società. E non è un caso che oggi gli stessi studenti ci abbiano riconosciuti, attraverso i nostri volti più noti, ci abbiano abbracciati e trascinati in mezzo a loro per tutto il corteo.

    Ora è il momento del coraggio, è arrivato il qui e ora. È giunta la fase della decisione e della recisione. Come quel palloncino colorato in mano a quella studentessa curiosa della nostra identità, è il tempo di tagliare il filo, di liberarsi dalla corda che ci impedisce di raggiungere la nostra quota, più in alto degli altri palloncini, più in alto dei palazzi, più in alto degli elicotteri che tentano in vano di contarci. E da lì, dall’alto, dalla nostra nuova prospettiva elevata, perdendo di vista le differenze particolari e guardandoci invadere Roma insieme, finalmente rispondere al chi siamo: la sinistra.

    Cosa aggiungere: Era l’ora.

  10. Chavez said

    Bella idea di democrazia che avete. Chi critica non capisce un cazzo. Complimentoni. Ci sono pure comunisti che non avendo concetti da esprimere, la buttano in poesia, ammantando di metafore il loro nulla assoluto. Un po’ come D’annunzio ne “la pioggia nel pineto.”Cara Anna D fortuna che ci siete tu e Nichi a spiegarci il mondo e la linea della sinistra altrimenti non saprei veramente come fare.Godiamo con le puzze.

  11. nonviolento said

    Shavez, mi, e forse ci, siamo un rotti dei tuoi commenti un pochino infantili, se vuoi fermarti ai toni poetici, puoi farlo, nessuno è perfetto, ma certo chi come te si crogiola delle sue imperfezioni e se ne fa vanto ha pochissimo a che fare con la tradizione comunista, con il desiderio di capire e di aprirsi a tutto che i comunisti hanno sempre avuto. Certo fare un raffronto con mio padre comunista dal 43, anni in cui esserlo era certo molto più importante di quanto lo sia adesso, può sembrare strano, ma se guardo a lui, alla sua quinta lementare ed al suo desiderio di non arredersi di fronte a ciò gli era estraneo, comprese le poesie dei miei libri scolastici, e leggo le tue frasi, non posso che provare pena per come l’essere comunisti si è mal ridotto. Nello scritto vi è ben altro che della poesia, ma tu e altri non potete capire, non perchè la poesia vi è estranea, ma e che voi siete estranei alla comprensione di ciò che vi circonda, siete i classici pesci che non nuotano nell’acqua. Capire, comprendere ciò che oggi ci è incomprensibile, perchè affascinati dagli sguardi retrò, abbiamo mancato di vedere. I linguaggi i comportamenti, ci sono divenuti estranei, come la maggior parte del mondo che ci circonda. Non servono i tentativi un poco goffi di chi cerca di farci guardare a questi giovani come se fossero copie del 68 o del 77. Lo fa solo perchè deve per forza incastrare un fenomeno che non si spiega in qualcosa che gli elimini le riflessioni, che lo riallinei alle sue fedi politiche. Leggevo delle ricerche di mercato sui giovani italiani dai 25 ai 35 anni, al primo posto nella affascination del virtuale, del non sense e dell’apparenza ci sono le giovani generazioni operaie, accasate da papà e mamma, nonostante , specie quelli garantiti, e non sono pochi, abbiano redditi che solleticherebbero qualsiasi precario di col center. Non sono solo i giovani dei cortei studenteschi a non rientrare in nessuna delle categorie classiche, ma anche la parte giovane della classe, e quello che scritto sopra è anche il meno peggio di certi risultati. Abbiamo di fronte generazioni profondamente mutate da venti anni di neoliberismo, e quelli come te pensano di dialogare con loro usando il linguaggio dei giovani con le magliette a strisce. E’ questo che non sopportate di certi scritti, non certo la poesia, ma le domande, le ricerche, le realtà che vi sbattano davanti agli occhi, e la vostra totale incapacità di comprendre quello che vi circonda. Vieni qui , fai il galleto, sei protervio come un vincitore, di che cosa vorrei chiederti. Della nullità a cui stiamo assistendo? Di un partito che non riesce nemmeno ad eleggere i suoi dirigenti locali a quattro mesi dal congresso? Di un partito trasformato in una guerra per bande, in cui uno ricatta gli altri e tutti si ricattano a vicenda. Stiamo assistendo impotenti alla distruzione di una schanse che la sinistra tutta aveva, cioè di un forte partito comunista che cercava nuovi lingiuaggi e nuove strategie per adeguarsi ai mutamenti sociali e culturali. Vediamo un partito fermo, immobile paralizzato, senza uno straccio di linea politica, che si affida agli scarni comunicati del suo segretario, che se letti non significano nulla. Tu di fronte a tutto questo nulla vieni qui a tediarci con le tue ironie sulla poesia, sulle nostre idee di democrazia. Cerca di smettere di giocare al rivoluzionario, e pensa, per una buona volta nella tua vita.

  12. Chavez said

    Il problema di come comunichiamo credo che sia importante, perchè le persone cui ci rivolgiamo possano capire. Stiamo assistendo alla continuazione della liquidazione di un partito, iniziata da almeno 2 anni e mezzo. Stiamo assistendo a comportamenti di una parte del partito che pretende soldi e strutture per fare i propri porci comodi, senza volere responsabilità, nell’attesa della legge elettorale per le europee. Pensa tu, che mi pare lo faccia con la testa di 4 dirigenti in cerca di poltrone.

  13. Chavez said

    E tra l’altro io non ho mai sostenuto nulla di quanto tu affermi. Io penso con la mia testa e non con quella Di Ferrero e co. , come invece fate voi che aspettate il Verbo da Vendola,Giordano, Migliore e il professor Bertinotti.

  14. nonviolento said

    Ma dai, tu non sei vero, sei un nastro registrato.

  15. Chavez said

    Che battutona! da ammazzasse dalle risate…

  16. annaD said

    e meno male che tu imiti solo te stesso caro chavez, sono così distanti da te i vari ferrero acerbo burgio…..

  17. pietro fattori said

    Sono ritornato a leggere “rifondazioneperlasinistra”, con un pizzico di curiosità aggiuntiva, dal momento che avevo lasciato un breve commento alla lettera di vendola.
    L’ho riletta, e messa assieme alle note dei suoi ammiratori, mi sembra ancora di più un esemplare perfetto di falsa poesia. Le reazioni emotive dei suoi affezionati lettori non hanno niente a che vedere con tesi e difese politiche. Neanche troppo con quel versante deteriore che avvicina la collocazione politica, di corrente, alle tifoserie, per le quali poco conta il valore di una squadra. Conta invece l’appartenenza, la fedeltà. Un po’ anche in questo caso le trincee, i confini, gli schieramenti sono essenziali alla rissa. Ma c’è una caratteristica essenziale per questa rissa, non essenziale nelle altre. La”lettera” è un testo, tessitura di segni che trasmettono idee, immagini; rappresenta un angolo di mondo da un punto di vista, con strumenti linguistici. Scelte lessicali e loro combinazioni (soggetto plurimo-moltitudine; maschile e femminile; vecchiezza\giovinezza; spiare-annusare-decifrare-indovinare; pelosa galanteria….ecc): mai innocenti. Falsa dialettica, termini ricercati con uno scopo. Cercano bottoncini da pigiare. E ottenere l’effetto emotivo, non la riflessione: come le tele-novelas. Kitsch, ripeto; l’apparenza esteriore dell’arte del gusto -retorica dell’anticonvenzionalismo, del linguaggio antipolitico. Ma appiccicare la riproduzione della Gioconda su un asciugamano, non ne fa un’opera d’arte. Nemmeno migliora le sue qualità di asciugamano…

  18. annaD said

    bene, quello che tu affermi , il testo come tessitura di segni che trasmettono idee e immagini, scelte lessicalie combinazioni vale per questo come per tutti gli altri testi che andiamo a comporre
    nulla di nuovo dunque, il testo è per sia natura costruito, il mio, il tuo, quello di tutti
    la parola è di per sè artificio, non è dato naturale, non è suono inarticolato, guaito o gemito, così come il gesto è tecnica, il corpo è strumento (marcel mauss)
    tu invece stai insinuando un altro dubbio, che non ha nulla a che vedere con la natura costruita di ogni linguaggio espressivo (pensa alle tecniche pittoriche del michelangelo), il dubbio che stai cercando di insinuare è un tentativo di minare la sincerità del testo di nichi, la dimensione affettiva, direi profonda, viscerale, che lo muove
    forse potrei crederti se non fossi assolutamente consapevole mentre scrivo, qui e ora, sto cercando sillaba dopo sillaba il modo migliore per passare dalla dimensione ideativa, dall’immagine al testo, e che il mio sforzo con tutte le imperfezioni che raccoglie in questo passaggio non ha altro fine che quello di raggiungerti
    ora è vero che un testo efficace è un testo elaborato e che il livello di elaborazione (sia per quelli divulgativi che ad alto livello di specializazione) dipende dalla competenza comunicativa acquisita, e dunque ancora una volta è artificio, ma della dimensione culturale, costruita, sociale, storica, del linguaggio non ci si libera….
    rassegnati o in alternativa taci per sempre
    la parola, ogni parola, ogni narrazione, ogni traduzione è un tradimento, un tentativo imperfetto di rendere emozioni e ragioni
    io non mento dunque, ma uso la parola data e costruita dentro la dimensione sociale, culturale e storica della condizione umana (che ti ricorda?)

  19. nonviolento said

    Non avrei potuto scrivere di meglio Anna. Ma una cosa accomuna le battute di Shavez e le dissertazioni sulla linguistica di Pietro, essi non rispondono mai alle domande. Scrivono battute, insulti o dotte analisi del e sul linguaggio, ma mai sulle domande che i testi pongono, mai alle domande che tutti noi ci poniamo e sempre più in gran numero, non ultima la lettera dei segretari di molti circoli della federazione romana. Quale è la linea politica del partito? Quali le linee programmatiche su cui intende muoversi nel futuro prossimo e meno prossimo, perchè il partito è nel caos più totale, tanto che in alcune federazioni e circoli non si riesce ad eleggere i dirgenti a quattro mesi dal congresso. Come considerano la sequenza di veti incrociati che paralizza la nuova maggioranza, che ne pensano del fatto che il partito è paralizzato dal ricatto che microfrazioni che insieme sono poco più del 10% degli iscritti fanno continuamante alla maggioranza? Di tutto questo non parlano, sembra, a leggerli, che Rifondazione sia un giardino di delizia e armonia, ma tutti noi, che la vita del partito la viviamo quasi quotidianamente, sappiamo che non è così, tanto da farci venire il dubbio di quanto questi nostri interlocutori frequentino il partito o se le loro frequentazioni siano solo fra amici. Ameremmo discutere con loro di tutto questo, non sulle dissertazioni linguistiche, o sulla poesia, ma sui contenuti, sulle domande che non ricevono risposte, su di un partito che non riesce a dire nulla su nulla se non con scarni bollettini o dichiarazioni che sanno troppo di poltichese e poco di politica fatta e ragionata, e certo non bastano una decina di tonnellate di pane venduto a chiarirci tutto. Ma forse questo è un sogno, per loro va tutto bene, e somigliano troppo ai tanti compagni/e comunisti degli anni passati, che coltivavano talmente forte l’illusione che nel socialismo reale vi era il parardiso da rimanere terribilemente scottati quando si accorsero che invece era l’inferno.

  20. annaD said

    parliamo di linguistica e sul partito stendiamo un velo pietoso

  21. pietro fattori said

    Resto perplesso. Segnalo (come atto di igiene intellettuale) che “quel” testo trasmette in modi prolissi e presuntuosi poche ovvietà, e le repliche sono 1) che tutti i testi sono testi, 2) che la segnalazione rientra nella categoria degli insulti, o delle astrusità. Le ovvietà, di “quel” testo: a) il movimento degli studenti è una novità importante e consolante; b) che cosa esattamente è non lo so, la mia esperienza non è molto utile, e c’è il pericolo che interpreti emergenze di oggi con schemi inadatti. In sostanza, non ti conosco, cara studentessa, ma ti amo tanto, così singola eppure moltitudine. I modi “espressivi”, non neutrali, non innocenti; esemplificazione: appesa a più fili di adolescenza\domanda matura di democrazia. Un contrasto costruito retoricamente a tavolino, per strappare plauso con commozione: è vero che le coorti fra i 13 ed i 25 anni hanno un futuro di incertezze, ma è solo una speranza che abbiano capito la democrazia come soluzione, e che durino fino a vincere; dunque, invece che affettuose carezze, esempi concreti di democrazia, e aiuti concretissimi a durare. Con un pensiero anche a quel filo di adolescenza -che va per la maggiore, non solo nelle scuole della capitale- a cui sono appese le svastiche. Alemanno, Larussa, anche Rauti, Mussolini, Santanchè, Storace, Romagnoli… pure loro annusano e “infiammano” i cuori. Con gli stessi mezzi. Il kitsch non è la strada per la democrazia, è sempre stato utile ai regimi, alle mobilitazioni belliche, al facile consumo. Si sa dove sta un bottoncino, lo si pigia, si lusinga, si ottiene l’effetto.
    Indicare questo pericolo è studio concreto, uno dei modi di fare politica, dentro i partiti e fuori; può essere sbagliato, incompleto, frutto di saccenteria … ma non inutile parlar d’altro, meno ancora insulto.

  22. annaD said

    bettelheim, psicanalista, diceva in un suo famoso testo che il modo migliore di essere genitori è ricordare di essere stati a suo tempo figli, adolescenti, con tutti quei fili di adolescenza sospesi, non ancora messi a fuoco, che nichi racconta con immensa sensibilità e intelligenza, anche se probabilmente non ha mai letto bettelheim
    e infatti i miei fili di adolescenza nichi ha toccato, il ricordo delle passioni, degli entusiami, dell’irrefrenabile voglia di cambiamento che vibrava sotto la pelle, di ribellione agli ordini costituiti del potere, della cultura e dei saperi dei padri, e che ancora oggi mi fa sentire adolescente e vibrante come allora
    un po’ di ritorno alla adolescenza caro pietro, provaci
    prova a sentire le emozioni e ubriacandoti di emozioni a leggerle nei testi, ti fa bene

  23. annaD said

    guarda qui
    http://www.sinistrarcobalenopuglia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=254&Itemid=75

    Donato Margarito: “Il Prc tra mito e mitologia”
    Wednesday 16 July 2008
    di Donato Margarito*

    La mitologia ha sempre avuto una funzione strumentale. Serve a chi sta in alto per reclutare, per ottenere un facile consenso sfruttando emozioni abitudinarie, per fare del cameratismo immediato e, per slogan, un fondamento per stabilizzare sine die i poteri fattuali e i relativi culti della personalità. Tutto ciò ci fa comprendere che il modo migliore per individuarla è la propaganda. La mitologia è, necessariamente, ferma sui suoi contenuti, oggetto di reiterazione perpetua. Diversamente dal mito che, invece, mi pare sia, fervidamente, creativo e polisemico nel corso del tempo, essendo la sua fonte disponibile ad una molteplice assunzione da parte delle pratiche dei soggetti. Io credo che, in politica, la mitologia sia simbolica e il mito allegorico.

    Nel primo caso, si fa propaganda per rimanere fermi, per sempre e nel cantuccio rassicurante dei simboli, mentre nel secondo si assume il rischio di competere con lo spirito del mondo in una discussione pubblica sulle tue ragioni di principio (il mito), alle quali non si rinuncia per niente. Una discussione pubblica che è anche una lotta collettiva per l’affermazione di sé.

    Questo dispositivo simbolico non vale solo per la società di massa ed i suoi intrinseci fenomeni di grossolano divismo, né soltanto per le politiche di tipo carismatico che, in realtà, attraverso l’adorazione del leader, producono uno svuotamento autoritario della democrazia. Questo dispositivo simbolico risulta attivo, persino, in un piccolo partito come Rifondazione comunista.

    Lo chiamo dispositivo simbolico perché, nella coerenza sistematica che afferma nelle relazioni io-noi, base-vertice e militanti-dirigenti, l’eterno ritorno dell’identico non è bloccato, né messo in discussione dalla riflessione, nemmeno quando è necessario. Oggi, però, c’è un’emergenza di questo tipo e il ritorno dell’identico va arrestato.

    Per essere più chiari: mi pare che Ferrero sia l’incarnazione simbolica della mitologia, mentre Vendola sia la versione allegorica del mito. E’ ovvio che questo schema pone una domanda cruciale: la falce e martello incarna una “mitologia” inamovibile, anche davanti alla estrema celerità del conflitti storici, oppure è un “mito” che dinamizza le sue ragioni nel fuoco nell’antagonismo sociale, cercando sempre una risposta politica che sia la più alta al “senso” del mondo?

    Così come il divo istituisce con le masse ossequiose un legame, con il quale vuole “eternizzarsi” attraverso il piacere di identificazione che suscita nel volgo, nella stessa maniera il leader cerca di conquistare, per la sua supremazia, il futuro mediante la simpatia diretta che riscuote dalla plebe e la protezione assoluta che si ritiene in grado di donare, ai suoi sudditi, come un epifenomeno della sua sovranità dispotica. In questo modo il divo o l’autorità conquistano il futuro.

    Ma, per istituire in maniera analogica la stessa relazione simbolica nel partito della Rifondazione comunista, allora bisognerebbe ammettere che il popolo degli iscritti sia massa o volgo o plebe o moltitudine che abbia bisogno di simboli esteriori, con cui identificarsi acriticamente.

    Io credo che Ferrero ammetta, in buona fede o inconsciamente, proprio questo. La mitologia della falce e martello si ritiene che sarebbe di per sé auto-propulsiva. E’ arrivato il tempo, invece, ed è questo il tempo, in cui non è più così. C’è stato è vero un lungo periodo in cui la mitologia della falce e martello era di per sé una forza. E quell’ingenuo fideismo delle masse nei capi, qui e altrove, dove più e dove meno, ha prodotto incubi. La mitologia-propaganda non è estranea a questa barbarie. Ma oggi questo tempo cieco sta per finire, anche per i comunisti.

    E, direi, meno male o per fortuna, dal momento che il comunismo non è una coccarda, un gagliardetto o un vessillo che si mostrano. E’, invece, qualcosa che va molto oltre la falce e martello, così intesa. Il comunismo è mito, non mitologia.

    L’importanza della posizione di Vendola sta nel fatto che ha saputo dare a questo mito gambe per muoversi nell’epoca della globalizzazione compiuta e andare avanti in un viaggio di ricerca intersoggettiva e interculturale, transpolitica e contaminatoria, la cui matrice è, a mio avviso, allegorica, non simbolica. E’ il tempo che si apre ad un percorso travagliato, come quello di Abramo, non il tempo circolare che si chiude su certezze scontate.

    *Consigliere Provinciale Prc Lecce (da aprileonline.info

  24. nonviolento said

    Caro Pietro i casi sono due o hai delle enormi difficoltà di trasfromazione dal pensiero alla interpretazione dello stesso o sei in malafede totale. Affermare che non si hanno gli strumenti per analizzare un fenomeno nuovo come quello di quella che oramai un po tutti chiamano Onda, non significa affatto lasciarli soli o dargli buffetti di comprensione e di affetto, ma lanciare un sasso nello stagno, significa dire cari compagni/e siamo inadeguati a capire ciò che accade intorno a noi e nello stesso tempo chiedersi: perchè siamo inadeguati? Il tuo problema caro Fattori, come quello di tanti altri è che vi rifugiate dietro a critiche linguistiche o semantiche perchè non volete vedere il sasso e le onde che ha sollevato.

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