Rifondazione per la sinistra

Un manifesto per la rifondazione

Costruire la Sinistra: il tempo è adesso

Posted by carbonetti battistino su 7 novembre 2008

 

 

 

Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un’altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi. Che è possibile rispondere all’insulto criminale che insanguina il Mezzogiorno e vuole ridurre al silenzio le coscienze più libere. Che è possibile dare dignità al lavoro, spezzando la logica dominante che oggi lo relega sempre più a profitto e mercificazione. Che è possibile affermare la libertà delle donne e vivere in un paese ove la laicità sia un principio inviolabile. Che è possibile lavorare per un mondo di pace. Che è possibile, di fronte all’offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere – come fece Einstein – che l’unica razza che conosciamo è quella umana. Che è possibile attraverso una riconversione ecologica dell’economia contrastare i cambiamenti climatici, riducendone gli effetti ambientali e sociali. Che è possibile, dunque,  reagire ad una politica miserabile la quale, di fronte alla drammatica questione del surriscaldamento del pianeta, cerca di bloccare le scelte dell’Europa in nome di una cieca salvaguardia di ristretti interessi.
Cambiare questo paese è possibile. A patto di praticare questa speranza che oggi cresce d’intensità, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi  in realtà. E’ questo il compito primario di ciò che chiamiamo sinistra.
Viviamo in un paese e in un tempo che hanno bisogno  di un ritrovato impegno e di una nuova sinistra, ecologista, solidale e pacifista. La cronaca quotidiana dei fatti è ormai una narrazione impietosa dell’Italia e della crisi delle politiche neoliberiste su scala mondiale. Quando la condizione sociale e materiale di tanta parte della popolazione precipita verso il rischio di togliere ogni significato alla parola futuro; quando cittadinanza, convivenza, riconoscimento dell’altro diventano valori sempre più marginali; quando le donne e gli uomini di questo paese vedono crescere la propria solitudine di fronte alle istituzioni, nei luoghi di lavoro – spesso precario, talvolta assente – come in quelli del sapere; quando tutto questo accade  nessuna coscienza civile può star ferma ad aspettare.  Siamo di fronte ad una crisi che segna un vero spartiacque. Crollano i dogmi del pensiero unico che hanno alimentato le forme del capitalismo di questi ultimi 20 anni. Questa crisi rende più che mai attuale il bisogno di sinistra, se essa sarà in grado di  farsi portatrice di una vera alternativa di società a livello globale.
E’ alla politica che tocca il compito, qui ed ora, di produrre un’idea, un progetto di società, un nuovo senso da attribuire alle nostre parole. Ed è la politica che ha il compito di dire che un’alternativa allo stato presente delle cose è necessaria ed è possibile. La destra orienta la sua pesante azione di governo – tutto è già ben chiaro in soli pochi mesi – sulla base di un’agenda che ha nell’esaltazione persino esasperata del mercato e nello smantellamento della nostra Costituzione repubblicana i capisaldi che la ispirano. Cosa saranno scuola e formazione, ambiente, sanità e welfare, livelli di reddito e qualità del lavoro, diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell’Italia di domani, quel domani che è già dietro l’angolo, quando gli effetti di questa destra ora al governo risulteranno dirompenti e colpiranno dritto al cuore le condizioni di vita, già ora così difficili, di tante donne e uomini?
E’ da qui che nasce l’urgenza e lo spazio – vero, reale, possibile, crescente – di una nuova sinistra che susciti speranza e chiami all’impegno politico, che lavori ad un progetto per il paese e sappia mobilitare anche chi è deluso, distratto, distante. Una sinistra che rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla politica, l’affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci da agitare verso il presente. Una sinistra che assuma la sconfitta di aprile come un momento di verità, non solo di debolezza. E che dalle ragioni profonde di quella sconfitta vuole ripartire, senza ripercorrerne gli errori, le presunzioni, i limiti. Una sinistra che guardi all’Europa come luogo fondamentale del proprio agire e di costruzione di un’alternativa a questa globalizzazione. Una sinistra del lavoro capace di mostrare come la sua sistematica svalorizzazione sia parte decisiva della crisi economica e sociale che viviamo.
Per far ciò pensiamo a una sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle cose di questo tempo e di questo mondo. Una politica della pace, non solo come ripudio della guerra, anche come quotidiana costruzione della cultura della  non violenza e della cooperazione come alternativa alla competizione. Una sinistra dei diritti civili, delle libertà, dell’uguaglianza e delle differenze. Una sinistra che non sia più ceto politico ma luogo di partecipazione, di ricerca, di responsabilità condivise. Che sappia raccogliere la militanza civile, intellettuale e politica superando i naturali recinti dei soggetti politici tradizionali. E che si faccia carico di un’opposizione rigorosa , con l’impegno di costruire un nuovo, positivo campo di forze e di idee per il paese. La  difesa del contratto nazionale di lavoro, che imprese e governo vogliono abolire per rendere più diseguali e soli i lavoratori e le lavoratrici è per noi l’immediata priorità, insieme  all’affermazione del valore pubblico e universale della scuola e dell’università e alla difesa del clima che richiede una vera e propria rivoluzione ecologica nel modo di produrre e consumare.
Lavorare da subito ad una fase costituente della sinistra italiana significa  anche spezzare una  condizione di marginalità – politica e persino democratica –  e  scongiurare la deriva bipartitista , avviando   una  riforma delle pratiche politiche novecentesche.
L’obiettivo è quello di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità: non la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico, partecipativo, inclusivo. Per operare da subito promuoviamo l’associazione politica “Per la Sinistra”, uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra italiana, avviando adesioni larghe e plurali.
Fin da ora si formino nei territori comitati promotori provvisori, aperti a tutti coloro che sono interessati al processo costituente , con il compito di partecipare alla realizzazione, sabato 13 dicembre, di una assemblea nazionale. Punto di partenza di un processo da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d’intenti, un nome, un simbolo, regole condivise. Proponiamo di arrivare all’assemblea del 13 dicembre attraverso un calendario di iniziative  che ci veda impegnati, già da novembre, a costruire un appuntamento nazionale sulla scuola e campagne  sui  temi    del   lavoro e dei diritti negati, dell’ambiente e contro il nucleare civile e militare e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Sappiamo bene che non sarà un percorso semplice né breve, che richiederà tempo, quel tempo che è il luogo vero dove si sviluppa la ricerca di altri linguaggi, la produzione di nuova cultura politica, la formazione di nuove classi dirigenti. Una sinistra che sia forza autonoma – sul piano culturale, politico, organizzativo – non può prescindere da ciò. Ma il tempo di domani è già qui ed è oggi che dobbiamo cominciare a misurarlo. Ecco perché diciamo che questo nostro incontro segna, per noi che vi abbiamo preso parte, la comune volontà di un’assunzione individuale e collettiva di responsabilità. La responsabilità di partecipare a un percorso che finalmente prende avvio e di voler contribuire ad estenderlo nelle diverse realtà del territorio, di sottoporlo ad una verifica larga, di svilupparlo lavorando sui temi più sensibili che riguardano tanta parte della popolazione e ai quali legare un progetto politico della sinistra italiana, a cominciare dalla pace, dall’equità sociale e dal lavoro, dai diritti e dall’ambiente alla laicità.
Noi ci impegniamo oggi in questo cammino. A costruirlo nel tempo che sarà richiesto. A cominciare ora.

Roma, 7 novembre 2008

 
Primi firmatari:

Mario    Agostinelli, Vincenzo Aita, Ritanna Armeni, Alberto Asor Rosa, Angela Azzaro, Fulvia     Bandoli, Katia Belillo, Giovanni Berlinguer, Piero Bevilacqua, Jean Bilongo, Maria Luisa Boccia, Luca Bonaccorsi, Sergio Brenna, Luisa Calimani, Antonio Cantaro, Luciana Castellina, Giusto Catania, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Raffaella Chiodo, Marcello Cini, Lisa Clark, Maria Rosa Cutrufelli, Pippo Delbono, Vezio De Lucia, Paolo De Nardis, Loredana De Petris, Elettra Deiana, Carlo De Sanctis, Arturo Di Corinto, Titti Di Salvo, Daniele Farina, Claudio Fava, Carlo Flamigni, Pietro Folena, Enrico Fontana, Marco Fumagalli, Luciano Gallino, Franco Giordano, Giuliano Giuliani, Umberto Guidoni, Leo Gullotta, Margherita Hack, Paolo Hutter, Francesco Indovina, Rosa Jijon, Francesca Koch, Wilma Labate, Simonetta Lombardo, Francesco Martone, Graziella Mascia, Gianni Mattioli, Danielle Mazzonis, Gennaro Migliore, Adalberto Minucci, Filippo Miraglia, Marco Montemagni, Serafino Murri, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Paolo Naso, Diego Novelli, Alberto Olivetti, Moni Ovadia, Italo Palumbo, Giorgio Parisi, Luca Pettini, Elisabetta Piccolotti, Paolo Pietrangeli, Fernando Pignataro,  Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Alì Rashid, Luca Robotti, Massimo Roccella, Stefano Ruffo, Mario Sai, Simonetta Salacone, Massimo L. Salvadori, Edoardo Salzano, Bia Sarasini, Scipione Semeraro, Patrizia Sentinelli, Massimo Serafini, Tore Serra, Giuliana Sgrena, Aldo Tortorella, Gabriele Trama, Mario Tronti, Nichi Vendola

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141 Risposte to “Costruire la Sinistra: il tempo è adesso”

  1. ALL RED said

    Speriamo sia la volta buona. In bocca al lupo compagni. Sempre al vostro fianco.

  2. arcangelo s. said

    ancora una volta si parla di unità ma si pratica la divisione !
    ancora una volta il ceto politico cerca di ripulirsi la coscienza sporca degli errori commessi !
    sono stufo
    arcangelo sannio

  3. Marco Renzini said

    Ovio che io ci sto.
    Ci sono già le tessere della Associazione ” Per la Sinistra ” ?
    Non dobbiamo assolutamente perdere tempo.
    Consiglio di raccogliere nel frattempo adesioni utilizzando il documento sopra riportato.

  4. Roberto "Brontolo" said

    Era ora!! Da qualche settimana si è ricominciato a respirare un’aria diversa in questo paese.
    Cari compagni e care compagne anche io sono al vostro fianco.
    Roberto Travaglini

  5. nonviolento said

    Vero, c’è tanto del cosidetto ceto politico, ci sono i nomi di coampagni/e che hanno fatto parte della stortia della sinistra e della sinistra comunista in Italia. Ma anche altro, peccato che tu non sappia leggerlo. Peccato che tu non abbia letto le altre centinaia e centiani di firma già apposte su altrew decine di comunicati come questo efrimati già in tutte le regioni italiane. Allora avresti letto nomi di esponentu delmovimento ambientale, di associazioni per il territori, di sindaclisti, e molto altro. Sempre meglio che capipolo populisyi o ceti poltici di mezza tacca. Da come accenni alla divisione poi non mi pare che il ciò a cui tu fai riferimento sia esente da ceto poltico, ah è vero i vostri una preistoria fa hanno fatto gli operai per qualche mese…….

  6. Roberto "Brontolo" said

    Tra i firmatari noto con piacere enorme Simonetta Salacone, dirigente scolastica della scuola “Iqbal Masih” di Roma, la scuola che è stata l’avanguardia del movimento contro il Decreto Gelmini e punto di riferimento, proprio soprattutto nella persona del suo dirigente scolastico, di centinaia di insegnanti e genitori che si sono mobilitati in queste settimane.
    Caro Arcangelo #2, penso proprio che il ceto politico lo lasceremo a discutere e litigare dentro la dirigenza del PRC…noi andiamo avanti proprio con quella società che solo a chiacchiere qualcuno a Chianciano diceva di voler tornare a rappresentare.

  7. francesco said

    la possibile tentazione alla chiusura in sé stessi, la tentazione all’isolamento… una COSTITUENTE per aprire una nuova prospettiva della sinistra… L’unità a sinistra si fa guardando al futuro piuttosto che al passato… (per dare) vita a una nuova forza aggregante (…) capace di mettere in campo l’insieme del mondo del lavoro e nuove soggettività, che si collocano in posizione critica verso l’attuale società”.

  8. francesco said

    occorre “cambiare per non tradire noi stessi” perché “se oggi (…) vogliamo riaffermare credibilmene con forza che il bisogno del socialismo è ineliminabile, che la prospettiva del socialismo è la prospettiva del futuro, non possiamo non liberarci fino in fondo da un vecchio involucro ideologico”… contro “la possibile tentazione alla chiusura in sé stessi, la tentazione all’isolamento… una COSTITUENTE per aprire una nuova prospettiva della sinistra… L’unità a sinistra si fa guardando al futuro piuttosto che al passato… (per dare) vita a una nuova forza aggregante (…) capace di mettere in campo l’insieme del mondo del lavoro e nuove soggettività, che si collocano in posizione critica verso l’attuale società”…

  9. francesco said

    ah… dimenticavo il testo del post n. 8 è di Occhetto, 1989- alla Bolognina !!!
    stratosferico e mirabolante !!! uguale a quello de La Sinistra… che non guarda indietro, guarda al futuro… senza torcicollo… peccato che siate in ritardo di 20anni!!! ma come vedete non è mai troppo tardi… ah rincontrerete anche Cossutta…
    sì Cossutta (quello vero…), mica i succedanei (tipo Grassi o Gianninni), che fortuna…

  10. Roberto "Brontolo" said

    …se a noi tocca Cossutta come dici, a voi tocca Diliberto e Rizzo…buona fortuna!

  11. Roberto "Brontolo" said

    …a proposito…meglio in ritardo di 20 anni che di 100!!!

  12. Roberto "Brontolo" said

    …ahò…stò partito sociale proprio nun decolla, è per questo che siete così concentrati su quello che facciamo noi, venite qui a criticare…anzi quasi sempre solo a provocare…ne avete di tempo da perdere ormai.

  13. Franco said

    bla bla bla bla bla bla bla…esattamene come un anno fa quando nacque la SA..nonostante dite che questa vlta è diverso!!Strano modo di unire la sinistra facendo una scissione nell’unico partito della sinistra di una certa consistenza!Complimenti davvero…alla faccia dell’unità della sinistra!!!

  14. la Casa Comune della Sinistra di Sora farà parte dell’Associazione Politica “PER LA SINISTRA”. Incominceremo fin da domani a raccogliere adesioni in tutto il nostro territorio e saremo presenti il 13 dicembre a Roma con la nostra bandiera rossa.

  15. Mario Elle said

    adesso compagni diamoci da fare.
    In tutti i comuni, in tutte le vostre realtà territoriali, prendete il testo del documento e fatelo firmare a uomini della cultura, delle professioni, della scuola, del lavoro, del sindacato e pubblicatelo sugli organi cittadini di stampa.
    Partiamo dal basso. Ognuno è artefice del processo.
    Basta chacchiere. Al lavoro. Tutti insieme.

  16. Chavez said

    La maschera è stata gettata.
    I)Com’è che si diceva prima del Congresso? Non vogliamo sciogliere rifondazione. Leggete l’intervento del professore universitario Fausto B(perito industriale che ha sicuramente i titoli per accedere alla cattedra universitaria)al Congresso di Rifo.
    II) Cos’è che si diceva dopo il congresso anche su questo sito? Nessuna scissione. La scissione è fantapolitica. Chi lo pensa è in malafede. Un po’ + di chiarezza compagni?
    III) In bocca al lupo ai professorini del conflitto . PArecchio conflitto si farà con Fava e Mussi.
    E comunque buon anniversario. Ieri era il 7 novembre.

  17. Ciò che in realtà appare difficile da comprendere è casomai come non ci si possa riconoscere nei contenuti di un documento che, diversamente da come vuole credere qualcuno, si propone di unire e non dividere, aprendosi a chi è portatore di sensibilità diverse e riconoscendo pari dignità a chi condivide con noi principi ed aspirazioni, anche se non si sente e non si è mai sentito comunista.
    Chi divide non è chi, rifiutandosi di restare rinchiuso in un angusto spazio identitario, accetta di aprirsi al confronto ed alla contaminazione.
    Certamente non bastano gli intenti e, come tutti i percorsi, anche quello appena intrapreso sarà difficoltoso e porterà con se contraddizioni e parzialità.
    Ma non potrebbe certo essere questa una ragione valida per non aderire ad un progetto che può restituire un ruolo ed una ragione d’esistere alla sinistra oggi.
    Ciò che dispiace, casomai, è vedere compagni che dopo essersi spesi a lungo perchè il partito fosse un luogo aperto oggi si sentono minacciati – tanto da accettare di condividere la guida del partito con componenti contrastate fino a poco tempo prima – da un percoso che si fonda proprio sull’inclusione, non rendendosi conto di come così stiano facendo il gioco di chi, nascondendosi dietro alla facciata della difesa identitaria, ha prima di tutto a cuore la conservazione della propria rendita di posizione.

  18. nonviolento said

    Infatti siete solo voi a chiederci di andarcene, anche a malo modo, presi da una sorta di coazione a ripetere della furiosa e purificatrice azione sullo stile polpottiano o semplicemente staliniano. Non non ce ne andiamo, se non quando le condizione della permanenza saranno impossibili da tollerare. Certo voi avete la presunzione, si legge anche nelle parole di Ferrero, che non tutto quel 47% lascerà il partito, beh, fatevi un giretto nelle fedrazioni o nei circoli favorevoli alla costituente e verrete raggelati. Se scissione non è ancora stata, non è certo per opportunismo dei dirigenti o dei cosidetti vertici, ma semmai per la loro ostinatezza a cercare ancora un possibile dialogo almeno con quelle parti della maggioraza ancora consapevoli e non raggiunte dal virus della omnipotenza e della forza solitaria, del meglio pochi ma buoni. Perchè al contrario se fosse per i territori, per la gente di base, per gli iscritti, per quel 47% di iscritti che ci hanno votato, la scissione sarebbe già avvenuta. E’ il vostro modo di ragionare che è capovolto e capovolge le logiche. Voi siete soldatini ubbidienti e se vi dicono fate questo, lo fate senza discutere, quindi anche nei riguardi di altri ragionate solo nei termini di grandi nomi, dei dirigenti, dei leader,è quindi incocepibile per voi pensare che decine di migliai di compagni che non sono dei leader abbiano preso in mano la fiaccola del cambiamento, mentre per noi è questione di orgoglio vedere decine edecine di istanze di base di territorio, agirae in modo autonomo e sorpassare i cosdetti leader e incominciare a produrre temi e isteze poltiche in modo autonomo. E’ il vostro concetto di partito e di leader che vi ha fatto perdere il contatto con la gente e che oggi vi fa perdere il contatto con una bella fetta della base di questo partito. Continuate scrivere “andatevene”, senza minimamente pensare che questo partito senza di noi sarà poca cosa, sarà assente da intere regioni, da intere provincie, sarà anche meno del PdCI che con l’appoggio dei suoi sponsor interni diverrà il propietario e padrone, viste le logiche da propietà privata che vigono all’interno di quel partito, di ciò che resta. Fatevi due calcoli e vedrete il futuro del PRC senza di noi, una salda maggioranza che va da Grassi a Rizzo e con ferrero e i moderati del aprtito sociale all’eterna opposizione, quindi non una riedizione della vecchia DP, ma una riedizione di un vecchio e datato partitino emmellista, sarà davvero spassoso vedervi marciare sotto i ritratti di lenin e di Stalin sulla stile di Servire il Popolo .Non si capisce se la vostra è solo stupidità che raggiunge la follia o una superpresunzione di voi stessi, una vera malattia psichica di super valutazione delle vostre possibilità, un po’ come i seguaci di Geova o dei altre sette religiose. A Francesco vorei rispondre che volendo si possono trovare , agendo su pezzi e frammenti, altre decine di similitudini fra discorsi e discorsi, una squallida operazione sulla stile di Radio Libertà della Cia. Certo una operazione, che servirà a rendere ancora più fedeli i trinariciuti senza cervello, ma colui che ha fatto questa ricerca e la ha spedita , come sono colabrodo le vostre “messaggerie interne”!!!, ai vari troll che lo dovevano inserire nelle discusioni “nemiche” ed in quelle amiche per esaltare i fedeli alla linea, ha fatto un buon lavoro ma lacunoso, vi erano altre parti più succulente da ragguagliare o altri discorsi ancora più significativi per la logica del tradimento insita del vostro messaggio. La Bolognina fa sempre effetto, specie per chi è rimasto aggrappato alla mentalità del golpe, sia nelle divergenze poltiche che nella presa del potere.
    Comunque volenti o nolenti siamo partiti, ed in buonissimi compagnia, pezzi di partiti, di società civile, di associazioni e nei territori la risposta è stata immediata, la stragrande maggioranza delle case della sinistra già nate si sono associate al progetto, così come associazioni territoriali e per i diritti. Il treno è partito ed ad ogni fermata si aggiungono nuove carrozze, buon viaggio a tutti noi. E un arrivederci a tutti al 13 di dicembre a Roma con l’invito a portare la vostra voglia ed il vostro pensiero, ma anche il vostro fare.

  19. FABIO MUSSI: " LA SINISTRA E' IN UN VICOLO CIECO. NUOVO SOGGETTO CON CHI CI STA ". said

    SINISTRA: MUSSI, E’ IN VICOLO CIECO. NUOVO SOGGETTO CON CHI CI STA.

    (ASCA) – Firenze, 8 nov – Sinistra Democratica lavora alla costruzione di una nuova forza di sinistra e alla ricostituzione di una alleanza di centrosinistra e se non tutta la sinistra si vorra’ unire (vedi maggioranza Prc) ”si unira’ quella che e’ possibile”. Lo ha detto Fabio Mussi, parlando con i giornalisti a margine della prima assemblea nazionale degli amministratori locali di Sinistra democratica a cui partecipano 500 delegati provenienti da tutta Italia.

    Ai giornalisti che gli chiedono quali prospettive veda Sd per il centronistra, Mussi risponde che ”allo stato dei fatti tutte le forze del centrosinistra sono in un vicolo cieco. Il Pd da solo non risalira’ dal 30% ad avere la maggioranza e le forze della sinistra sono frammentate e divise. Se non cambia qualcosa non ci saranno prospettive per nessuno”. Dunque, afferma, ”si formi una sinistra, perche’ questo Paese non puo’ restare senza una formazione pesante di sinistra, e si riformino le condizioni per una alleanza di centrosinistra.

    Per questo noi lavoriamo alla creazione di una forza di sinistra e all’alleanza con il Pd, che pero’ comporta davvero una seria discussione programmatica perche’ non ci si puo’ rassegnare a un riformismo tiepido”.

    E ai cronisti che gli chiedono pero’ quale sara’ il rapporto con Rifondazione comunista, in particolare con la maggioranza ferreriana, che non appare disponibile a seguire il progetto della forza di sinistra, Mussi si limita a rispondere che ”noi lavoriamo perche’ tutta la sinistra si unisca, se non e’ possibile si unira’ quella che e’ possibile”.

  20. ROBERTO MUSACCHIO: " LA SCISSIONE DI GIANNI E PINOTTO ". said

    http://www,rifondazioneperlasinistra.it

    La scissione di Gianni e Pinotto.

    di Roberto Musacchio*

    Ho deciso di chiedere ospitalità al sito di rifondazione per la sinistra per scrivere questa volta in stile blog, cioè partendo da me.
    Posso dire, a 52 anni, di avere avuto una vita politica abbastanza lunga, cominciata nei movimenti studenteschi di inizio anni settanta e che potrei considerare contrassegnata da una ricerca di “fedeltà”, ma anche, purtroppo, da esperienze di separazioni dolorose.
    Come si dice per la vita sentimentale, posso dire di aver avuto tre matrimoni abbastanza lunghi.
    Il primo, da “piccolo” col Manifesto e poi PDUP.
    Il secondo col PCI.
    Il terzo, più lungo e maturo, col PRC.
    I “partner” dei miei matrimoni politici cambiavano se stessi in modi travagliati durante il matrimonio e, magari, finivano con lo sciogliersi.
    Ho vissuto col PDUP molte scissioni da ciò che poi diventerà Democrazia Proletaria.
    I travagli del PCI cominciarono pochi anni dopo il mio ingresso.
    E poi il PRC.
    Ho sempre cercato di evitare rotture perché tendo alla continuità, ma ho sempre messo al centro la politica per cercare di decidere per il meglio.
    Ora che sono più “vecchio” vorrei aggiungere anche un po’ di distacco rispettoso per evitare i troppi veleni che ho vissuto.
    Mi permetterò comunque qualche “affettuoso” motto di spirito che spero venga compreso.
    Io ho militato nel PDUP perché mi sembrava capace di rappresentare una radicalità in grado in qualche modo di interloquire con quel partito che manteneva la rappresentanza della classe e cioè il PCI. E non a caso, forse, l’unico dei “gruppi” della nuova sinistra a dichiararsi comunista. Altri cercarono più direttamente di sottrarre la rappresentanza al PC, ma non ci riuscirono.
    La fine del PCI ha rappresentato per me un cambio di paradigma. Avevo contrastato l’occhettismo con forza ma senza arroccarmi nel vecchio identitarismo e anche in nome di una rifondazione che ad esempio tenesse dentro la critica da sinistra del socialismo reale e dello sviluppismo.
    Contrasto duro perché l’occhettismo metteva insieme il nuovismo e le vecchie pratiche di asprezza del partito.
    Per questo suggerisco a chi non ha vissuto quel conflitto assai impegnativo di evitare di rivolgermi l’accusa di occhettismo perché si sfiora il ridicolo e l’irricevibile.
    Ma, dicevo, la fine del PC ha cambiato il mio schema.
    La rappresentanza sociale non era più delegabile e l’idea di un nuovo partito di massa diveniva attuale. Per questo non ho avuto dubbio alcuno a separarmi dalla mia “famiglia” del PDUP quando Magri e i comunisti unitari sono usciti. Ma ho vissuto l’uscita come un impoverimento. Come mi sono considerato impoverito dall’uscita di Cossutta seppur inevitabile. L’accelerazione della rifondazione é stato anche il tentativo di rispondere a questi impoverimenti e di cogliere il nuovo, come il movimento, per farne il protagonista della fase che si apriva. E protagonista, il PRC, lo é stato. Nella realtà sociale, dalle lotte nei consigli a quelle del movimento di Genova.
    E nella realtà politica dalla rottura col primo Prodi al tentativo del secondo Prodi, ma la dimensione di massa é stata solo sfiorata.
    Diceva Libertini, con cui dissentivo su molto, ma non su questo, che sotto il 10 per cento non ci si può dire partito. E noi il 10 per cento non l’abbiamo mai fatto.
    Intanto la società cambiava e la dimensione “di massa” richiede nuove riflessioni. Sta di fatto che tutti gli eredi del PDS, DS e poi PD, hanno mantenuto questa dimensione e noi l’abbiamo persa. Si può credere che sia colpa di due anni di governo?
    Oppure, come qualcuno pensa e dice, del “bertinottismo”?
    Francamente non é serio politicamente. In fondo, però é quello che pensano quelli che credono si possa partire solo dal PRC e riavvolgere indietro la pellicola.
    Non capisco perché ciò che non é riuscito a Bertinotti-Cossutta dovrebbe riuscire a Ferrero-Grassi. Se mi si passa la battuta, che vuole essere affettuosa, é come se si passasse da Stallio e Ollio, per me due geni, a Gianni e Pinotto, che sono al più simpatici e caratteristici.
    E se ci mettiamo altri dirigenti delle formazioni comuniste si può arrivare al trio Lescano. E siccome non voglio tenermi fuori, mi candido a fare la mano della famiglia Adams. Scherzo. Anche se le cose in realtà sono assai serie. Il PRC non ce l’ha fatta: é questo il problema. Ha dato molto. Poteva di più. Ad esempio con la Sinistra Europea, intuizione geniale avversata in nome dell’internazionale comunista.
    Ma basta vedere alcune cose dette e fatte in questa ultima fase, nel rapporto con i movimenti, il ritorno dei servizi d’ordine, o nella cultura istituzionale, tutto é partito, o nella cultura politica, il tradimento del comunismo come categoria per ottenere consenso, per capire che la stessa innovazione non ha fatto molti passi in avanti.
    Naturalmente, dal mio punto di vista. Io non ho nessuna centralità elettoralistica, ma se ci si rassegna a otto liste elettorali (contatele, da ferrando ai radicali) non si ha più la bussola di massa. Naturalmente la diaspora non é elettorale ma politica. E lì vale ciò che ho detto prima sul PRC: non ce l’abbiamo fatta, almeno fin qui.
    C’é da ricostruire un soggetto di massa. Constato che l’identità comunista, difesa giustamente dalla bolognina, fin qui non ci é riuscita. Naturalmente non ce l’ha fatta neanche chi ha voluto prescindere da essa, così importante per quello che rappresenta nella realtà del paese. La scissione di SD é stata al di sotto di ciò che poteva essere. Anche per l’epoca cambiata dai tempi dell’uscita del PRC. Qui é il punto. Il nuovo nesso tra dimensione di massa e società mutata. Soprattutto la difficoltà del mondo del lavoro ce ne parla.
    E non si risolve con un po’ di populismo. Lo “scontro ideologico” sempre più rancoroso é l’effetto di questa difficoltà. Non certo la soluzione.
    Si può pensare, come qualcuno fa che, dopo Chianciano, regni nel PRC l’ordine, come nella Danimarca dopo la more di Amleto? “Non ci fate perdere tempo” ha scritto un vecchio militante cui pure voglio bene. Non mi pare che di questo si tratti. Anzi, posso dire che troppa mia vita politica, e, grazie anche al ruolo, ne faccio tanta, non trova più utilità nel partito.
    Un partito impoverito anche nei quadri, come lo é stato per ogni scissione.
    Serve la politica, politica di massa. Se non ci si riesce e ci si rassegna alla diaspora, tra otto piccoli partitini o liste elettorali, non resta che scegliere per affinità culturale, come fu al tempo del PDUP, o starsene fuori.
    Siamo ancora in tempo, se sapremo farci guidare dalla politica, perché il nostro futuro é nelle nostre mani.

    * Eurodeputato del PRC

  21. CLAUDIO FAVA: " UN SOGGETTO POLITICO, NON UN CIRCOLO CULTURALE ". said

    http://www.aprileonline.info

    Un soggetto politico, non un circolo culturale.

    Marzia Bonacci.

    07 novembre 2008

    L’intervista : Per il coordinatore di Sinistra democratica, Claudio Fava, la società è in fermento e chiede una nuova rappresentanza a sinistra che se ne faccia portavoce. Una sinistra di governo ma radicata nel corpo sociale è il fine dell’associazione che sta costruendo insieme all’area di Vendola, a una parte del PdCI e dei Verdi e che, dopo una consultazione di base, deciderà se dar vita ad un partito

    Claudio Fava, coordinatore di Sinistra democratica, ci racconta motivazioni, aspirazioni e tappe ufficiali che animano questo nuovo progetto, che oggi presenta un documento -“Costruire la Sinistra: il tempo è adesso”- base di un’ associazione politica. La società attuale registra un crescente dinamismo e, allora, una sinistra che se ne faccia portavoce appare indispensabile. Ben sapendo che viste le prossime scadenze elettorali (su tutte la tornata per l’Europa), ci sarà bisogno di non riproporre il vecchio schema del cartello elettorale stile Sinistra arcobaleno, ma qualcosa che sia propedeutico ad una nuova soggettività, anche partitica. Ma questo va deciso insieme e con l’apporto della società civile, che resta a suo dire il protagonista principe dell’iniziativa.
    Oggi viene presentato il documento “Costruire la Sinistra: il tempo è adesso” che è base dell’associazione politica. Una nuova ripartenza della sinistra a sinistra del Pd?

    Si, perché c’è bisogno di investire una grande generosità per non riproporre procedure stanche e sgradevoli già bocciate in passato dalla nostra gente e dagli elettori, cercando invece di inventare un nuovo modo di fare sinistra.

    E come si rende possibile questo nuovo modo di fare sinistra?

    Soprattutto evitando di affidare un progetto politico ad una enclave di gruppi dirigenti, scegliendo al contrario di rendere protagonista la società civile, la sinistra diffusa, la quale, insieme alla politica di impianto più tradizionale, possa animare questo percorso politico.

    Dal punto di vista concreto cosa farete per garantire un maggior protagonismo dal basso?

    Il 13 dicembre lanceremo la nostra assemblea costituente e da quel momento partirà una grande consultazione che servirà non soltanto a confermare ciò che proporremo, cioè nome e simbolo di questa associazione politica, ma a dar vita a una sorta di primarie delle idee, che sono un modo per fabbricare un progetto politico che non nasca nel concistoro tra segretari ma sia condiviso, aperto, allargato. La formazione dei gruppi dirigenti, le scadenze elettorali, l’identificazione e la selezione delle candidature: tutto deve essere frutto di un percorso democratico e partecipato. La sinistra deve tornare ad essere un concetto inclusivo, altrimenti il corpo sociale, oggi più che mai protagonista, continuerà a non accorgersi della nostra presenza.

    Il corpo sociale che è sempre più protagonista, sempre più in fermento. Quanto ha contribuito questo dato alla nascita della vostra iniziativa?

    Molto. Il clima sociale, che è cambiato indipendentemente da Obama, al contrario di quanto sostenga Veltroni, ha fatto crescere l’urgenza di dare corpo e senso anche politico a questo attivismo della società.

    Sotto le braci di questa associazione politica cova il fuoco di un nuovo partito?

    Il partito, come soggetto e entità generale, deve rivedere forme, regole, tradizione. Bisogna infatti immaginare modalità di partecipazione alla politica che siano un po’ più leggere, capillari e coinvolgenti. Ed occorre soprattutto che siano decise insieme.

    Quindi qual è lo scopo che vi proponete?

    La certezza è che vogliamo dar vita ad un soggetto politico, quali saranno le forme che assumerà lo decideremo insieme. Ribadisco che non si tratta di un circolo di cultura o di discussione, è un soggetto politico che vuole darsi rappresentanza istituzionale, che vuole concorrere alla ricostruzione di un centrosinistra nel paese, che vuole dare il suo contributo per superare questo periodo di egemonia culturale e politica del centrodestra, reputandolo non come un risultato invitabile del nostro destino.

    Comunque è un rilancio del tradizionale progetto della costituente della sinistra?

    Si è lo stesso progetto.

    Nel futuro prossimo però ci saranno le elezioni europee che non possono che essere un banco di prova anche per voi, soprattutto se doveste costituirvi in partito…

    E’ inevitabile. Ma vorremmo arrivare a questo banco di prova elettorale in modo diverso da come ci si arrivò con Sinistra Arcobaleno.

    Avresti preferito che in questa iniziativa politica ci fosse dentro tutta Rifondazione?

    Lo avrei preferito ma patto di condividere lo stesso orizzonte strategico che non è quello dell’opposizione oggi per l’opposizione domani, che non consiste nel recupero identitario tout court. Perché la necessità è conservare storie e identità ma per costruire qualcosa di diverso e nuovo.

    Non l’opposizione per l’opposizione dunque. Quindi l’aspirazione è quella di animare una sinistra di governo e un nuovo centrosinistra?

    Si. L’obiettivo è quello di creare una sinistra che si ponga il problema di trasformare questo paese e per farlo bisogna, certamente ed anche, sapere governare. La sinistra non sta al governo o alla opposizione per definizione, ma si trova in un ruolo o nell’altro a seconda della volontà dell’elettore. Noi vorremmo che i nostri elettori ci dessero mandato per tornare a governare il paese all’interno di una alleanza di centrosinistra, che sia però diverso da ciò che abbiamo conosciuto in questi anni.

    Prossime tappe ufficiali della neonata associazione?

    Oggi la presentazione del documento dell’associazione, poi il 13 dicembre ci sarà una grande assemblea per la costituente che lancerà anche una fase di consultazione ampia su contenuti e non solo. L’appuntamento sarà preceduto in queste settimane da una serie di appuntamenti e momenti locali, perché l’associazione cominci ad esistere e costruire il percorso che poi porterà all’assemblea. Del resto questo sta già accadendo nei territori, nella realtà, nella società.

  22. Chavez said

    Se ci fosse il campionato di rigiramento di frittate sareste sicuramente campioni del mondo. L’unità della sinistra comincia proprio bene, dalla scissione di 2 partiti.
    In bocca al lupo, compagni,è necessario, visti i compagni di viaggio che vi siete scelti.
    Nessuna scissione, nessuna scissione. (dopo il congresso).
    Nessuna scissione, nessuna scissione. (quando Berluska voleva mettere lo sbarramento alle Europee)
    Scissione, scissione. (Quando il progetto è rientrato.)
    Ultima cosa. Bertinotti lancia lo sciopero generale? ma se non ha mai fatto nulla nella sua vita, oltre a distruggere Rifondazione comunista s’intende.

  23. Roberto "Brontolo" said

    Quando ha portato il partito all’8% alle elezioni politiche Bertinotti andava bene, adesso è l’unico artefice e responsabile di tutte le sconfitte della sinistra….come analisi politica mi fa veramente tristezza e la dice lunga sul baratro politico in cui voi ORA avete portato Rifondazione. Bè ti vorrei ricordare che a dirigere Rifondazione c’era pure Ferrero, è stato anche ministro del governo Prodi….do you remember? Ognuno è libero di scegliere i propri compagni di viaggio e tra i firmatari dell’appello ce ne sono parecchi che da soli valgono e rappresentano ben più di tanti duri e puri del comunismo (il vostro s’intende) tutti insieme. Pensate ai vostri di futuri compagni di viaggio, emulatori grigi e tristi dello stalinismo più becero.

  24. nonviolento said

    E a sentire gli altri componenti del gabinetto un ministro molto poco combattivo. Forse pensava già agli sgambetti futuri.

  25. GENNARO MIGLIORE: " La Sinistra, oggi è più utile di prila che sia unita ". said

    SINISTRA: MIGLIORE, OGGI PIU’ UTILE DI PRIMA CHE SIA UNITA

    (ASCA) – Firenze, 8 nov – ”Oggi una sinistra unita e’ piu’ utile di prima”.

    A dirlo e’ Gennaro Migliore, di Rifondazione comunista (area Vendola), che rivendica la necessita’ di riaprire una discussione all’interno del partito. ”Abbiamo avanzato la proposta di ridiscutere di questo dentro il partito con un congresso straordinario”, rileva Migliore sottolineando che ”sono cambiate almento quattro cose molto importanti: il ruolo della Cgil, la presenza dei movimenti, la crisi mondiale e la vittoria di Obama”.

    In questo quadro, secondo l’esponente del Prc, l’Associazione ‘Per la sinistra’ nata ieri ”e’ una grande opportunita’ e bisogna investire molto per la sua buona riuscita, per costruire uno spazio in cui ci possano anche essere dei ripensamenti” da parte di chi non ha aderito all’idea di costituire una nuova forza di sinistra.

    Intanto, pero’, e’ necessario costituire ”un cartello elettorale alle prossime europee per combattere la frammentazione. Noi – conclude Migliore – chiediamo che il partito si esprima su questo”.

  26. VENDOLA: EUROPEE, PRESENTARSI UNITI PER UNA SINISTRA EUROPEA. said

    Fonte: Agenzia stampa IRIS PRESS
    07/11/2008.

    EUROPEE: VENDOLA, PRESENTARSI UNITI PER UNA SINISTRA EUROPEA.

    Il governatore della Puglia presenta un documento sottoscritto anche da Fava, Migliore e Cento.

    (IRIS) – ROMA, 7 NOV – “Spero che tutti i leader riflettano per evitare ulteriori danni alla sinistra. L’obiettivo deve essere non la sopravvivenza di questo o quel frammento, ma la ricostruzione di una sinistra europea” Nichi Vendola lancia la proposta al segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, in vista delle prossime scadenza elettorali, con il documento ‘Costruire la sinistra, il tempo è adesso’. Il governatore della Puglia parla di “evitare di farci del male” con un gesto di “maturità politica”, che nei fatti si traduce nell’alleanza di tutte le forze collocate a sinistra del Pd, senza riproporre la Sinistra Arcolbaleno. A sottoscrivere il progetto ci sono anche il coordinatore di Sinistra Democratica Claudio Fava, l’ex capogruppo alla Camera del Prc Gennaro Migliore, i verdi Paolo Cento e Loredana De Petris.

  27. Chavez said

    I)Chi ha voluto fare a tutti i costi il presidente della Camera, dopo aver detto “andiamo al Governo”? Quale era la scelta consequenziale dal pdv politico di questa affermazione?
    Era questa : Visto che il partito ha deciso di andare al Governo facciamo il possibile per ottenere un ministero “pesante” magari quello del lavoro, per potere incidere veramente nelle condizioni di vita di chi diciamo e dite di rappresentare .
    E’ chiaro che con l’impuntatura di Bertinotti (dettata sia da un’analisi errata dei poteri di condizionamento della vita politica che Bertinotti riteneva che avesse la terza carica dello Stato, come ai tempi di Ingrao, che da un malcelato narcisismo) abbiamo ottenuto un ministero con deleghe dimezzate, senza poteri di incidere sulla realtà, se non in maniera marginale (vedi il piano case,la reintroduzione del falso in bilancio, il diritto alla pensione per i dipendenti delle cooperative).
    La presidenza della Camera invece è stato un laccio per tenerci al guinzaglio del Governo. E’ chi è il responsabile di questo? Secondo la vulgata popolare, il professor Fausto B. si è venduto per la Presidenza della Camera.
    Chi si è fatto avanti ed ha accettato la proposta di candidatura a leader della S.a.? Di nuovo lui.
    Chi era visto come uno dei principali esponenti della casta? Di nuovo lui.
    Chi, invece di dire dopo la sconfitta elettorale compagni riflettiamo pensiamo, analizziamo aveva pronto un appello per lo scioglimento di Rifo (da lui stesso confermato al Congresso determinando di fatto questa scissione? Io?

    II)I nostri compagni di viaggio saranno pure beceri e stalinisti, almeno sono persone oneste che non hanno bisogno di fare nomine per assecondare le proprie ambizioni personali da professore universitario.Ma siamo in maggioranza e faremo egemonia.

    II) I Vostri compagni di viaggio sono i grandi professorini che vi daranno il verbo, perchè non siete abituati a utilizzare lo strumento intellettuale che dovrebbe caratterizzare ogni comunista, ogni persona che si definisce di sinistra e cioè la capacità critica.

  28. Chavez said

    “Senza riprorre la SA” e “cartello elettorale” non possono essere associate “per la contraddiziòn che nol consente”

  29. nonviolento said

    Le solite note di scuola pansiana, siate alla frutta.
    Bella quella poi sull’onestà dei vostri amici stalinisti, ti sei dimenticato ovviamente quando a Milano nel suo comizio giurò e spergiurò che nessuna scissione era in vista, così dissero anche i vari Rizzo e Diliberto, come fino all’ultimo nei CPF. Intanto già attrezzavano le sedi, ,compravano quella nazionale con i soldi dei Ds, acquisivano il simbolo grazie all’intercessione dei DS, propietari del sinbolo dell’ex PCI e dove potevano farlo, attraverso i responsabili organizzativi, mettevano i soldi delle federazioni e dei circoli in altri conti bancari. Cazzo fulgidi esempi di onestà, almeno noi facciamo tutto alla luce del sole e non come topi nelle fogne.
    Riguardo poi a professorini meglio che lasci perdere , fatti un bel esame di coscienza, che di professorini, scadenti, siete pieni zeppi.

  30. annaD said

    x non violento: non rispondere, saltalo

  31. Chavez said

    State facendo tutto alla luce del sole? Come l’appello allo scioglimento del partito pronto prima delle elezioni e confermato da Berty al Congresso? Come la storia della scissione sempre negata ed oggi sostanzialmente confermata? Come la storia nessuna riproposizione della SA e poi il buon Vendola che propone un cartello elettorale? N’ada voda?

    Quindi il fatto di aver richiesto e preteso la terza carica dello Stato, visto che sarebbero delle accuse pansiane, è stata una scelta giusta? E allora continuiamo nell’arte diabolica del perseverare e nella miopia politica.

    Sul pdci, beh anche il più vicino alle loro posizione, Claudio Grassi, dice di aprire le liste elettorali al pdci e quindi di inglobarli non di fare una fusione. Credo che saremmo un po’ di più noi o no? E non credete che qualche egemonia si faccia? o no?

    Continuando sul tema credo che la scelta della scissione, come già detto, sia una scelta politicamente miope e sbagliata che ripropone schemi occhettiani dell’oltrismo e aggregazioni di ceto politico senza gambe reali nella società (una operazione marxianamente ideologica) e fatta per trovare qualche posto a dirigenti trombati. Tra 2 o 3 anni ci ritroveremo di nuovo insieme a fare un nuova sa bonsai.L’ennesima scissione di Rifo non motivata da scelte ideali ma + prosaicamente laburistiche. Trovare posti di lavoro insomma. Sono contento che avete così a cuore l’occupazione.
    Poi anche io credo che tra qui e 5-6 anni qualche cosa vada fatto e che prc sia insufficiente ma quello che ci proponete è un salto nel buio. La storia ci insegna che quando si è abbandonata la falce e martello (che non va considerata un feticcio ma come ideologia gramscianamente intesa, di radicalità, di complesso di idee per trasformare la società) si è sempre finiti nel moderatismo, vedi il psi o il pci.

    Bisogna ripartire dai bisogni concreti, dalle battglie, dalla utilità sociale e unirsi con chi si trova dalla stessa parte della barricata. Il nuovo partito verrà da sè, come il comunismo nel film di Benigni “Berlinguer ti voglio bene”, non con lezioncine tenute dai vari professorini che molto spesso dopo anni si trovano a fare mea culpa sulle loro dichiarazioni sbagliate. ( a parte Luciano Gallino, immenso).La proposta invece è cartello elettorale e aggregazione di ceto politico . Di nuovo. Viva la novità.

    Compagni, parlate con la gente in carne ed ossa che si alza presto la mattina per andare a lavorare, come me e tanti altri e non solo con il ceto, vi accorgerete di molte cose interessanti.

  32. Carlo said

    “Non violento”, sei un volgare assassino pagato dal Pd…
    Finirai a Piazzale Loreto

  33. Chavez said

    Fate fare pure questi interventi ai Vostri? Qui siamo veramente all’ammazzacaffè altro che alla frutta.

  34. IL CAMMINO DELLA NUOVA SINISTRA E' INCOMINCIATO.. said

    http://www.sinistra-democratica.it

    Il cammino della nuova sinistra è cominciato.

    “L’Italia ha bisogno di una sinistra”. E’ con queste parole che Moni Ovadia, teatrante come lui ama definirsi, ha aperto la conferenza stampa convocata per presentare un documento importante, quello scritto a seguito delle due riunioni del Tavola della Costituente della Sinistra che si sono tenute nelle scorse settimane. “Gli uomini e le donne di quel Tavolo si sono assunti la responsabilità di fare una proposta” ha affermato Maria Luisa Boccia, quella appunto contenuta nel Documento e che risponde all’affermazione di Ovadia “Abbiamo una grande ambizione politica – ha aggiunto la Boccia – quella di costruire un soggetto di sinistra in grado di stare nel cambiamento”. Si, cambiamento è stata una delle parole più pronunciate nel corso della mattinata. Il cambiamento è quello salutato dalla elezione di Obama a presidente degli Usa che dimostra secondo Ovadia che “l’utopia ha oggi spazio e funzione” e va quindi rincorsa e possibilmente realizzata.
    Ci sono altre due parole più e più volte ripetute dai partecipanti all’incontro. E’ stato Claudio Fava, coordinatore nazionale di sinistra democratica a mettere in evidenza l’importanza del significato di questi due vocaboli: umiltà e generosità. Due termini importanti perché riassumono e rendono evidenti che l’operazione politica che oggi è stata annunciata non è ne la sommatoria di gruppi dirigenti di partiti esistenti, ne la confluenza di qualcuno dentro qualcun altro. Quello avviato è un cammino di costruzione di “un soggetto politico che sia nuovo – è ancora il leader di Sd a parlare – anche nel modo in cui si sta insieme. Non ci sono ne padroni di casa ne ospiti. Tutti insieme, noi e tutti coloro i quali vorranno unirsi a noi, dovremo costruire quella sinistra di cui parla Ovadia, che non solo sappia ascoltare ma che sappia ancje tornare a farsi capire”.
    Anche nelle parole del governatore della Puglia Niki Vendola è ritrovato il senso di quanto affermato da Fava. Vendola infatti ha tenuto ha prendere le distanze dalla dialettica interna al suo partito affermando che “Oggi è stato presentato un cantiere, un percorso che deve portarci anche a scrivere il nuovo vocabolario della sinistra. Perché – ha aggiunto – non sono i congressi che segnano la storia del mondo ma è la storia del mondo che deve segnare i congressi. E dallo scorso aprile la storia del mondo e dell’Italia è certamente cambiata”.
    La storia del mondo è certamente cambiata. Non è necessario per accorgersene guardare al di là dell’oceano. Basta osservare l’immensa marea montante dell’Onda. Immensa non solo per il numero di ragazzi e ragazze che invadono le strade delle nostre città, immensa per la radicalità dei contenuti, per la serietà delle analisi, per la consapevolezza delle rivendicazioni, per la capacità di partire dal particolare –la millantata riforma di scuola e università – per ragionare sul futuro del paese. Ed allora le forme, le pratiche, i modi di essere dei soggetti della sinistra che fino ad oggi hanno popolato la politica nel nostro paese non sono più sufficienti, ne sono più adeguate le piattaforme approvate nei vari congressi della scorsa estate.
    Occorre davvero mettersi di nuovo tutti e tutte in cammino per riuscire nell’impresa evocata da Giorgio Parisi: “Nel corso degli anni c’è stata una separazione sempre più forte tra il ceto politico e coloro che fanno politica in modi alternativi nei movimenti e nel volontariato. Noi vogliamo mettere fine a questa separazione deleteria per la sinistra, vogliamo costruire un soggetto politico nuovo che sia diverso dagli altri nella forma e nei modi, che possa rivendicare orgogliosamente la propria diversità”. E per compiere questa impresa non è sufficiente, ha affermato Gianni Mattioli “sommare le idee che ci sono. Occorre trovare idee nuove da cui ripartire”
    Nel documento presentato al Centro Congressi Cavour è indicato uno strumento, l’Associazione “per la Sinistra”, che insieme ad altri che già esistono, comitati e associazioni locali, tavoli per la Costituente che hanno già cominciato ad operare e un percorso fatto di compagne e iniziative tematiche, di una assemblea nazionale ipotizzata per il 13 di dicembre dalla quale avviare una grande consultazione popolare e di massa su nome, simbolo e carta di intenti. I nomi in calce al Documento sono quelli dei partecipanti alle prime due riunioni del Tavolo, quelli e quelli che si sono assunti la responsabilità di proporre l’avvio di un percorso. Ma questo progetto vivrà solo se in tanti e tante decideranno di partecipare e dare il proprio contributo di idee, saperi, passioni. Cominciando magari sottoscrivendo il Documento.

    8 novembre 2008

  35. nonviolento said

    Fate fare pure questi interventi ai Vostri? Qui siamo veramente all’ammazzacaffè altro che alla frutta.
    A che cosa ti riferisci, non so di che parli?

    Io credo che la versione che tu dai della nostra azione politica sia solo giustificativa verso te stesso. Non puoi veramente credere che centinaia di iscritti/e con incarichi in commissioni, istituzionali, persone che dirigono ed hanno operato nel partito anche nei momenti più difficili, uno dei più difficili è quello del recupero di credibilità fatto quasi con un porta a porta, fu gentile regalo dei tuoi stalinisti alleati futuri e futuri padroni del partito grazie alla alleanza con le tre microfrazioni, una specie di PdCI allargato, ma pur sempre una forza minoritaria e destinata o alla sola testimonianza o alla subordinazione, come dalla scissione ad oggi è stato per i comunistissimi del PdCI, sempre tappetino nelle giunte e governo sia dei Ds che oggi del PD, tanto fumo e niente arrosto si direbbe. Ebbene non puoi credere che vogliamo quello che tu ci attribuisci ed allora ti salvi in angolo, crei questa giustificazione comoda e continui tranquillamante a vivere nella illusione che ti sei creato. Continui a scrivere di parlare con la gente, ridicolo, che cosa credi che abbiamo fatto fino ad ora. Siamo tutti iscritti, specie quelli che scrivono qua sopra e militanti, chi non lo è operativo da decine di anni in associazioni. Abbiamo sempre parlato con la gente, al lavoro, nelle sedi, per le strade, ai volantinaggi, alle iniziative, quando scrivete sembra che parliate di persone avulse dal far poltica, invece tutti noi la abbiamo fatta da decenni e ancora oggi la facciamo, quindi non cadete nella falsa illusione di essere i soli, gli unici, se così fosse questo partito non esisterebbe più. Quanta presunzione, ma non ti accorgi di quanto sei patetico, io per sempio è da circa trenta anni che non ho bisogno di alzarmi presto, come scrivi tu, perchè mi alzo presto tutte le mattine, salute permettendo, per andare al lavoro, e tutte le mattine parlo con quella che tu chiami la gente comune, siete certe voltee ridicoli nelle vostre affermazioni, pensate che siamo tutti intellettuali, professorini, la stragrande maggioranza di noi sono lavoratori, chi operaio, chi insegnate, chi impiegato, chi precario, che idea malsana avete nella testa delle persone con cui vi confrontate. I vostri messaggi rasentano la stupidità in queste affermazioni. Forse i vari interlocutori a noi contrari non hanno ancora incontrato, parlato, discusso, con tanta gente comune quanto lo ho fatto io in 58 anni di vita, passata a studiare, lavorare e fare politica, ma come è scrivere simili sciocchezze. Sarebbe bene per tutti che scendiate del tutto da questo scalino sopra di noi che vi siete costruiti per darvi una illusione di certezza e di essere dalla parte della verità, sarebbe ora che comprendiate che siamo come voi, identici, specie quelli di RPS, operai, studenti, impiegati, precari, uomini, donne e comunisti. Quando avrete raggiunto questa consapevolezza allora potremmo cominciare a discutere, fino ad allora sarà impossibile e questo sarà un male enorme per la sinistra in Italia.

  36. Umberto Cinalli said

    Non abbiamo mai smesso di fare politica, in questi mesi, nei piccoli gruppi locali, ormai privi di alibi (il partito che “non funziona”) e di fronte alle proprie fragilità e incertezze. Poiché tuttavia non è venuta meno la certezza del nostro bisogno di giustizia, un bisogno personale condiviso oltre le provenienze e le culture politiche, ci siamo riuniti. In questi giorni è stato più facile chiamarsi e parlarsi, ritrovare un entusiasmo spontaneo … qualcuno di noi ha detto “come ranuncoli sotto la neve” nell’ultima riunione per la costituzione a Viterbo dell’Associazione per la Sinistra: e abbiamo sorriso. Non accade spesso ultimamente …
    Andare oltre la palude asfittica del partito/simbolo è l’unica strada per avere una speranza di cambiamento e di coinvolgimento delle nuove generazioni … senza rinunciare all’umorismo. Ricominciamo a leggere Rodari insieme a Saviano.

  37. quante volte è stato il tempo, siamo costretti sempre al rinvio

  38. nonviolento said

    Adesso non più compagni e compagne, amici ed amiche della sinistra. Perchè ne sono così sicuro? perchè questo è un movimento nato in decine/centinaia di periferie, e quello che è avvenuto a Roma non è altro che la riaffermazione di altri cento eventi che sono nati in tutta Italia. Chi si è mosso nelle perioferie non lo ha fatto per secondi finbi enon ha nemmeno secondi fini nel porre limiti o paletti, non ha nulla da difendere se non la sua ferma convinzione. E’ per qiuesto che mi fanno sorridere le pubblicazioni degli interventi di questo o di quel dirigente, ma dirigente di Rifo, non di RPS o ancor meglio della neonata associazione. Esclusi i 4 portavoce di RPS, ed i futuri della associazione, ma portavoce, allo stato dell’oggi il mio intendimento conta quanto quello del cosidetto dirigente, siamo tutti iscritti alla associazione e basta, ogni cosa scritta è codsa buona perche aggiunge riflessioni, dubbi e certezze, ma è solo un contributo, null’altro. La sinistra in Italia nascerà, perchè oramai in troppi abbiamo acquisito la consapevolezza che la sinistra siamo noi e noi vogliamo la sinistra.

  39. CLAUDIO FAVA: RICOSTRUIRE LA SINISTRA MA NON CON NUOVO LISTONE ARCOBALENO. said

    http://www.sinistra-democratica.it

    Fava: Riscostruire la sinistra ma non con un nuovo listone arcobaleno.

    Firenze, 8 nov – ‘Noi vogliamo ricostruire un’idea di sinistra di cui questo Paese ha estremo bisogno ma non vogliamo ricostruire un altro listone arcobaleno: una lista che metta insieme tutte le parti e i soggetti politici per le europee e’ una cosa che non ci interessa’.
    Lo ha detto Claudio Fava, segretario di Sinistra democratica, parlando con i giornalisti a Firenze a margine della prima assemblea nazionale degli amministratori locali di Sd.
    ‘Noi – aggiunge Fava – crediamo che la sinistra si debba assumere la responsabilita’ di guardare in faccia la sconfitta di aprile. Se a quella sconfitta rispondiamo ricostruendo una lista che sia una somma di sigle e di gruppi dirigenti, Sd dice no. E poi – precisa – dobbiamo porci anche con responsabilita’ il tema del governo di questo Paese’.
    Per quanto riguarda i rapporti con Rifondazione, Fava si limita a sottolineare che ‘ieri il segretario Ferrero, persona a cui va il mio rispetto, ha ritenuto di ricordare l’attualita’ della rivoluzione di ottobre nel terzo millennio’. Piena disponibilita’, poi, a un eventuale rapporto con il Pd, ma senza confluire nei democratici. ‘Al Pd – ricorda Fava – abbiamo sempre detto che noi siamo pronti a ragionare con loro in condizioni di assoluta autonomia. Se ci sono le possibilita’ si lavorera’ insieme al Pd, con delle condizioni precise come quella che la coalizione non si allarghi al centro verso l’Udc, perche’ si rimetterebbe insieme uno scipito minestrone di poche idee e molta confusione’.
    Comunque, conclude il segretario di Sd, ricostruire il centrosinisitra sottintende in primo luogo il fatto che ‘si superi l’onanismo che fa parte della tradizione politica italiana’.

  40. Chavez said

    Non mi metto a commentare le dichiarazioni di nonviolento che si limita ad affermare che quanto da me detto non è vero, senza argomentare, quando i fatti parlano chiaro(E infatti non sono stati contestati).
    Sul versante delle opinioni e quindi dell’opinabile, invece, ripeto, la sinistra compagni, a mio avviso, si costruisce nelle battaglie, nelle lotte, nella proposta politica, dalla stessa parte della barricata.Il comunismo, la sx il partito nuovo, verrà da sè (come diceva Benigni in Berlinguer ti voglio bene).
    Il discorso del fate in fretta non mi convince, si rischia di nuovo di riproporre l’arcobaleno ed una prospettiva liquidazionistica ( E’ Vendola a parlare di “cartello elettorale).Sbaglio o c’è qualcuno di Rps, vedi Alfonso Gianni, che sta frenando sulla scissione? perchè?
    Io non penso che ad oggi ci sia uno spazio di agibilità poltica tra il pd e rifo. Mi sbzglierò.E non credo che la strada giusta per l’unità della sinistra sia una scissione. E’ una contraddizione in termini.
    Caro nonviolento, veramente credi che la tua opinione conti come quella di Vendola e Fava? Ti prego di spiegarmi il perchè visto che sono stupido e non capisco.

  41. renzo said

    basta falsità! non esiste più la rifondazione comunista nata 17 anni fà, oggi abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo, la sinistra DEVE diventare il prima possibile soggetto politico ed autonomo dai partiti di partenza. Niki non tergiversare o perderai consensi prima di averceli, stacca la spina a rifondazione e ripartiamo con sacrificio ed umiltà da zero ma autonomi e felici. c’è tanta voglia di un partito che non cerchi disperatamente di essere legittimato giornalmente dalla destra e che non pensi ancora alla rivoluzione d’ottobre come punto di riferimento perdendo consensi tra i lavoratori ed i giovani che non hanno, da loro, nessuna risposta quotidiana alle loro problematiche.
    SVEGLIA partiamo ora ed adesso!!!!!!

  42. Chavez said

    Quali falsità?

  43. violento said

    Seguo con interesse e curiosità diversi blog della sinistra coperti dall’anonimato tra cui questo, poiché senza mediazioni della corteccia cerebrale, un po’ come in certi film di Woody Allen, testimonia in forma campionaria le vere pulsioni del popolo disfatto della sinistra, a cui appartengo; pulsioni sempre terribilmente individualiste e violente, come le mie.
    La lettura di questi blog ha il sapore amaro della lettura di molti gironi dell’Inferno dantesco.
    Accetto che anche le mie pulsioni siano spesso molto violente, difensive ed aggressive, per questo ho scelto in questa occasione il nomignolo “Violento”, ma da poco meno dei miei 54 anni ho imparato che nelle relazioni sociali esiste un filtro comunicativo chiamato in diversi modi dagli strizzacervelli.
    In questo Blog prevale il mio antagonista tal “Nonviolento” che un filtro ce l’ha, infatti i suoi attacchi non sono volgari e buttati li come altri, ma sono lavorati di cesello per ferire, come a dire sono volutamente violento ed anche la scelta del nome Orwellianamente contraddittorio con la realtà (ricordate 1984?) è una scelta studiata.
    Egli, se fate caso, antepone sempre il suo giudizio a base di termini ed aggettivi spregiativi come !”quelli”, “squallidi” “brutto articolo” ed altre affermazioni sempre iperboliche. Poi magari in un caso esordisce con “Ma sapete dialogare con qualcuno che non la pensa come voi senza insultarlo?”.
    Una delle regole del dialogo è sempre quella di confutare senza pre-giudizi e livore verbale qualunque affermazione di chiunque. Poi magari alla fine, siccome siamo fatti di carne e nervi, siamo anellidi evoluti e modificati, ma sempre anellidi, cioè vermi, un calcio tra le gambe, va beh qualche volta può scappare; ma prima tirare il calcio e poi dialogare è una tecnica di sicuro successo per noi violenti. ma non per chi si chiama nientepopodimenoché Nonviolento.
    A proposito, io in realtà non sono anonimo, mi chiamo Tiberio Tanzini vivo a Empoli, sono di Bolzano, attivista del PRC e sono un losco retrogrado grassiano (ma un po’ eretico), insomma sto dall’altra parte, in un’altra tribù, a giudicare dai commenti di Nonviolento e di altri
    Saluti violentissimi ed ottusamente retrogradi
    tiberio

  44. […] https://rifondazioneperlasinistra.wordpress.com/2008/11/07/costruire-la-sinistra-il-tempo-e-adesso/ […]

  45. CLAUDIO FAVA: RICOSTRUIRE LA SINISTRA MA NON CON NUOVO LISTONE ARCOBALENO. said

    http://www.sinistra-democratica.it

    Relazione all’Assemblea Nazionale degli amministratori di Sinistra Democratica che si è tenuta a Firenze 8 novembre 2008.

    Dalle ragioni della Sinistra alle ragioni per la Sinistra.

    di MASSIMO MEZZETTI

    Di fronte allo scenario assolutamente inedito che tende a definirsi all’orizzonte per i caratteri inediti e prorompenti della crisi economica e finanziaria e che sconvolge molti dei parametri di riferimento, della politica mondiale come di casa nostra, ma anche per i cambiamenti in positivo che noi tutti auspichiamo possano derivare dal’elezione del nuovo Presidente degli USA, è fortissima l’esigenza che la sinistra italiana esca dal recinto soffocante del suo parlare di sé per cercare invece di tenere insieme il problema reale e grandissimo del suo futuro con la necessità di rendere conto – a se stessa prima di tutto – del modo come si misura e si è misurata col presente.
    Non possiamo non chiederci come mai, alla fine questo primo decennio del XXI secolo, si sia aperto, come mai prima d’ora, un interrogativo pesante sul futuro della sinistra in Italia, sulla sua funzione politica, sulla sua capacità almeno di concorrere a esprimere la guida del paese, sulla sua potenzialità di espandersi oltre i vecchi confini. Io penso che troppo a lungo ci siamo interrogati sul chi siamo e forse faremmo meglio a concentrarci sul a cosa serviamo, a cosa serve una sinistra nell’Italia di oggi e nel mondo nuovo in cui siamo.
    L’identità è un prodotto della storia: c’è se abbiamo una funzione, e si perde se ci lasciamo mettere nell’angolo. E in questo ca¬so ci possiamo consolare con l’ideologia, con l’integrità dei valori, con la fermezza di chi non conosce i se e i ma. Ma se tutto ciò non incide nella realtà, è solo una costruzione di sabbia che prima o poi si sfalda. Il rischio che io vedo è quello di riprodurre una discussione tutta ideo¬logica, scissa dalla realtà: da un lato la sinistra, con i suoi vessilli di sempre, con una sua identità immutata, cristallizzata, dall’altro l’incubo di una de¬riva moderata, di uno snaturamento, che si materializza oggi nel Partito Democratico. Dentro questo schema, tutta la discussione precipita intorno a questa falsa alternativa.
    La domanda giusta è dunque a cosa serviamo?, perché la sinistra non è un fatto “trascendentale” né esistenziale, da custodire nel cuore – come ci invitò a fare Bersani all’ultimo congresso dei DS – ma un soggetto storicamente determinato e quindi la sua ragione storica va rimotivata e non basta più affidarsi agli “eterni valori” della sinistra. La condizione essenziale per fronteggiare, senza smarrirsi, vicende anche molto drammatiche e colpi che possono essere anche molto duri, come quelli di questi mesi, è ritrovare il filo di un pensiero realistico, che motivi il fatto che per la gente, per il Paese, è vitale l’esistenza di una sinistra popolare di governo, cioè di una forza democratica radicata nella realtà profonda del popolo italiano e capace di esprimere una nuova classe dirigente. Su questo sfondo i nostri errori e le nostre debolezze diventano ancora più evidenti. Sono errori che possono essere corretti solo se su questa strada essa è decisa ad andare avanti senza essere tentati da arretramenti nostalgici dettati più da una esigenza emotiva consolatoria che dal coraggio della sfida.
    Forze politiche della sinistra che, a fasi alterne, per anni hanno governato il paese e che partecipano direttamente alla guida di tante città, non possono non chiedersi perché non riescono improvvisamente a crescere oltre il 3-4 per cento dei voti. Come si spiega che la sinistra ha perso e registra non qualche difficoltà ma una crisi grave in termini di voti, di tenuta delle alleanze, di perdita di quel patrimonio più profondo che si chiama fiducia con i suoi stessi elettori tradizionali?
    E dobbiamo capire perchè si stenta a coalizzare culture e forze diverse. E la risposta dobbiamo darcela noi, liberando le nostre menti da molti schemi e abbandonando il terreno delle polemiche di corto respiro. Gli errori contano, certamente, e non possono essere ignorati ma alla base di essi c’è qualcosa di più profondo che va ricercato smettendola di abbandonarci all’estetica della catastrofe.
    Nell’azione di governo fra il 2006 e il 2008 abbiamo dovuto fare i conti non soltanto con le nostre debolezze ma con la vecchia vocazione corporativa di un capitalismo italiano che non riesce a farsi carico dell’interesse nazionale.
    La nostra azione di governo è stata sfidata soprattutto dal fatto che milioni di persone vivono già sulla loro pelle una condizione per cui vengono meno tutte le vecchie certezze: il futuro dei figli, le nuove professioni, il modo di lavorare e di fare impresa, le tecnologie da maneggiare, il doversi misurare con un mondo sempre più aperto ma anche molto più rischioso e competitivo, il venir meno delle vecchie protezioni dello Stato. Gli interrogativi che essi rivolgono alla politica sono quindi molto grossi. E sta nella difficoltà della sinistra a rispondervi, sta nel suo incorreggibile vizio di parlare troppo di se stessa il nostro limite più forte.
    Questo paese chiede un orizzonte più certo entro il quale collocare i suoi progetti di vita, di lavoro, di impresa; chiede una ridefinizione delle ragioni dello “stare insieme” nel momento in cui la frontiera nazionale si è spalancata e, quindi, si trova esposto a una concorrenza sempre più forte, anche tra territori. Tutta la vicenda politica è condizionata da questo grumo di contraddizioni. Con le conseguenze che vediamo, in tutto l’Occidente: paura del futuro, rottura dei legami sociali, e quindi spinte autoritarie e securitarie condite con la demagogia del neo-populismo e del leaderismo plebiscitario.
    Ecco dunque una prima risposta all’interrogativo su quale sia la ragione per cui la sinistra dovrebbe vivere. Difendere ed estendere la democrazia.
    È su questo piano che deve prendere corpo e visibilità l’alternativa alla de¬stra: partecipazione sociale contro decisionismo, pluralismo e auto¬nomia dei soggetti sociali contro la concentrazione del potere nelle mani di un leader carismatico. È questo un punto decisivo, da rende¬re più chiaro, come l’asse di una proposta alternativa.
    Il secondo punto che voglio sottolineare è la dimensione sociale, pri¬ma ancora che politica, del progetto politico della sinistra a cui vogliamo dare vita e corpo. Non esiste riformi¬smo senza soggetti sociali, senza rappresentanza, senza una rete so¬ciale che si vuole riappropriare della politica e che costruisce un suo progetto, un suo modello di relazioni, coltivando tutto il grande spa¬zio intermedio tra Stato e mercato, tra i due estremi del dirigismo po¬litico e del liberismo senza regole. Costruire il campo della sinistra significa organizzare questa rete sociale: il sindacato, l’associazioni¬smo, l’imprenditoria diffusa, le autonomie locali, i luoghi del sapere. Il progetto è l’espressione delle forze che si vogliono rappresentare. Se abbiamo chiaro il blocco sociale di rife¬rimento, i programmi vengono da sé.
    Terzo punto è il territorio.
    Un tempo si sarebbe detto che la sede del conflitto cen¬trale erano i luoghi di lavoro. Oggi, nel lavoro addomestica¬to, precario e sempre più subalterno, non è – probabil¬mente – più solo così. Per questo condivido quanti propendono ad indicare la via catalana come un interessante direzione di lavoro: ricreare socialità nella dimensione territoriale. La proposta di una democrazia che si sviluppi dal basso nel rinascere delle politiche locali.
    Il movimento degli studenti e delle studentesse che in questi giorni ha dato uno scossa al nostro torpore e alla nostra sterilità creativa, deve farci riflettere una volta di più sui nostri limiti, i nostri codici indicibili ed illeggibili fuori dal cerchio della nostra sfera autoreferenziale.
    Dobbiamo riflettere di più e meglio sul perché la politica ha perso a tal punto consenso e perfino legittimità. La spiegazione non può consistere solo nella debolezza di tanta parte del personale politico. Se la società italiana non riesce a darsi una identità e una forma, se la realtà appare così magmatica e di così difficile lettura, forse allora il problema non è rappresentato solo dai partiti con le loro avvilenti diatribe, ma queste manifestazioni non sono che l’effetto, e non la causa, dalla crescente debolezza della politica rispetto a una economia che si mondializza e che condiziona sempre più le grandi decisioni.
    In questi anni, in Italia, si sono formate oligarchie economiche e finanziarie, grandi e piccole, che ostacolano la liberalizzazione dei mercati, che rifuggono la competitività e che scaricano sulle piccole imprese, sul lavoro autonomo e sul lavoro dipendente l’onere di reggere il tessuto produttivo nazionale.
    E’ cambiata, e non solo in Italia, la visione che l’impresa ha del proprio ruolo socia¬le. Negli ultimi decenni si è affermato il principio secondo cui il compito dell’impresa è prima di tutto quello di produrre ricchezza. Compito del manager non è più quello di far crescere fatturato e occupazione, di mantenere la pace sociale, di farsi carico di compiti o problemi diversi da quelli del proprio business, ma quello di creare valore per i pro¬pri azionisti. Non più la stakeholder company, ma la sharehol¬der company.
    Non solo, tra queste forze vi è chi ambisce a condizionare la politica, a dettarne i tempi e le scelte, a condizionare e persino a determinare la nascita, la vita, la morte dei governi.
    È una politica debole quella che subisce, senza reagire, un ruolo subalterno.
    Perciò diventa difficile per la sinistra difendere i diritti e i poteri del lavoro e del cittadino. Perchè viene meno la capacità della politica di affermare una propria idea della società e di esprimere una sua visione dell’interesse generale. Ecco il tema che noi dobbiamo collocare sullo sfondo: come può la sinistra riaffermare il suo ruolo se non si misura con la perdita di potere della politica rispetto alla inaudita potenza dell’economia finanziaria e della conoscenza? Ma soprattutto se non si misura con la più inquietante novità conseguente alla mondializzazione e che si può riassumere nell’interrogativo se, e come, sia possibile pensare la democrazia rappresentativa e garantire un sistema di diritti universali in un mondo in cui la sovranità non è più esclusiva dello Stato-nazione.
    Ancor più alla luce degli eventi traumatici nel campo dell’economia e della finanza in queste settimane e dei successivi sviluppi che essi avranno sull’economia reale, dobbiamo sentire l’imperativo categorico di spostare la nostra discussione su questo terreno più avanzato. Un terreno utile anche per spezzare la spirale dei dissensi politici che degenerano in lotte personali e le diversità in lacerazioni. Convinto come sono che questi fenomeni sono anche la spia della mancanza di “qualcosa” che viene prima dei programmi. Parlo della mancanza di un pensiero, un nuovo pensiero capace di leggere il mondo nuovo in cui siamo immersi. Qualcosa di analogo al pensiero con il quale la vecchia sinistra lesse il Novecento (le classi, lo Stato, il conflitto capitale-lavoro ecc.). E che perciò diventò senso comune e si tradusse in messaggi semplici, suscitò convinzioni, lotte, speranze.
    Questo ci manca. Un pensiero capace di restituire alla sinistra il sentimento di una funzione storica e al tempo stesso di dare alla politica una nuova dimensione.
    Un pensiero che elabora una critica della società moderna e quindi una idea concreta dei grandi cambiamenti necessari e delle forze reali (forze sociali ma anche di nuove istituzioni) che li rendono possibili.
    I problemi che la sinistra italiana deve affrontare se vuole andare oltre i vecchi confini e tornare ad affermare la sua capacità di guida sono, quindi, molto radicali.
    Cambiare l’Italia – Una nuova questione morale e la riforma della politica
    Fra questi, centrale, il bisogno che ha l’Italia di una grande rigenerazione morale, politica, sociale, culturale e civile a partire dalle sue classi dirigenti territoriali.
    Si è aperta nel Paese una nuova e inquietante questione morale. La riforma della politica e il ripristino dell’etica pubblica sono oggi una questione democratica e istituzionale non più rinviabile per l’Italia e per la sinistra.
    Non può esserci alcuna rigenerazione della nostra democrazia senza una profonda riforma della politica.
    In questo quadro obiettivo fondamentale per il progresso civile dell’Italia è la lotta contro la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, contro tutti i gruppi della criminalità organizzata italiana ed estera, che in alcune aree del paese costituiscono un sistema di potere capace di indebolire e calpestare la democrazia e, in altre, si stanno insediando pericolosamente conquistando i gangli dell’economia.
    L’impegno senza quartiere contro le mafie e gli intrecci tra politica, affarismo e criminalità deve essere prioritario, quotidiano e diffuso sul territorio.
    La separazione tra finanza, economia e politica deve essere netta e chiara. Si devono esigere sobrietà ed esemplarità dei comportamenti, correttezza e rigore nell’azione amministrativa, un tempo tratti distintivi della sinistra italiana.
    La drastica riduzione degli abnormi e crescenti costi impropri della politica è una priorità.
    Ecco dunque l’imperativo: tornare a dare dignità alla politica, la dignità che era conferita alla politica quando essa si configurava come un orizzonte di riferimenti e di teorie utili al dibattito ideale e alla prospettiva sociale.
    Una cosa più di tutte mi ha colpito dei ragazzi e delle ragazze che in queste settimane hanno, come un Onda, invaso le strade e le piazze d’Italia, è stato il loro intelligente differenziare e specificare – nelle interviste – il rifiuto dei partiti da quello della politica. Quasi a significare la consapevolezza che il Fare politica, vivere le lotte politiche, esaminare la realtà complessa e spesso conflittuale che la circonda, sintonizzarsi con le aspirazioni alla giustizia e alla libertà, fa scoprire, sentire, gustare, abbracciare la democrazia e la giustizia.
    UNIRE LA SINISTRA
    La sonora sconfitta subita il 13 e il 14 di aprile, i processi politici in atto pongono l’esigenza di ripensare tutta la sinistra italiana.
    Se speri di uscire dalla trappola identico all’uomo che eri quando ci sei caduto, morirai. Se riesci invece a considerarti morto, se ti rassegni che la vita è perduta, eccoti trasformato. Chi non accetta di perdere la vecchia vita deve rassegnarsi alla morte. (Sun-Tzu, saggio stratega taoista, 500 a.C.)
    In genere dopo le sconfitte la sinistra è solita andare in analisi e alla fine si producono danni peggiori delle sconfitte stesse.
    La nostra responsabilità ci impone invece di cercare, malgrado la sconfitta e in seno alla sconfitta, quegli elementi che servono per trasformare quest’ultima in vittoria futura.
    Stavolta bisogna affrontare i tempi di una riflessione seria e fredda. Rimettere in moto prontamente i vagoni se si vuole evitare che si schiantino l’un contro l’altro.
    Vanno rimossi e combattuti i vizi personalistici, rancori e risentimenti che inquinano il dibattito e fanno perdere di lucidità.
    Per compiere questo cimento è evidente che l’analisi della sconfitta non può risolversi in una mera questione di tecniche di apparentamenti elettorali mancati: si vince o si perde prima di tutto nella società.
    Il 5 maggio dello scorso anno siamo nati a Roma, come movimento della Sinistra Democratica per il Socialismo europeo, per affermare la necessità storica che anche in Italia, oggi e domani, sia presente un’autonoma forza democratica e socialista, laica, riformista e ambientalista parte integrante del Pse.
    Sinistra Democratica, era scritto nel nostro atto di nascita e oggi nel nostro statuto, vuole essere un movimento diffuso su tutto il territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori, della cultura, delle nuove generazioni, che assume il rinnovamento della politica, forme nuove di partecipazione e la “questione morale” nel suo programma fondamentale.
    Questo processo ha valore se, all’incontro tra le forze politiche, si accompagna l’iniziativa culturale e politica sul territorio. Se il tutto dovesse ridursi ad accordi burocratici fra ceti politici, ci si assumerà la responsabilità di spegnere un progetto che, al contrario, può essere carico di fascino e di attrazione per nuovi consensi e per rimotivare tanti dispersi della militanza politica.
    Per noi questo percorso non può più essere rinviato. Deve iniziare subito.
    Harold Wilson, primo ministro laburista nell’Inghilterra degli anni ’70 una volta disse che “in politica sui tempi lunghi siamo tutti morti”. C’è una differenza tra noi e la destra, una delle tante, ed è che noi non abbiamo tempo: siamo come un centravanti che dopo 20 anni di panchina è chiamato a tirare un calcio di rigore al 90esimo, non sappiamo quando ci sarà data un’altra occasione. Alla sinistra questo paese, lo si è visto in aprile, concede poco o nulla.
    E’ dunque dal territorio che vogliamo ripartire per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico della Sinistra, aperto e plurale. La Costituente di un partito – chiamiamo le cose con il loro nome, anche se con forme e pratiche innovative –, un partito della Sinistra Italiana in grado di raccogliere le tante energie e risorse, singole e associate, umane, politiche ed intellettuali che si riconoscono nella necessità di un processo unitario della sinistra al servizio del Paese. Un soggetto che oggi lavori all’unità dell’opposizione al governo delle destre – dentro e fuori il Parlamento – e alla costruzione di una nuova alleanza di governo in grado di sconfiggere, in un futuro ravvicinato, politicamente e numericamente, le destre e di offrire al Paese un’alternativa di governo.
    Questo progetto non può non essere messo al lavoro se non partendo anche dallo spazio locale che ci consente di aggregare esperienze diverse e non tutte riconducibili ai partiti esistenti o alle loro componenti. E’ lo spazio locale che consente di recuperare più efficacemente e nell’immediato il rapporto tra politica e dimensione concreta dei problemi. La cultura del territorio potrebbe essere il terreno di coltura di un nuovo personale politico. Il territorio come terreno dove avviare esperienze di innovazione politica e – al tempo stesso – tenerle collegate in un disegno generale e nazionale.
    Sappiamo che questo è il nocciolo duro della crisi che stiamo attraversando. Sappiamo che le politiche locali sono entrate in crisi per un deficit di riconoscibilità dovuto ad una modifica sostanziale della composizione sociale: vuoi per l’invecchiamento, vuoi per l’emigrazione, vuoi per l’immigrazione, vuoi per la perdita di peso di alcune istituzioni che svolgevano un ruolo di “supplenza” – come la famiglia, le polisportive, le stesse sezioni e Case del Popolo, gli oratori, la scuola – vuoi per la segmentazione del quadro sociale e per un processo di tendenziale corporativismo. Senza la politica capace di dare una interpretazione complessiva degli interessi particolari prevale la frammentazione corporativa della società.
    Il fenomeno del comitatismo, pur essendo il sintomo di una vitalità sociale che non si rassegna al ripiegamento silenzioso in se stessa, è però il segnale più forte della crisi della politica e della rappresentanza storica tra quelli emersi negli ultimi anni: la tendenza a perseguire interessi particolari e in ogni caso disgiunti da qualsiasi consonanza con il resto della comunità. Abbiamo visto delinearsi nuove forme del conflitto portate dai Comitati (di quartiere, di caseggiato, legati all’Alta Velocità oppure alla presenza di prostitute, di spacciatori,…). Qui, abbiamo visto come una rappresentanza locale, temporalmente definita, mirata allo scopo, non giocata sul mercato della politica oltre lo spazio necessario a se stessa per ottenere lo scopo, descrive una nuova mappa sociale.
    E così come cambia la forma della rappresentanza, cambiano anche i luoghi e i tempi della rappresentanza e del conflitto e in generale vi e una riduzione delle possibilità di una contrattazione.
    Certo le motivazioni possono essere molte e sicuramente ne ho dimenticata qualcuna, ma ciò che mi preme osservare con preoccupazione è che è in atto una sorta di dissolvenza della comunità, che è anche una perdita di visibilità dei meccanismi che regolano la convivenza sociale e segno di una necessità di tornare a guardare le ricadute locali dei processi di internazionalizzazione e globalizzazione.
    In questo contesto è assolutamente necessario passare da comunità difensive a comunità progettuali.
    Il processo costituente ha certamente i suoi tempi, le sue dinamiche ma queste non possono non passare – certo non in maniera esclusiva – attraverso un primo banco di prova rappresentato dalle prossime elezioni amministrative del 2009. In Abruzzo, i compagni e le compagne sono impegnate in una sfida difficilissima dell’appuntamento elettorale anticipato alla fine di questo mese. Hanno svolto un ruolo importante di cucitura e di cerniera per la ricostruzione di una allenaza ampia e, auspichiamo tutti, competitiva. Lì, come nelle province autonome di Trento e Bolzano, sperimentiamo una prima forma di unità nelle liste de La Sinistra per….
    E’ in questa direzione che dovremo lavorare nelle prossime settimane in tutto il territorio. Abbiamo però bisogno di dare rapidamente a queste esperienze un riferimento simbolico, politico e programmatico unitario e nazionale, come ci viene richiesto con forza da tutti i territori.
    Ed è per le ragioni sopra indicate che queste liste dovranno sfidare, sul terreno dei contenuti e dei programmi, in primo luogo il PD per la ricostruzione di nuove coalizioni di centrosinistra, nella consapevolezza che la democrazia dell’alternanza si esprime fondamentalmente nel confronto e nella dialettica di un bipolarismo tra coalizioni formate da più partiti e soggetti che non può e non deve essere scambiato con il bipartitismo, che reputo una prospettiva realisticamente aderente alla nostra storia nazionale.
    Solo la logica di coalizione può invece, ad oggi, esprimere compiutamente quell’orizzonte che mette in valore le identità politiche e culturali plurali che lo compongono.
    Questo è un potenziale che un’ipotesi di “partito unico del governo”, quale avrebbe voluto essere e forse ancora vorrebbe essere il PD – spesso prigioniero nei territori delle sue velleitarie ambizioni di arrogante autosufficienza – oggi non riuscirebbe a soddisfare e ha scarsissime possibilità di affermazione in un sistema elettorale maggioritario.
    Credo anche, però, che il “primato” della coalizione non possa essere contrapposto e fatto valere in chiave polemica verso i partiti e i soggetti che la compongono.
    Occorre una concezione dinamica e non statica delle alleanze. Queste non possono costituire una camicia di forza per i singoli partiti, stabilendo a priori riserve di caccia e territori precostituiti.
    La lealtà alla coalizione non può comprimere la legittima competitività che ogni partito e movimento può tentare di esprimere così come, viceversa, non può rappresentare un sistema di veti contrapposti.
    A me francamente non appassiona la diatriba sull’esistenza o meno di due sinistre. Certo è che dobbiamo prendere atto dell’esistenza di una pluralità di ispirazioni della sinistra.
    Alcune di esse riconducibili ad una comune visione strategica di assunzione dell’impegno di governo della società complessa e della sua trasformazione in senso riformatore, altre che fanno dell’antagonismo, e forse anche dell’opposizione, una scelta strategica.
    L’atto di nascita di queste due fondamentali ispirazioni le vede però entrambe figlie della stessa storia.
    Una storia che ha avuto uno sviluppo complesso e travagliato fondato sulla dialettica permanente tra queste visioni e che nel conflitto tra loro ha visto consumare se stessa.
    Rifiuto però con forza l’assioma demagico che vuole vedere identificata la sinistra di governo con la conservazione e quella rivoluzionaria con il coraggio della trasformazione. Diceva Trotsky, personaggio caro ad una componente di Rifondazione Comunista: “il pensiero umano è conservatore e quello dei rivoluzionari, a volte, lo è in modo particolare” .

    Noi vogliamo essere espressione di una formazione politica che oltre all’impegno per attrarre consenso, deve essere impegnata a realizzare progetti, attraverso il governo delle nostre comunità.
    Amministrare la realta’ e la societa’ e’ un dovere scontato, richiesto a chi governa, ma l’impegno a trasformarla e’ il diritto e la tensione che occorre continuamente rivendicare. E’ il progetto che non va mai archiviato, il senso che riscatta l’azione.
    E’ la direzione che eleva il pensiero politico.
    Viceversa, la stanchezza per le idealità e l’ansia fine a se stessa di governare possono provocare una miscela da cui non può che nascere un partito di puro pragmatismo, pronto a qualsiasi giravolta e a qualsiasi tatticismo. Per un certo riformismo il compito di una politica di governo si misura sulla capacità di assolvere i compiti che il mercato le detta.
    Il trionfo liberista ha portato non solo alla teoria dello Stato minimo, ma ormai anche a quella della politica minima. A questi signori ormai non è bastato privatizzare l’economia, ora vogliono privatizzare anche la politica. E questo proprio ora che il pendolo della storia si sta spostando, l’egemonia liberista si incrina, il mito del mercato come unico valore di riferimento, si appanna.
    Si torna ad accorgersi che le disuguaglianze non sono mai state tanto grandi.
    Ma ancora c’è molto da fare sul terreno culturale e politico.
    Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un’affermazione che potremmo condividere parola per parola. “Non sono così ingenuo da pensare che i governi possano rimediare a tutti i difetti del mercato, ma neppure sono così cretino da immaginare che i mercati, da soli, possano risolvere ogni problema sociale”.
    E ancora: “Credo che la globalizzazione può essere una forza benefica e che abbia il potenziale per arricchire tutti nel mondo, particolarmente i poveri. Ma credo anche, se così stanno le cose, che il modo con il quale la globalizzazione viene gestita debba essere radicalmente e completamente ripensato”.
    Mai parole furono tanto profetiche….
    Il bisogno di sinistra per un’idea forte del riformismo
    Riemerge dunque il bisogno della politica e di un’idea forte del riformismo della sinistra.
    E’ nostra convinzione che questo Paese ha bisogno di una forza di sinistra, socialista, laica e ambientalista, punto di convergenza di nobili tradizioni, di storie e percorsi i quali divisi, dispersi, introversi non riescono più a far pesare la loro voce, e rischiano di rimaner sottoposti a sistemi di potere nei quali sempre più pericolosamente si riducono le possibilità del confronto pubblico democratico.
    Non siamo di fronte a un problema di formule e di schieramenti, ma di contenuti. Per affrontare i quali la sinistra non deve fare passi indietro e tantomeno dove dissolversi.
    Questo è davvero uno di quei momenti in cui non basta l’atto politico dirigista di un gruppo dirigente. Qui si tratta di suscitare energie nuove, profonde, e di cambiare il modo di pensare la politica e la realtà che ci circonda. Perciò tutto dipende dal modo come questo passaggio viene affrontato, dalle sue motivazioni di fondo, dalla forza dei suoi leader, ma soprattutto dalla chiarezza del pensiero che lo ispira.
    Il pensiero della sinistra ha bisogno di cambiare molto e di ricevere molti apporti nuovi da nuovi movimenti, dalle nuove culture critiche, europee e non soltanto europee.
    Eguaglianza, Fratellanza, Libertà…Il Socialismo Nel Xxi Secolo
    Noi riteniamo che occorra ripartire dall’imperativo categorico di mettere in campo un pensiero sull’avvenire, sul futuro. Un pensiero in grado di colmare quel grande limite che consiste nella distanza con la quale ci guarda, nel suo complesso, la nuova generazione. Una distanza difficilmente colmabile fino a quando non ci faremo trovare là dove i giovani collocano la loro vita e le loro aspirazioni, così come le loro rabbie e le loro speranze. Cioè nel futuro.
    Per fare questo è necessario dunque mettere in campo idee e strumenti politici forti, che siano in grado di governare questo mondo nuovo. L’idea che si possa fare politica galleggiando sull’esistente, magari sulla capacità di fare audience, non funziona.
    Noi crediamo che parlare di tutto questo significa parlare di socialismo tornando a declinare all’oggi parole come eguaglianza, fratellanza, libertà.
    Fratellanza
    Laddove la fratellanza deve lasciare spazio a forme più ampie di solidarietà fra gli individui e i popoli.
    Il primo imperativo è costruire la pace. Le spese militari hanno superato i mille miliardi di dollari ed è ripresa in pieno la corsa agli armamenti nucleari, chimici, batteriologici. L’Italia non può né assistere né concorrere ad una situazione nella quale una quota crescente del surplus mondiale finisce in armamenti. E’ matura un’iniziativa per riaprire il processo del disarmo e della denuclearizzazione.
    Il primo strumento per la sicurezza globale sono le politiche per uno sviluppo equo e sostenibile, e la collaborazione tra i popoli e gli stati del pianeta.
    La coscienza del limite dello sviluppo, e la coscienza dell’irripetibilità dei beni ambientali devono entrare a far parte integrante di ogni politica e i bisogni dei posteri devono essere tenuti in considerazione ogni qual volta si prende una decisione.
    Un’economia senza regole fa gravare sull’umanità la minaccia della catastrofe ambientale. La somma delle previsioni di crescita formulate nei singoli Stati per il prossimo decennio è insostenibile per gli equilibri ambientali e ingiusta per gli equilibri sociali del pianeta. Va contestata l’idea stessa di misurare lo sviluppo di un paese dalla crescita della ricchezza e del prodotto interno lordo.
    L’indice da assumere deve essere quello dello sviluppo umano equo e diffuso e della salvaguardia ambientale.
    Eguaglianza
    Nella nozione di eguaglianza dobbiamo includere altre nozioni come quelle di razza, cultura e sesso. Così come dobbiamo intendere il principio d’eguaglianza non come soffocamento delle differenze. Su questi aspetti, il punto di vista di genere è portatore di una ricchezza e di potenzialità inesauribili. Oggi più che mai ne abbiamo bisogno.
    In quello che, appunto, ogni giorno che passa, appare sempre più come un vero e proprio scontro tra culture, il concetto di differenza è parte del Dna del movimento delle donne. Le donne della sinistra sono state le prime in Europa ad elaborare una teoria generale della libertà fondata non più solo sul diritto all’eguaglianza ma anche sul diritto alla differenza. Il diritto a portarsi dietro, insomma, la sintesi della propria identità e la propria memoria.
    Rinasce così in forme nuove il bisogno di giustizia, così come prende forme nuove il diritto al lavoro, del lavoro e nel lavoro, così come crescono nuove domande, quella del sapere, quella di servizi che funzionino. Così come si impone l’esigenza di equità nella redistribuzione della ricchezza prodotta per contrastare più efficacemente la povertà che produce fratture sociali e disuguaglianze strutturali, delle quali quella tra il Nord e il Sud del paese resta la più drammatica.
    E Il lavoro è il primo terreno sul quale ciascuno sperimenta la propria cittadinanza.
    Senza lavoro, senza diritti sul lavoro e al sapere si è cittadini dimezzati.
    Il valore del lavoro, la sua dignità sono e restano il baricentro culturale di una grande forza socialista e riformista anche nei tumultuosi tempi di cambiamento che stiamo attraversando.
    Mai, nella storia dell’umanità il lavoro salariato ed intellettuale è stato così esteso. Ma il lavoro è reso precario, incerto, mal retribuito, i diritti collettivi e la libertà sindacale sono messi sotto attacco. Questo perché è mancata una rappresentanza politica del lavoro. Compito della sinistra è colmare questo vuoto. Oggi sono molti gli operai e i precari che votano per la destra o non votano perché non si sentono difesi né coinvolti. La sinistra, se vuole rappresentare il mondo del lavoro e i suoi cambiamenti, non può essere equidistante tra la Confindustria e i Sindacati.
    Buona occupazione vuol dire tutele e garanzie in ogni posto di lavoro, condizioni di sicurezza che affrontino alla radice le cause strutturali del drammatico ripetersi delle morti sul lavoro. Vuol dire reddito dignitoso per tutti coloro che lavorano. Vuol dire formazione permanente.
    Oggi la vera materia prima è il sapere e cresce chi riesce a trasferire nei processi produttivi la maggiore quantità di sapere. Nel lavoro che cambia, il lavoratore, giovane e non, deve avere livelli di sapere di base alti. E’ la condizione per poter reggere una vita lavorativa che sarà sempre meno un posto e sempre più un percorso.
    Acquista dunque maggiore importanza il ruolo della scuola e dell’università; innalzare i livelli di sapere diventa una necessità della nuova economia basata sulla conoscenza.
    Qui si gioca la prima partita che determinerà i livelli di inclusione e di esclusione sociale.
    Libertà
    Un paese veramente libero deve, anzitutto, togliere di mezzo tutti quegli ostacoli che sbarrano il passo alle giovani generazioni.
    Il nostro Paese ha bisogno di una grande stagione delle libertà, sapendo che la libertà non si separa mai dalla giustizia sociale e che la libertà non è cedibile in cambio di maggiore sicurezza.
    Per una forza di sinistra la promozione delle libertà e dei diritti civili è un fattore costitutivo della propria identità. La laicità dello stato è lo spazio di tutte le libertà, compresa quella religiosa.
    Noi dobbiamo tornare a parlare al cuore degli italiani: facendoci promotori e costruttori di forme nuove di convivenza, di socialità, di integrazione politica, culturale e, soprattutto, di pace a partire dal territorio.
    E’ in questo contesto che va affrontato anche tutto il delicato e complesso tema della legalità e delle sicurezze. Lo voglio fare proprio qui a Firenze che è stata teatro improprio, pochi mesi fa, di un dibattito che è la manifestazione di una certa subalternità culturale di una parte della sinistra, o del centro sinistra, all’offensiva della destra.
    Legalità e cittadinanza
    Non sfugge a nessun che non c’è patto di coesione sociale che possa stare in piedi se nella società serpeggia o ancor peggio si impianta un sentimento di insicurezza, di paura. Le vecchie e le nuove destre fanno leva, come d’altronde hanno sempre fatto, su uno degli elementi più importanti che effettivamente però oggi sembrano essere sempre più diffusi nella popolazione: la crescita della paura.
    Paura della povertà, di vedere ridimensionati i propri livelli di benessere perché in chi ha lavorato una vita , il timore che gli venga tolta, ridotta o allontanata la pensione, che certe sicurezze vengono a mancare ma anche paura di vivere in città nelle quali i nostri bambini non possono essere tranquilli, non siano minacciati dalla violenza; le persone anziane debbono temere di essere scippate o aggredite, che le donne non possono camminare tranquillamente per le strade di giorno e dì sera.
    Tutto ciò non fa che accrescere anche la paura di qualunque forma di diversità.
    Lo stato d’animo prodotto dal senso d’insicurezza che lentamente si diffonde deve far pensare al tipo di società in cui viviamo: in mezzo a noi c’è una malattia che dobbiamo ora cercare di curare. Non ci sono risposte facili o pronte e certamente non esiste un monopolio di saggezza politica. I conflitti che nascono a livello urbano e territoriale ci pongono sfide di fronte alle quali non possiamo ritardare le risposte, e dobbiamo avere anche il coraggio di innovare queste risposte a costo di provocare atti di discontinuità con le nostre tradizionali impostazioni. L’obiettivo della sicurezza spesso è apparso, o è stato, una bandiera della destra. Non può e non deve essere così. La sicurezza è un grande obiettivo e un grande valore e siamo proprio noi di sinistra a dover volere una convivenza più libera e più civile tra le persone, perché vogliamo sconfiggere quella paura che spinge all’isolamento, all’egoismo, che spezza le relazioni tra le persone e spinge a destra. Noi non possiamo guardare con distacco e con snobismo al disagio di quei cittadini che vivono più da vicino l’impatto con la disgregazione, con la violenza, con la droga, con il fenomeno incontrollato della disgregazione. Spesso si tratta di cittadini che abitano e vivono nei quartieri più popolari. Sono cittadini ai quali la sinistra dove guardare con attenzione e con rispetto.
    L’alternativa tra quelli che semplicemente chiedono di prendersela con il criminale e chiedono punizioni più severe e quelli che invece e condannano esclusivamente le condizioni, l’ambiente in cui il criminale è vissuto, non è più riproponibile.
    Un approccio assennato non scusa e non ignora; cerca di punire e prevenire, di affermare insieme e contemporaneamente legalità e solidarietà. Questo richiede un progetto strategico.
    Ma nello stesso momento in cui chiediamo rigore contro il crimine dobbiamo ribadire che lo sviluppo non è solo sviluppo economico, che è anche sviluppo umano della persona. Che dunque sono necessari grandi atti, come la modificazione del modello sociale che lo renda capace di adottare ritmi di vita e di lavoro meno frenetici, di regolare la competitività dell’economia di mercato evitando di portarla all’eccesso, di riservare spazi allo sviluppo di relazioni interpersonali non anonime o superficiali. Ad esempio l’adozione di una politica urbanistica globale capace di costruire le città rendendole a misura di bambini e quindi di donne e di uomini incidendo sull’organizzazione dei tempo di lavoro, sul tempo libero, sull’organizzazione dei trasporti e dei servizi pubblici. E’ necessario l’approntamento di politiche sociali innovative, capaci di costruire antidoti alla marginalizzazione.
    Parlando di società abbiamo voluto operare una selezione dei temi che tratteremo in questa assemblea per concentrarci bene su quelli che più saranno utili a sviluppare il filo della nostra riflessione che non ha la pretesa di essere onnicomprensiva.
    Ci aiuteranno in questo percorso i compagni e le compagne incaricati di svolgere le diverse comunicazioni tematiche e, in seguito, i gruppi di lavoro a cui vogliamo dare vita con il contributo di tutti voi.
    Infine, compagni e compagne, lasciatemi fare un’ultima considerazione su di noi e sul cimento per dare vita alla costituente di una nuova sinistra. Questo progetto, con tutto il rispetto, non è affidato alla diplomazia dei nostri rapporti con i compagni Vendola, Giordano, Migliore, Cento o Hutter, Belillo o Guidoni e altri, non è una concessione che facciamo ad altri, ma prende senso solo da quello che noi decidiamo di essere e di fare.
    La Sinistra è il campo su cui noi costruiamo la nostra iniziativa, a partire da noi stessi, dal nostro profilo politico e progettuale e a questa prospettiva dobbiamo saper dare, per nostra interna con¬vinzione e non per convenienze tattiche, tutta la potenzialità che è in grado di esprimere. Noi dobbiamo decidere la nostra linea di marcia. Poi vedremo come risponderanno le altre forze, quale percorso sarà possi¬bile fare insieme, quali sbocchi politici e organizzativi. Il nostro tema è l’organizzazione di un campo di forze che sia in grado di esprimere una cultura politica autonoma e di governo. E in questo campo noi non siamo una forza gregaria, che si accoda ad altri, ma siamo l’elemento trainante e de-cisivo.
    ……………………………………..
    Voglio lasciarvi con una vecchia storia.
    Avrete sicuramente già sentito la storia del mito di Pandora. Pandora, nella mitologia greca, fu la prima donna sulla terra, ricca di doni, creata da Efeso e Atena. Fece l’errore – assai noto – di aprire un vaso che Zeus le aveva regalato. Da esso uscirono tutti i vizi del mondo, che si sparsero ai quattro angoli della terra. Quel che è meno noto è che alla fine, dal vaso, uscì la speranza. Non so dire se la tradizione greca con ciò ci dica che anche la speranza è un male, è un vizio. Io non credo.
    La ragione senza speranza non può vivere. La speranza senza ragione diventa qualche cosa di inarticolato e di muto.
    Dopotutto, quale messaggio ci giunge da questa nuova avventura Made in Usa? Semplice e sovversivo al tempo stesso: la Politica si riaccende se cambia dimensione.
    In tutti i sistemi politici democra¬tici occidentali – ormai da decenni – il discorso pubblico ha un andamento orizzontale. Ossia scorre lungo un unico asse tracciato tra due punti estremi: la conservazione, al lato destro, e il cambiamento gestionale a quello sinistro.
    Qui scatta «l’effetto Obama» (o comunque la lezione che possiamo trarne): innestare, sulla linea orizzontale del vigente discorso politico gestionale, una proiezione vertica¬le, dal basso all’alto, dal presente in direzione del futuro. Oltre la dittatura del pensiero pensabile.
    Una politica orientata al futuro sostituisce, alla paura che ci immobilizza nell’oggi, la speranza che ci mobilita per costruire il domani.
    Non per niente, la parola guida della campagna eletto¬rale del giovane candidato democratico americano, sino a ieri considerato un outsider senza speranza, è hope, speranza, appunto.
    La Sinistra, scriveva Richard Rorty, è per definizione il partito della speranza.
    Noi tutti abbiamo, per usare una splendida immagine, una inesausta fame di vento, che ci spinge a cercare nel presente le ragioni di un impegno. Non è per noi soli che lo facciamo, ma per una speranza condivisa: che questo terribile e complicato mondo possa essere compreso e cambiato.

  46. SINISTRA-DEMOCRATICA: SOSTEGNO ALLO SCIOPERO GENERALE DEI METALMECCANICI. said

    http://www.sinistra-democratica.it

    Sostegno allo sciopero generale dei metalmeccanici.

    L’Assemblea Nazionale degli Amministratori di Sinistra Democratica riunita a Firenze l’8 Novembre 2008 per discutere in merito alle prossime scadenze elettorali di primavera
    INVITA
    Tutte le forze politiche della sinistra a scendere in campo ha sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici impegnate nelle prossime settimane a lottare contro l’arroganza di Confindustria e del Governo che, di fronte alla crisi economica, invece di sviluppare azioni di contrasto al carovita e dare un respiro ai salari e alle pensioni detassando le tredicesime, usano la crisi per scaricare i costi sull’occupazione attraverso un ricorso massiccio all’uso della cassa integrazione, licenziando in particolare i lavoratori assunti con contratti atipici, de’localizzando l’attività delle imprese, oltre che scardinare i diritti collettivi e la messa in discussione del contratto nazionale

    CONDIVIDE
    Le richieste avanzate dalla Fiom cgil in merito alla necessità di un nuovo intervento pubblico nell’economia che indirizzi i processi di innovazione del sistema industriale assumendo come vincolo la compatibilità ambientale, il NO ai tagli alla scuola e alla sanità, l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutte le forme di rapporto di lavoro e a tutte le imprese aumentando il valore dell’integrazione salariale per i lavoratori in cassa integrazione e aumentando l’indennità di disoccupazione, si definisca una nuova politica fiscale a partire dalla restituzione del drenaggio fiscale, il superamento della defiscalizzazione degli straordinari e la tassazione delle rendite finanziarie e delle stock option date ai dirigenti di impresa
    CHIEDE
    Che si definisca un modello contrattuale e di relazioni sindacali universale per tutte le categorie pubbliche e private incentrato su un meccanismo che permetta l’aumento e la tutela reale dei salari e delle pensioni, respingendo il documento di Confindustria e le proposte del Governo che nei fatti superano i contratti nazionali di lavoro e sanciscono la riduzione programmata delle retribuzioni, che si definisca una legge sulla rappresentanza in cui sia sancito che gli accordi siano validi solo quando approvati dalla maggioranza dei lavoratori interessati unico modo per evitare gli accordi separati
    ESPRIME
    Pieno appoggio allo Sciopero Generale dei lavoratori e delle lavoratrici dei Metalmeccanici i programma per il 12 dicembre invitando i propri militanti e tutti gli uomini e donne di sinistra a partecipare in massa alla Manifestazione Nazionale in programma a Roma.

    Firenze 8 novembre 2008

  47. Folena: io non ho firmato... said

    Precisazione: io non ho firmato.
    Pur seguendo con attenzione quanto si muove a sinistra e in particolare ogni iniziativa mirante alla sua unità, non ho firmato il documento pubblicato oggi da “Liberazione” né ho aderito all’associazione che da esso scaturisce. Sono fermamente convinto della necessità e dell’urgenza di un vero processo costituente della Sinistra, ma vedo il rischio, nonostante le buone intenzioni, di nuovi cartelli elettorali, di iniziative promosse solo “dai dirigenti per i dirigenti” e di un dibattito preso dallo scontro interno ai partiti, insomma il film già visto della Sinistra Arcobaleno. Sento invece necessario che tutti i ceti politici facciano un passo indietro e che il processo apra porte e finestre alla società e ai movimenti di questi mesi, in particolare al quello per la difesa della scuola pubblica.
    08/11/2008, Pietro Folena

  48. nonviolento said

    Tutto quello che accade oggi in italia Folena lo chiama: “iniziative promosse solo “dai dirigenti per i dirigenti”.
    Le decine di case della sinistra, le associazioni nate in tanti territtori da coprire tutto il territoria italiano dal Trentino alla Puglia, nelle giunte di ogni livello, i piccoli gruppi formatesi in decine di città italiane, al di fuori di partiti ed associazioni. Per la prima volta “i vertici” non hanno fatto altro che costituire una cosa che non porta a nascere, ma serve semplicemente ad offrire un contenitore unico alle decine, centinaia di situazioni locali frammentate, e lui lo chiama veriticismo. Ma via Folena dove sei stato fino ad oggi? Dall’Arcobaleno ad oggi sei stato in ibernazione?

  49. Siamo tutti Violenti said

    Il signor “Non Violento” è evidentemente un funzionario stipendiato, sta dalla mattina alla sera a postare messaggi su questo blog… Condivido appieno il pensiero di “Violento”.
    Aggiungo: questi signori parlano di “non violenza”, ma sono coloro che per 9 anni hanno controllato con metodi staliniani, autoritari e personalistici (sfruttando il peso economico della presenza dei loro esponenti nelle istituzioni) il Partito. Noi ce ne siamo stati in minoranza, abbiamo rispettato la linea…Ora, per la prima volta dopo 60 anni, questi signori hanno portato la sinistra fuori dal Parlamento, sono stati giustamente messi in minoranza dal Congresso (per vincere i congressi serve il 51%, a meno che non vogliate sciogliere un partito col 47%, contro il parere negativo del 52% degli iscritti), e per tutta riposta: che fanno? Sabotaggi, insulti, minacce e partiche scissioniste… Questa è la risposta di chi ha una concezione padronale del partito, di chi non può stare in minoranza, perchè se ci si ritrova è pronto a promuovere una scissione… Andatevene pure con Sd, vedremo chi prende più voti. E’ meglio che ve ne andiate ora, anzichè a rimanere e sabotare i risultati del partito alle Europee…

  50. Marco Renzini said

    Tutti violenti ma anche tutti tanto nervosi.
    Come mai ?
    Comunque io sono per il ” trollaggio ” libero, gratis e selvaggio.
    Firmato: ” Un bertinottiano di ferro “.

  51. nonviolento said

    E’ uno strano linguaggio quello che accomuna tutti questi comunisti. Rabbia, frustrazione, quella frustazione selvaggia che prende chi, convinto in buona o malafede, che il suo pensiero sia la verità unica e assoluta, di non poter dirigere, di poter fare del partito quello che lui desiderava fare, oppresso da quella maggioranza che tradiva la tradizione, il sangue, perchè il loro linguaggio violento si associa al mito del sangue tradito, il sangue dei comunisti tradito da questi che invece di un partito comunista hanno fatto un partito che segue i “movimenti piccolo borghesi” così veniva definito il movimento che diede vita a Genova 2001. Avete scordato le vostre parole, o il ricordarvele vi irrita perchè potrebbe riportare alla memoria di qualche novello alleato la protervia, l’insulto con cui vi rivolgevate anche a lui. Io leggo nelle vostrte parole un mondo che non è mai stato mio, nemmeno quando nonviolenmto non ero, per scelta personale e convinzione ideologica, ma mai ho sentito dentro di me tanta rabbia, tanta frustrazione, tanto odio. Siete solo delle persone meschine.

  52. mi approprio... said

    considerato che il post di “violento” è bellissimo ed ho deciso di non frequentare più questo sito, in quanto veramente “allibito” di leggere “in salse diverse” ma sempre “uguali, monotone e monocordi” le argomentazione di “nonviolento”, che ripetere sempre le stesse cose (con la solita tecnica dell’insulto personale non entrando mai nelle argomentazioni, avessi letto un post di riflessione sulle critiche di iperbertinottiani come Gianni o dello stesso Bertinotti che avanzano dubbi sulla scissione), no qui solo certezze granitiche (che neanche gli stalinisti avevano); allora per salutarvi dopo un mese che non vi frequentavo più ma vedendovi sempre uguali, mi approprio del post di violento e rinvio al suo post # 43

  53. Roberto "Brontolo" said

    Ciao…a non rivederci, e mantieni la parola…sfogati altrove.

  54. nonviolento said

    E’ singolare come Elena, che poi è la stessa che ha pubblicato il messaggio su Folena, ed altri ancora, affermi che non ci frequenta da un mese, allora occhio, qualcuno si è appropiato della tua mail…..Non posso scrivere nulla sul suo considerare bellissimo un post zeppo di violenza, ma ognuno ha i suoi referenti. Resta il fatto delle certezze, non hai letto nessun dubbio, incertezza nelle nostre mail, strano, qualcuna di queste incertezze le hai tu stessa citate. Ah è vero sono di cosidetti dirigenti, quindi non fanno parte della discussione, sono di una sfera superiore, loro sono i bravi, belli, intelligenti, arguti sulle cui riflessioni noi dobbiamo discutere perchè l’imput lo possiamo avere solo da loro,dalle loro indubbie capacità che sono tutto in confronto al nostro nulla. questa logica è stata superata, ciò che essi scrivono è per noi un contributo, come le cose che scrivi tu, io e gli altri, niente di più e niente di meno,alla fase attuale della costruzuione della sinistra in Italia siamo tutti sullo stesso piano, anzi molti di loro sono su di un opiano decisamente inferiore al nostro, infatti qui scrivono persone che fanno da anni lavoro di base, nella loro zona, che senza chiedere alcun imput anessuno hanno messo su case della sinistra, associazioni locali, se proprio devo dare un valutazione, il contributo di questi compagni/e amici/e per me è molto più importante che non quello di un dirigente che , sia dalla mia che dalla tua parte ha un poco perso i contatti con il mondo vivo. Loro, i da te citati hanno dei dubbi, io no, posso discutere dei dubbi di una persona, certo, ma posso anche leggere e pensare senza per forza discuterne. La cosa strana non è quello che affermi verso di noi, ma il tuo non vedere che nessun dubbio o incertezza alberga in altre sponde e messaggi. O al contrario pensi che messaggi come quelli di Violento, che ripete lo stesso identico messaggio per ben tre volte su blog diversi, discussioni diverse etc, o di mau68, o chavez, sono articolati, complessi, dubbiosi e pieni zeppi di incertezze. Io ho la una linea , alcuni ne hanno altre, alcuni che hanno la mia stessa linea politica hanno dei dubbi, tutto è riportato, che cosa dovrei discutere con Gianni o altri che probabilmente non leggono nemmeno questo blog, li pubblichiamo, cerchiaqmo di dare un contributo alla riflessione di tutti, se fosse un blog non nostro non sarebbero nemmeno pubblicati, le tue sono solo chiacchere senza alcun senso.

  55. annaD said

    non violento: “La sinistra in Italia nascerà, perchè oramai in troppi abbiamo acquisito la consapevolezza che la sinistra siamo noi e noi vogliamo la sinistra”
    in queste paole c’è tutto il senso e la direzione di quello che deve essere

  56. tonino ditaranto said

    il sogno che ogni compagno insegue da una vita, una sinistra sana, pulita e progressista che sappia ridare fiducia ai milioni di lavoratori e lavoratrici,pensionati e studenti, donne e pacifisti che per anni hanno dovuto subire le angherie di una classe politica contaminata e avida di una sete di potere e attaccamento alle poltrone.
    L’Italia ha bisogno di respirare nuovamente il profumo della giustizia, dell’uguaglianza e della pace, spetta a noi questo arduo compito.
    Oggi poniamo le prime basi e continueremo a combattere per costruire un futuro diverso.
    Da comunista aderisco a questo progetto con entusiasmo.

  57. elisa said

    Anche a Pisa vogliamo lanciare l’associazione nazionale “Per la Sinistra”.
    Per questo ci ispiriamo all’appello nazionale “Costruire la Sinistra, il tempo è adesso”. Vogliamo realizzare un’assemblea aperta e partecipata per lunedì prossimo, 17 novembre 2008, alle ore 21,15 presso Santa Croce in Fossabanda a Pisa.
    L’assemblea vuole essere non solo occasione di presentazione dell’associazione e di discussione pubblica, ma anche la prima
    tappa di un percorso che costruisca concretamente nella nostra città una *Casa comune della Sinistra*.

    *Il comitato promotore pisano dell’associazione “Per la Sinistra”*

  58. elisa said

    Ancora in provincia di Pisa
    NASCE A VICOPISANO IL COMITATO “PER LA SINISTRA”
    Noi tutte e tutti condividiamo i medesimi ideali di pace, uguaglianza, fratellanza,democrazia e libertà.
    Noi tutte e tutti siamo uniti dalla convinzione che al centro di ogni nostra azione debba esserci la difesa della dignità delle persone, la tutela dei più deboli, le pari opportunità per tutte e tutti contro ogni forma di razzismo, violenza, discriminazione
    ed emarginazione.
    Noi tutte e tutti ci riconosciamo in quelle donne e in quegli uomini che sessant’anni fa con la Resistenza hanno conquistato la nostra libertà e la nostra democrazia.
    Oggi l’Italia si trova nel mezzo di una crisi culturale e di civiltà profondissima, che sta delineando, attraverso lo svuotamento delle regole democratiche, l’instaurazione di una
    nuova forma di regime.
    Siamo nel mezzo di una “rivoluzione” conservatrice, che investe ogni ambito e trasforma profondamente la vita sociale e le relazioni tra le persone nel loro complesso: un processo che è da lungo tempo in atto, che mette in discussione gli stessi valori democratici e che sta giungendo a compimento con il governo che si è insediato dopo il voto del 14 aprile.
    La destra non solo ha vinto, ma è diventata senso comune. L’esperienza storica della sinistra, per come molte e molti di noi l’hanno conosciuta e vissuta, è terminata.
    Bisogna mettere in campo una seria opposizione, radicale ma non declamatoria, e al contempo lavorare affinché sia possibile al più presto un’alternativa alle destre: un’alternativa culturale, sociale, politica e istituzionale.
    Un progetto capace anche di rimettere al centro il profilo etico della politica.
    Occorre condurre una battaglia di valori per contrapporre alle destre un diverso e credibile progetto di societàeco-sostenibile, una nuova declinazione del binomio diritti-doveri necessaria a garantire la libertà di tutti.
    Servono nuove idee, una ricerca vera. Bisogna ritrovare la capacità di capire le trasformazioni in atto, per offrire risposte adeguate ai problemi che investono il Paese a partire dalle nuove povertà economiche legate ad un liberismo ormai globalizzato, dal mondo del lavoro, dell’ambiente, dei diritti e dei rapporti sociali sul territorio.
    Far rinascere una Sinistra che persegua questi obiettivi non è scontato, ma, se una speranza può esserci, questa risiede anche nella capacità delle realtà locali, nelle esperienze diffuse e talora disperse, nelle donne e negli uomini che intendono ancora
    provarci.
    Per questo riteniamo fondamentale mettere subito in campo forme stabili di organizzazione, che partecipino alla costruzione condivisa di un nuovo soggetto politico, partendo dai singoli individui e dai movimenti politici e associativi che condividono il percorso della Costituente della Sinistra.
    Abbiamo deciso di costituirci in Comitato promotore, per agire unitariamente e per avviare reali percorsi di ricerca e azione politica e culturale.
    IL GIORNO 21 NOVEMBRE PRESSO IL CIRCOLO ORTACCIO DI VICOPISANO ALLE ORE 21.30 AVRÀ LUOGO L’ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL COMITATO,
    TUTTI GLI INTERESSATI SONO INVITATI A PARTECIPARE.

  59. jacopo said

    Musacchio chi??

    Quello che alle ultime europee risultò il meno votato e quindi, “ovviamente”, fu mandato a strasburgo al posto del più votato (Nunzio D’Erme)??

    Stenderei un velo pietoso…

  60. FAUSTO BERTINOTTI: " DA DOVE RIPARTIRE ? 15 TESI PER LA SINISTRA. said

    Liberazione
    13 novembre 2008

    Da dove ripartire?

    15 tesi
    per la sinistra

    Fausto Bertinotti

    1. Dopo la disastrosa sconfitta elettorale e la cancellazione della sinistra in Italia si è posta l’esigenza inderogabile della sua rinascita. Il rischio, in caso contrario, è la sua scomparsa dal panorama politico del paese per un lungo periodo.

    2. Da allora, in pochi mesi, sono avvenuti eventi che hanno mutato profondamente la situazione, sia a livello mondiale, che del paese; sia nella sfera dell’economia, che in quella sociale, che in quella politica (seppure in questo caso lontano dall’Europa, come per la vittoria di Barack Obama). Ognuno di questi mutamenti, e tutti insieme reclamano una nuova, radicalmente nuova, presenza della sinistra in Italia e in Europa, rendendo persino più acuta l’esigenza, già emersa drammaticamente dopo il voto, di mettersi al lavoro per riempire un vuoto orribile.

    3. Il precipitare della crisi, che ha investito il capitalismo finanziario globalizzato e che si estende dagli Usa al mondo intero, sottolinea duramente il vuoto di sinistra in Europa e propone, in tutta la sua portata storica, il tema della costruzione di una sinistra europea. E’ stato detto giustamente che, se non sa mettere in campo, di fronte a questa crisi, una proposta di politica economica alternativa a quella dei governi, la sinistra non esiste.

    4. La risposta alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato è dunque un banco di prova obbligato, tanto più per le spaventose conseguenze sociali e di pesante ristrutturazione del lavoro che, in sua assenza, si produrrebbero. Una traccia di proposta è già presente nel mondo degli economisti critici. La necessità del sistema di ricorrere all’intervento pubblico porta la contesa sulla natura dell’intervento pubblico e del ruolo dello Stato. Una proposta della sinistra dovrebbe cogliere l’occasione davvero straordinaria per rivendicare un intervento pubblico nell’economia finalizzato ad una prima riforma di quel modello di sviluppo che ha generato la crisi attuale, per andare nella direzione di un modello alternativo di economia più equa, più ecologica e meno instabile. L’intervento pubblico dovrebbe perciò essere massiccio, quanto precisamente finalizzato. E’ stato giustamente sottolineato che la sfida che si ripropone è sul cosa, come, dove e per chi produrre. E’ concreta la possibilità di cogliere l’occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un piano del lavoro che faccia dello Stato il garante di una programmazione per il pieno impiego e un lavoro di qualità che superi la sua precarizzazione.
    Alla sua base vanno individuate, e scelte, le grandi questioni irrisolte della società e i bisogni maturi e non soddisfatti. La guida di questa svolta nella politica economica sta nella organizzazione della domanda dove più stretta è la relazione tra le problematiche economiche, quelle della qualità e stabilità del lavoro e quelle ecologiche, per costruire delle risposte che sollecitino uno sviluppo qualificato della ricerca, della ricerca applicata, della tecnologia e di nuove forme di organizzazione del lavoro. La dimensione necessaria per questa riforma della politica economica è certo quella europea, ma già il livello nazionale va investito da una forte iniziativa politica e sociale. L’occasione è quella di una terribile difficoltà, ma anche quella propizia alla rinascita della sinistra, nel cimento su un passaggio così difficile. Si tratta ora di immettere questo schema di proposta con forza nel dibattito e nello scontro politico. Su questa traccia va contemporaneamente messa all’opera una comunità scientifica allargata, all’esperienza sociale in primo luogo, da cui nasca una proposta condivisa che possa entrare in relazione con tutti i fronti di lotta.

    5. Il movimento di lotta di queste ultime settimane di straordinaria mobilitazione nella scuola ha dimostrato quel che si doveva già sapere, che nessun consenso di opinione mette al riparo i governi dall’insorgere del conflitto sociale, ma, contemporaneamente, ci fa scoprire una nuova dimensione possibile del conflitto, quella della sua indipendenza dalle forze politiche e della sua irrappresentabilità. Si tratta di un movimento del tutto inedito, assai diverso non solo da quelli del ’68 e del ’77, ma anche da quello della Pantera, un movimento diverso per composizione, organizzazione e forme di crescita anche dal movimento altermondista. Esso promuove l’azione collettiva della popolazione di un comparto della società, qui la scuola, sulla base della denuncia della lesione di un suo diritto condiviso. Avevamo già visto che senza la sinistra non c’è opposizione politico-sociale, ora impariamo che neppure l’opposizione sociale rimette più in piedi la sinistra. Si sono consumate tutte le rendite di posizione della politica. Senza un’idea di sé, del suo rapporto con i movimenti e con la società la sinistra non esiste e non rinasce.

    6. Il lavoro sarà investito da una nuova fase di ristrutturazione promossa dalla crisi, e sulla base della recessione e dell’attacco all’occupazione. Il padronato si prepara a gestirla facendola precedere da un a-fondo sul sistema contrattuale con lo scopo di ridurre non solo il lavoro, ma anche il sindacato a variabile dipendente della competitività aziendale. Sebbene possa sembrare troppo radicale ed estremista, l’obiettivo confindustriale è proprio quello di cancellare l’autonomia rivendicativa e contrattuale del sindacato per sostituirlo con la sua istituzionalizzazione neocorporativa: un cambio della sua natura per sottomettere “definitivamente” il lavoro all’impresa e al capitalismo. Cambiano, anche assai profondamente, i cicli economici e la composizione del lavoro, ma il lavoro, la contesa sul lavoro e la soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè il concreto manifestarsi delle lotte di classe, torna come uno degli snodi decisivi per l’esistenza della sinistra. Non c’è nessun automatismo né alcuna esclusività da proporre, né alcuna collocazione gerarchica da rivendicare rispetto ad altre contraddizioni, prima tra tutte quella ambientale. Semplicemente senza una sua politica su questo snodo la sinistra non esiste. La stessa questione sindacale acquista un peso del tutto particolare sia rispetto alla questione sociale che a quella politica. Se la Cgil si sottrarrà all’esito voluto dalla Confindustria e dal Governo niente rimarrà come è stato dal 1992 ad oggi, e comincerà una nuova seppur difficile storia del sindacato e del conflitto di lavoro in Italia.

    7. Sia che si guardino le già grandi novità intervenute, dopo la storica sconfitta, dal punto di vista strutturale che dal punto di vista dei processi politici, si vede emergere quale tema prioritario, connesso con la questione delle proposte sulla natura del nuovo intervento pubblico nell’economia, quello dell’efficacia dell’opposizione ai fini di impedire che il cerchio si chiuda, con l’irreversibile cancellazione per l’intero medio periodo della sinistra e con la sistematica separazione tra il sociale e il politico, tra la vita delle persone e la politica. La qualità e l’ampiezza dell’opposizione debbono porsi all’altezza di un disegno regressivo di restaurazione che vede progressivamente soppiantare la Carta fondamentale della Repubblica da una costituzione materiale che ne rovescia il senso, facendosi accompagnare da una rivoluzione conservatrice guidata dalla nuova destra. L’esito di un “regime leggero”, a fondamento di un assetto a-democratico della società, può essere impedito solo da un’opposizione di sinistra, popolare, di massa e capace di risalire, per metterle in discussione, alle cause strutturali del disagio sociale e della crisi economica. Ripensare a fondo l’agire collettivo, attivare tutte le forme della democrazia partecipativa, andare a lezione dai movimenti emergenti, rivoluzionare la grammatica dei rapporti tra forze politiche e movimenti, scegliere i tempi e i modi di proprie campagne di mobilitazione e di lotta che facciano venire alla luce potenzialità latenti, far coesistere esperienze diverse solo disposte a riconoscersi reciprocamente, rileggere le esperienze di democrazia diretta a partire dall’uso mirato del referendum, costituire autonomi comitati di scopo, sono solo alcune delle pratiche necessarie di un piano di lavoro politico che associ chiunque ci stia sulla base della selezione politica operata unicamente dalla condivisione dell’obiettivo.

    8. Era già evidente dopo la sconfitta che la rinascita della sinistra sarebbe dovuta essere in realtà un cominciare da capo. Tutto ciò che accade avvalora questa tesi. Il rinnovamento nella continuità, che sarebbe stato possibile fino a ieri è oggi impossibile. Lo sarebbe stato, con particolare forza, di fronte ai grandi passaggi storici mancati, come la primavera di Praga, il ’68-’69, lo stesso ’89, per lo straordinario accumulo di storia e di esperienze fin lì a disposizione e che avrebbero potuto permettere un’uscita da sinistra dalle crisi del movimento operaio. Allora sarebbe stato possibile quel che oggi non è più possibile. Ancora, in tutt’affatto diverse condizioni, di fronte al costituirsi del movimento altermondista, un’estrema possibilità si era venuta proponendo alla politica. Ma oggi, dopo la sconfitta storica e la scomparsa della sinistra politica come forza attrattiva, questa ipotesi di lavoro non è più possibile. Quel che resta vivo dei tentativi, anche coraggiosamente tentati di fronte ai precedenti passaggi critici, è l’esigenza di fondo, quella di un’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. Ma ora è necessario che sia un’uscita da sinistra capace di essere praticata da nuove grandi organizzazioni politiche. La sinistra di cui c’è bisogno è perciò una sinistra di società, cioè capace di essere portatrice di una rinnovata critica del modo di produzione capitalistico e di un’alternativa di società e, contemporaneamente, per forza organizzata, capace di influenzare il corso generale in atto e le scelte della politica: una forza politica di cambiamento e di trasformazione.

    9. Ricominciare politicamente da capo per ricostruire la sinistra in Italia e in Europa non vuol dire contrarre la malattia del nuovismo che è un’apologetica dell’innovazione che ora si fa addirittura grottesca di fronte ad una realtà come quella attuale che fa dire come scriveva Gorz “Non è un capitalismo in crisi, ma è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la realtà”. Essa genera a sua volta una crisi di civiltà e un rischio per l’umanità tutta. Un’adesione all’attuale modernizzazione è semplicemente insensata. Né vuol dire essere dimentichi del passato. Il movimento operaio del ‘900 è il mondo da cui veniamo. Delle tre grandi direttrici su cui si è sviluppato, la prima è morta nella tragedia, ed è quella che, sulla rottura rivoluzionaria, ha fondato la costruzione dello stato e di ciò che è stato chiamato il comunismo reale; la seconda è molto, molto malata, ed è quella che, in tutta la seconda metà del secolo, specie in Europa, ha continuato a porsi il tema della trasformazione della società capitalista diventando protagonista del compromesso democratico dei 30 anni gloriosi; la terza è ancora vitale (anche per la conferma, seppur anche spiazzante, che le viene dalle grandi mutazioni di cui il capitalismo è capace per riconfermarsi) ed è il nucleo forte della critica al capitalismo proprio dell’impianto marxiano. Proprio in ragione della sua vitalità convince ancora la tesi propagata da grandi intellettuali marxisti già alla fine del secolo scorso di andare oltre Marx, tesi che pretende una duplice opposizione, sia nei confronti di chi ne propone l’abbandono, sia di chi ne propone una acritica nuova adozione. Si può pensare di mettere a frutto la vitalità della teoria, consapevoli anche della sua maturità, proprio cercando la relazione con due contraddizioni altrettanto decisive nella critica al nuovo capitalismo totalizzante, quella tra ambiente e sviluppo e quella di genere. Un forte spirito di ricerca nella teoria critica del capitalismo dovrebbe alimentare una tendenza culturale e politica necessaria, insieme ad altre, alla rinascita politica della sinistra.

    10. Il movimento operaio del Novecento vive dal ’17 agli anni ’80 su ciò che è stato definita l’alleanza, o la fusione, tra la classe operaia e una teoria, quella marxista-leninista. Per averne conferma basti pensare soltanto al fatto che il partito comunista dalla storia nazionale forse più autonoma di ogni altro, il Pci, modifica, nel suo statuto, il riferimento al marxismo-leninismo solo nel 1979. Il peso dell’alleanza in questo movimento operaio, quello del ‘900, quand’anche in esso siano cresciute esperienze diverse, è forte e innegabile. Ma questa non è la sola storia del movimento operaio possibile. Né è stata la sola. Ce ne sono state di diverse già nel corso della storia, si pensi al ciclo che precedette la Comune di Parigi, e dunque altre ce ne potranno essere, sempreché lo sfruttamento esistente sia considerabile politicamente significativo. Ad un nuovo movimento operaio la sinistra dovrebbe lavorare, nel tempo di una nuova rivoluzione capitalistica, anche modificando i contraenti l’alleanza e la sua stessa base teorica. A richiedere un soggetto capace di proporsi, su scala mondiale e in un processo storico, il superamento del capitalismo è la natura di questo capitalismo totalizzante, sono le forme concrete di sfruttamento e di alienazione che esso genera e la sua attuale proprietà di fare innovazione e contemporaneamente di produrre crisi di civiltà e di umanità. A questa ricerca non può essere estraneo il processo di costruzione della sinistra in Europa e in Italia che, tuttavia, deve disporre di un’autonoma fondazione politica, quella della definizione di un programma fondamentale in cui possano riconoscersi una molteplicità di soggetti e una pluralità di culture politiche, capace di costituire, come insieme, il fatto nuovo nella politica.

    11. In politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una comunità scelta parlano di un’identità, di un’appartenenza. In questo nostro tempo l’identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice dell’esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone comuni e sanno trasmettere il senso dell’appartenenza ad un’impresa comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il programma fondamentale della sinistra, che non può che essere, realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand’anche dichiarata l’ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e sarebbe, il caso dell’intervento sul nome di formazioni già esistenti dove il rispetto della storia, delle storie che l’hanno animato e la loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del Pci. Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata l’origine della politica di libertà e di giustizia nella storia moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c’è più la politica, non c’è più scelta, il clivage tra destra e sinistra. La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del continente si chiami comunista, nessuna dal Ptt di Lula al Mas di Evo Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.

    12. Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura politiche sufficienti per questo necessario big – bang da cui possa rinascere la sinistra. Il Pd non è sinistra, e non per la composizione della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all’arcobaleno di sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria per l’impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall’esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La situazione, prima caratterizzata dall’esistenza di due sinistre in competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base dell’analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla base dell’analisi delle soggettività politiche in campo, quest’ipotesi, matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla recessione e all’attacco all’occupazione.

    13. Per affrontare questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della sinistra, ma ne contraddirebbe l’ispirazione di fondo. E’ l’ipotesi secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni, si dovrebbe sostituire il rapporto tra l’attuale Pd e una forza alla sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che rappresenterebbe nient’altro che uno sviluppo moderato dell’attuale situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola verità interna ed è che, nella attuale immaturità della ristrutturazione, deve essere perseguito l’obiettivo della costruzione da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L’ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare stagione. La cultura prevalente che l’ha promossa – governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna – non solo è all’origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall’esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell’economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse.

    14. La costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com’è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un’impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand’anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola. Nell’intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c’è il deposito di resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in un’impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C’è una sola condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra, per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente. Non c’è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti, quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica dalla società e dai soggetti in essa attivi. L’impegno deve quindi, su questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni funzione di rappresentanza, fin dall’inizio del processo, deve essere attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.

    15. La sinistra deve avere l’ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre, del consumare, del convivere e del fare politica. C’è, a questo fine, da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell’individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un comportamento altruistico, almeno con uno improntato all'”egoismo maturo”, cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col sostituire il troppo abusato “non sono d’accordo” con il “sono d’accordo, ma…”. Alla riforma della soggettività da investire nell’impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il centralismo romanocentrico, figlio non più dell’esigenza nazionale di una formazione compatta di combattimento, bensì della “governamentalità” e della centralità delle istituzioni nella politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa l’esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza (l’Italia delle cento città) che può indurre la politica a ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta, nell’organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda, campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l’egemonia nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della riforma della società civile mediante la produzione di culture, di pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al primato dell’impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito storico. E’ anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo, che rinasce la sinistra.

    13/11/2008

  61. nonviolento said

    Una risposta a Jacopo. Carissimo evita di scrivere sciocchezze. Sai benissimo come è andata la storia e se devi rimproverare qualcuno cerca più vicino ai tuoi amici di oggi, che allora ci insultavano per aver aperto ai movimenti, forse la frequentazione di poltronari assidui con le idee molto confuse, anche se adesso si atteggiano ad extraparlamentari, ti ha creato dei vuoti di memoria, ma sai benissimo chi è che ha strillato dentro al partito perchè passasse un iscritto, quindi lascia perdere. Resta il fatto che l’opera del compagno Musacchio in Europa, non ultimo l’essere riuscito, assieme ad altri compagni/e del gruppo della sinistra, ad unificare tutto il fronte progressista del parlamento e far bocciare la norma sull’ampliamewnto dell’orario di lavoro, vale per anni di nullafacenza di tanti tuoi amici scaldapoltrone di oggi.

  62. Accogliendo l’esortazione di Bertinotti mi sento di dire che sono daccordo con quanto sostiene (in particolare sulla tesi n. 15) ma con qualche distinguo.
    In particolare non mi sento di condividere la convinzione espressa nella tesi n. 13 sulla fine del centro-sinistra. Affermare che “La cultura prevalente che l’ha promossa – governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna – non solo è all’origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall’esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato” è a mio avviso non solo ingeneroso nei confronti dei protagonisti di quella stagione (Prodi in primis) ma una più o meno conscia forma di rimozione delle responsabilità che anche noi abbiamo sul fallimento di quell’esperienza (esperienza e non stagione) e sulle quali invece dovremmo riflette e profondamente. Come non credo che esista al momento un’alternativa a quel progetto (il centrosinistra), rispetto al quale si può auspicare che esso rappresenti una fase transitoria per approdare ad un progetto che si caratterizzi per una maggiore centralità della sinistra ma se prima non riusciamo a consolidare “un corpo di regole e una classe dirigente moderna” (il progetto del centrosinistra appunto) che governi il paese (ed i territori che lo compongono) pensare a qualcosa di più ambizioso è come voler costruire un edificio sulla sabbia. Del resto non riesco ad immaginare come, diversamente dal governare (dunque con il centrosinista in questa fase storica non essendo da soli autonomi), si possa costruire la fiducia ed il consenso dell’elettorato (necessario a poter realizzare poi un proprio autonomo progetto politico) avendo scelto la forma democratica come regolamentazione dei rapporti sociali tra gli individui, rinunciando definitivamente ad ogni forma di violenza e sopraffazione.

  63. nonviolento said

    IL vero problema non è se il centrosinistra sia una esperienza esaurita o meno, ma il fatto che sia lui che la sinistra non hanno in questo momento alcun progetto progressivo per affrontare non la crisi attuale del capitalismo ma la crisi del capitalismo come meccanismo economicopolitico che regola i rapporti economici internazionali. Certo la sinistra ha da tempo, in alcune delle sue componenti, letto e analizzato che questa crisi ha elementi che la distinguono dalle crisi di fase, dai riaggiustamenti che il capitalismo ha effettuato nel corso dei vari secoli dalla sua mascita nell’epoca dei commerci (si potrebbe scrivere della pirateria) ad oggi, ma nonostante questo, proprio per la causale di fondo di non porsi quasi mai in una ottica di governo delle cose, ha solo pensato alla critica del capitalismo, come leggo spesso su dotti articoli di economisti di sinistra su vari quotidiani, ma poco al governo della crisi. E qui rientra il fallimento del centrosinistra. Esso si è posto , vero, questo problema, ma solamente per attenuarne gli impatti, addolcirne il peso sulle classi più deboli, tutto il contrario del governo delle destre, ma pur sempre permanendo all’interno delle regole neoliberiste, senza rendersi conto che è proprio a causa del rispetto totalizzante di quelle regole che non è mai riuscito a cavare un ragno dal buco, cioè a risolvere il suo rapporto con la sua gente di riferimento. La crisi stava mangiando a poco a poco i margini della politica benevola, a favore della politica aggressiva. La mancata consapevolezza che non vi erano più margine per la tredistribuzione, ma solo per l’accomulo e i giochi finanziari ha di fatto ucciso il tema politico di fondo del centrosinistra. Credo che questa sia l’intuizione delle tesi di Bertinotti, se si vuole uscire dalla crisi politica della sinistra e dalla crisi economica che sta distruggendo le classi medie e basse della società, non solo italiana, ma europea se non mondiale, dobbiamo abbandonare le soluzioni compatibili in qualsiasi campo, da quello ecomonico a quelldel lavoro e della ecologia. Dobbiamo cercare nuove soluzioni da sinistra alla crisi che attanagliano il nostro sistema economico e politico. Ritentare con i vecchi e falliti tentativi pseudokennesiani del centrosinistra sarebbe votarsi ad un altro fallimento.

  64. nonviolento said

    ASSEBLEA DELLA SINISTRA DEI VERDI

    Roma

    Giovedì 20 Novembre
    alle ore 17:00

    presso la Sala Congressi Cavour, in Via Cavour 50/a.

    PARTECIPANO:

    Zaratti, Cento, De Petris, Fontana, Mastrorillo

  65. Comprendo bene il senso delle afferamzioni di Bertinotti, come giustamente sottolienate anche da “Nonviolento” e le condivido. Non voglio affatto affermare che il centro-sinistra sia la soluzione o l’approdo. Le critiche rivolte a quell’esperienza sono condivisibili, come condivisibili sono i limiti intrinsichi di quel modello di accordo politico. Tuttavia continuo a ritenere – e le parole di Bertinotti e di molti altri (incluso il precedente post di “Nonviolento”) rafforzano la mia convinzione – che al di là dei limiti non esista al momento un altro progetto politico di governo praticabile diverso dal modello del centro-sinistra. Non è un caso se alla critica di quell’esperienza ed all’esortazione a “cercare nuove soluzioni da sinistra alla crisi che attanagliano il nostro sistema economico e politico” (per riprendere le parole di “Nonviolento”) non segue mai alcuna proposta concreta. E le tesi di Bertinotti non sfuggono a tale lacuna e sia chiaro ho profondissimo rispetto per Bertinotti e per la lucidità delle sue analisi. Semplicemente tale lacuna è presente non per un limite nell’elaborazione del pensiero ma perchè in una società così complessa ed articolata (direi polverizzata) non esiste più “una soluzione”, non è più possibile un egemonia e dunque nessuna azione può più essere determinante perchè al tempo stesso è fattore condizionante della realtà e sogetto condizionato (dunque modificato rispetto alla sua struttura originale) dalla stessa. E tale interdipendenza non è un limite ma una splendida ricchezza a condizione che si impari nella pratica politica (come in qualsiasi altra pratica umana) ad essere tolleranti e a saper riconoscere pari dignità alle istanze diverse dalla nostra, accettandole per essere accettati. Esattamente come diciamo di voler fare con la moltitudine di culture ed etnie che popolano questo pianeta.

  66. Chavez said

    Compagni, ma due parole sul grave illecito deontologico di Sansonetti non le dite, o sorvoliamo? Il fatto di aver preso citazioni di Gramsci e averle piegate per sostenere la tesi opposta rispetto a quella che il grande Antonio sosteneva non vi crea problemi? Ma nei vostri blog interni non gli dite di vergognarsi un po’?
    Questo si chiama dal punto di vista del codice deontologico dei giornalisti illecito disciplinare. E costituisce GIUSTA CAUSA DI LICENZIAMENTO, Vivaddio.Di chi prende quasi 4.000 Euro al mese. Vorrei sentire una lamentela, dico una , contro questo comportamento gravemente scorretto di Sansonetti (un po’ alla Vespa).In bocca al lupo per ii prossimo partito della sinsitra.

  67. NICHI VENDOLA: PREDICHIAMO IL CAMBIAMENTO MA IL CAMBIAMENTO NON CI RICONOSCE.. said

    dA LIBERAZIONE DEL 16 NOVEMBRE 2008

    Dopo le 15 tesi di Fausto Bertinotti, riflessioni sulla crisi a sinistra. Come ricominciare?

    Predichiamo il cambiamento
    ma il cambiamento non ci riconosce

    Nichi Vendola

    Sarebbe bello poter compiere il nostro cammino dentro gli snodi delle odierne contraddizioni, facendo vivere un confronto aperto e coraggioso, una ricerca collettiva sulla traccia di lavoro che ci ha proposto su questo giornale Fausto Bertinotti. Rischiamo non solo di separarci tra noi, ma tutti noi, comunque collocati, rischiamo di separarci dal mondo, rischiamo di vivere lo spazio asfittico delle fissità politico-ideologiche senza più intendere il rumore e il senso di quel cambiamento che torna a scaldare i motori. Rischiamo di essere travolti persino dall’onda anomala che aspettavamo: dalle viscere della crisi della globalizzazione, dai luoghi frammentati e minacciati della formazione e della produzione, dalle crepe nella gerarchia dei poteri e dei valori, sgorgano rivolte nuove, protagonisti territoriali o tematici, linguaggi critici che sono quella “domanda sociale” di una sinistra che invece fatica a incarnarsi, che cerca di reclutare piuttosto che di capire e interloquire. Di questa sinistra che appare muta, muta perché priva di parole, orfana di vocabolario, capace solo di citarsi addosso. Non siamo personaggi in cerca d’autore: anzi, gli autori abbondano. Semplicemente non abbiamo più un teatro, il teatro. A meno che non si pensi che, con un po’ di restauri, copione e proscenio si rimettono a posto e siamo pronti per recitare una qualche rivoluzione. Il teatro del Novecento è stato raso al suolo.
    La lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell’antifascismo, l’auto-narrazione di un Paese immerso nelle acque di un Mediterraneo accogliente e plurale: tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria s’è mutata in fiction e caos pubblicitario, i corpi sociali si sono dispersi in mille rovinosi esodi dalla socialità e dall’impegno, il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all’antropologia del post-moderno: capitalismo della finanziarizzazione, con i suoi mulini a petrolio che impastavano la farina del diavolo (il denaro e la guerra). Il comunismo delle oligarchie uccideva con i carriarmati la speranza planetaria del comunismo: l’Est rovinava come un castello di carta e senza troppi rimpianti. Spostamenti di punti cardinali (e di sogni popolari e di idee-forza) disegnavano una inedita geo-politica: e dentro questo nuovo e oscuro mappamondo, il lavoro veniva perdendo potere e valore, il suo novecentesco “assalto al cielo” si concludeva con uno schianto. Il profitto come paradigma di regolazione sociale si gloriava del suo carburante malato: il denaro ebbro della speculazione e del gioco d’azzardo. Ecco, avanzava il ciclo della produzione di “denaro a mezzo di denaro”, e il possedere, la patrimonializzazione della vita, il consumo predatorio, diventavano nodi psichici, contenuto delle relazioni tra le persone. E le nostre comunità si sono smarrite, disperdendosi nella dipendenza da merce effimera, ma talvolta rattrappendosi in forme comunitarie primitive, nevrotiche, direi modernamente tribali. Questo non ha ferito a morte la domanda di cambiamento, ha però colpito la radice delle risposte conosciute, ha travolto lo “stile” del cambiamento: siamo a cavallo di uno strano paradosso, noi predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce, anzi ci scansa. Se crediamo di cavalcare la tigre ci illudiamo: prenderemo morsi, saremo subito disarcionati. Il mondo cambia a dispetto della nostra consueta depressione. Siamo noi che rischiamo di non cambiare: non sto pensando all’euforia del trasformismo, ai tanti cedimento alle lusinghe del potere, ma a una cultura politica che si libera dai paraocchi, che osserva con radicale schiettezza le cose della realtà, che si misura con i movimenti reali e con una devastante crisi di civiltà. La sinistra che è stata lungamente spogliata di identità e orgoglio, ma anche quella che è stata imbottita di pillole di anabolizzante identitarismo. Come ricominciare? questo rovello potremmo viverlo con intensità morale e intellettuale, piuttosto che usarlo come corpo contundente gli uni con gli altri, le une con le altre. La dimensione europea, anche in vista dell’appuntamento elettorale, può essere l’asse portante del pensare e dell’agire politico di una sinistra capace di parlare ai popoli e alle giovani generazioni: si può mettere questo al centro delle scelte necessarie a ridare fiato complessivamente alle forze della sinistra? Io credo che l’associazione per la sinistra possa rappresentare un luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il “senso” della parola sinistra. Non è la sincerità della nostra passione che ci accredita come timonieri esperti del buon cambiamento: la gente non ti conosce, il corpo produttivo non capisce che tu lo difendi, la gioventù addirittura ti rimprovera un certo odore di naftalina. Bisogna avere l’umiltà e l’ardire di restituire un senso materiale alla trinità laica del “libertà/fraternità/eguaglianza”: qui, in questo punto della crisi che divora l’acqua e la terra, in quella teoria di crepe che succhiano il sangue dei produttori, in questa guerra naturalizzata ed eterna, qui il fischio del cambiamento torna a riecheggiare. Vorrei che imparassimo ad ascoltare quel fischio, e la smettessimo di vendere fischietti.

    16/11/2008

  68. nonviolento said

    Schavez, trovo strano questo tuo messaggio dopo aver letto un articolo che poneva lo stesso tipo di “domanda” e a cui Sansonetti ha risposto adeguatamente. Sarebbe interessante discutere con te se ciò affermi tu è verità o no. Sarebbe ancora più interessante farlo prima che compaia qualche articolo dei dotti duri e puri. Ho letto l’anno scorso un interessante saggio su Gramsci pubblicato in inglese, sembra strano ma gli studiuosi più affidabili del pensiero di Gramsci sono aglosassoni, o meglio statunitensi. Ebbene in quel saggio veniva riaffermata più la posizione di Sansonetti che quella identitaria. Cioè Gramsci era molto più attento ai valori di democrazia e libertà di quanto lo siano oggi troppi comunisti di Rifondazione. Arrivare però ad affermare che egli sostiene la tesi apposta in base al solo pronunciamento di un compagno, per quanto valido, mi sembra un giudizio un poco affrettato. Sembra che qualcheduno voglia rapidamente arrivare alla conclusione della questione Liberazione, tira aria di pulizia interna, e non solo nel giornale. Qualcuno sente il terreno scivolargli da sotto i piedi, forse le sue avance nei confronti di certi stalinisti della ultima ora sono state giudicate troppo “audaci”, ed allora cerca di stringere i tempi, di attuare il controllo, che la misera percentuale che ha non potrebbe dargli, ma che oggi può avere grazie alla ignavia dei suoi microalleati ed alla paura di altri che sanno dipendere la loro stabilità al potere dallo stok di voti nelle sue mani. Tutto questo porta ad un partito dilaniato, senza linea politica, senza strategia o tattica, senza iniziative, le giornate contro il carovita sono una vera sciocchezza, sappiamo tutti benissimo come fanno a finire certe cose, sono anni che le riproponiamo e sono anni che ne misuriamo l’insuccesso. I militanti di base sono costretti ad assistere a litigi di cui non capiscono la ragione, visto che poi sono quasi sempre fra componenti della maggioranza, per mere questioni di potere. Segretari di circolo, di federazione, compagni negli enti, nelle consociate, si bisticcia per tutto, per ogni ruolo o nome. Di fronte a tutto questo l’unica cosa per cui riesci a scandalizzarti è un presunto e non dimostrato uso distorto di alcune parole di Gramsci?

  69. nonviolento said

    ASSEMBLEA NAZIONALE
    “UNIRE LA SINISTRA”
    ..VERSO LA COSTITUENTE

    22 NOVEMBRE -Hotel Terminus-P.zza Garibaldi,91
    NAPOLI

    Iniziata Pubblica:ore10,00

    Partecipano:

    Katia Belillo – PdCI (unire la Sinistra)

    Gennaro Migliore – RC

    Arturo Scotto – SD

    Paolo Cento – Verdi

  70. Chavez said

    Il problema sono sempre altre cose vero? La vostra prossima uscita da Rc. non è stata forse originata da questioni di potere o no? “I litigi fra componenti della meggioranza per le poltrone” . Dalle mie parti succede tra i componenti della minoranza che nella mia città ha vinto il congresso. Chi è senza peccato…
    Questa è la frase integrale di Gramsci: “Credo che sia molto utile e necessario, data la situazione italiana che il giornale sia compilato in modo da assicurare la sua esistenza legale per il più lungo tempo possibile. Non solo quindi non dovrà avere alcuna indicazione di partito, ma esso dovrà essere redatto in modo che la sua dipendenza di fatto dal nostro partito non appaia troppo chiaramente. Dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma e alla tattica della lotta di classe, che pubblicherà gli atti e le discussioni del nostro partito, come farà possibilmente anche per gli atti e le discussioni degli anarchici, dei repubblicani, dei sindacalisti e dirà il suo giudizio con tono disinteressato, come se avesse una posizione superiore alla lotta e si ponesse da un punto di vista “scientifico”.
    Questa è quella messa da Sansonetti sulla testata del giornale “il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra.” Non è proprio la stessa cosa, anzi è una interpretazione addirittura opposta. Questa operazione molto discutibile sia sul piano politico che deontologico, viene pure difesa. Facendo un po’ di mirror climbing (ossia arrampicata sugli specchi).

  71. nonviolento said

    Stento a crederci, dopo averla pubblicata riesci ancora ascrivere questo?
    Siamo decisamente peggio dei trinariciutri.
    O forse tu pensi che le indicazioni erano solo abile strategia contro la censura del regime, e che in effetti gramsci pensasse l’esatto opposto, una posizione macchiavellica, ma conforme a certe vostre idee.

  72. Chavez said

    Mi sembra che o non capisci o fai finta di non capire. Gramsci diceva che L’unità non dovesse avere riferimenti al pci ma solo genericamente alla sx operaia non per una qualche volontà di unificazione della sx, ma al solo fine di per evitare le censure del regime ed assicurarne più a lungo la sopravvivenza.Sansonetti,invece, piega questo passo di Gramsci per sostenere la bontà della sua posizione politica e di linea editoriale mettendo in bocca a Gramsci parole che non ha detto. Questo a casa mia si chiama illecito disciplinare.

  73. nonviolento said

    O forse sei tu che non leggi, la seconda parte del mio breve messaggio rispondeva al tuo nuovo messaggio. La tua è pura follia organizzativa, cercate di vincere il confronto dentro al partito e con il quotidiano come avete vinto il congresso, cioè con le commissioni, le bugie, i regolamenti adattati alle vostre necessità, le espulsioni di massa. E’ una via non nuova nel movimento comunista, ma ha sempre portato a vittorie di pirro. IL problema è che di fronte al nulla politico che esprimete non rimane che la burocrazia, di fronte alla incapacità di dare risposte politiche alle nostre posizioni, certo il richiamo identitario non è una risposta, non rimane che il richiamo a regolamenti e la pulsione alle espulsioni, quel voler fare piazza pulita che trascinerà tutti nel fango. Perchè srebbe bene che una cosa vi fosse chiara, senza di noi, cioè senza il suo 47% Rifondazione non esiste, sarebbe un partito in mano alle sue peggiori pulsioni politiche, ai suoi “organizzatori” che lo darebbero in mano a ben altri leader poltici, non sono un caso i continui convegni insieme e flert sui giornali fra i gli “organizzatori” e i novelli stalinisti. Questa sarà la fine del partito per come è nato, per come è vissuto e per le idee che ha sviluppato, tutto sarà annullato in poco tempo, i disaccordi annullati con le espulsioni e fra le mani vi ritroverete il solito partitucolo emmellista bandierina, testimonianza identitaria e opportunismo che ne è la diretta conseguenza.

  74. romololeft said

    Nonviolento sei scandaloso,il post73 è a dir poco vergognoso.Il congresso ha detto democraticamente che il PRC c’è per l’oggi e per il domani,punto e basta.Parli come Brlusconi quando non voleva rassegnarsi al fattodi aver perso eppur di poco le elezioni…La linea di chianciano non è assolutamente identitaria,infatti invita ad una unità concreta delle forze di sinistra anticapitalista e sottolineo queso aggettivo perchè sinistra da solo è generico e insignificante.Anche Brunetta ha detto oggi di essere di sinistra…

  75. Ciccio said

    “come avete vinto il congresso, cioè con le commissioni, le bugie, i regolamenti adattati alle vostre necessità, le ESPLUSIONI DI MASSA”

    Ma di che diavolo stai parlando?
    Bugie? quelle che avete raccontato a tanti compagni in buona fede? E che ora per fortuna si stanno ricredendo?

  76. Chavez said

    Ecco, quando qualcosa non ci va a genio, invece di dire: forse hai ragione (di fronte all’evidenza dei fatti- e non delle opinioni-) si insulta. Sansonetti ha oggettivamente commesso un illecito disciplinare secondo il codice deontologico dei giornalisti?. Sì. Ergo….la conseguenza si scrive da sola. Che c’entra tutto quel blatero riguardante il congresso?

  77. MARIO TRONTI: CRISI O FINE DEL MOVIMENTO OPERAIO ? said

    Da Liberazione

    Crisi o fine
    del movimento
    operaio?

    Mario Tronti

    Intervengo anch’io per punti. (dopo le 15 tesi di Bertinotti). Stiamo rielaborando una materia difficile, in parte ostile. Puntualizzare serve a chiarire e porta ad approfondire. Scelgo dal testo di Bertinotti, molto esteso orizzontalmente, solo alcuni temi, che ritengo essenziali e forse preliminari.
    La tesi 8, densa e chiara, contiene una formula felice: occorre un’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. D’accordo. Ma ci sono delle differenze di sfumature, non superficiali, che avrebbero appunto bisogno di un approfondimento. Crisi o fine del movimento operaio? Ci sono macro-fenomeni in atto, e cioè macroscopici processi di industrializzazione in paesi che si chiamavano in via di sviluppo e che oggi, congiuntura permettendo, sono ad alti ritmi di sviluppo. Che rapporto si stabilirà tra industrializzazione e proletarizzazione? Le tendenze che riusciamo a scorgere ci dicono che la crescita quantitativa degli operai non si rappresenta come emergere di una classe operaia, cioè non si dà le forme storiche del movimento operaio, organizzazione sindacale e politica più ideologia socialista. Io credo che l’idea di sinistra dovremmo farci capaci di cominciare a declinarla non solo a livello nazionale ed europeo, ma a livello mondo. E in questo senso non si tratta di rinascita ma di nascita. E francamente non la metterei come “un ricominciare da capo”. Perché, messa così, è difficile non contrarre la malattia, l’epidemia, del nuovismo. Hanno fatto più danno i nuovi inizi che le vecchie chiusure.
    Va messo in campo invece il tema dell’eredità. La sinistra-mondo si fa erede del movimento operaio internazionale, che ha avuto nel Novecento il più alto, e il più complesso, grado di sviluppo storico: a cui non ha corrisposto il più alto e più complesso grado di sviluppo teorico. E questo è un altro bel problema da mettere a tema. La mia idea è che nel nostro secolo passato, la rivoluzione conservatrice ha prodotto più pensiero della rivoluzione operaia. E questa è stata non ultima causa, non della fine del movimento operaio, che forse era segnata dalle oggettive leggi di movimento del capitale, ma dalla sua cattiva fine, molto al di sotto della sua grande storia. Rinnovamento nella continuità sono d’accordo che è formula non più utilizzabile, legata irrimediabilmente ai tentativi falliti di riforma del socialismo. Ma è nostra necessità rimetterci nell’onda della storia di lunga durata, che è poi la storia eterna delle classi subalterne, che con l’irruzione della classe operaia ha fatto un salto di coscienza, di lotta e di organizzazione, che sta dietro di noi come memoria e sotto di noi come radice.
    La tesi 6 pone il tema del lavoro correttamente come momento di analisi e come soggetto di iniziativa. E’un punto decisivo. La stessa attuale crisi di fase capitalistica tenderà a scaricare sui lavoratori il peso delle sue difficoltà. Se è vero che il passaggio di ciclo porta con sé una sorta di rivincita dell’economia reale, con le sue regolate rigidità, contro un eccesso di finanziarizzazione selvaggia, allora il conflitto di lavoro riprenderà il posto che gli spetta nell’agenda politica. Non avverrà automaticamente, perché si cercherà di imbrigliarlo, prima che esploda. Gli accordi separati, e non solo, servono a questo.
    La sensibilità del sindacato soggetto politico ha già colto questo mutamento di scenario. Bisogna far sentire a questa Cgil che se è isolata nel Palazzo proprio per questo non lo è nel Paese. Scuola e lavoro è un tema che non è necessario portare dall’esterno nel movimento degli studenti, perché c’è già in esso più che implicitamente. Gli slogan: non pagheremo noi la vostra crisi e riprendiamoci il futuro fanno qualcosa di più che un accenno a questo. Il giovane di liceo e di università ha capito che lo aspetta un destino o di non lavoro o di lavoro precario. Compito della politica della sinistra è amplificare questa condizione, portare la critica non solo sul governo ma sul modello di società che esso gestisce e rappresenta. Il 12 dicembre è una prova, su cui investire molto. Operai e studenti uniti nella lotta, si diceva negli anni Sessanta. Non siamo a quei livelli, ma il passaggio di crisi montante giustifica un grido come “studenti e lavoratori uniti nella lotta”.
    Io penso che nell’idea e nella pratica della Sinistra il lavoro abbia, e debba avere, una sua centralità. E’ questo un altro motivo di continuità con la storia del movimento operaio. Anche se oggi, centrale più che il mito del lavoro è l’esistenza del lavoratore e della lavoratrice. E questo forse è un fatto di discontinuità. Quante volte ci siamo detto che occorreva parlare al lavoratore in carne ed ossa. A volte un pesante armamentario ideologico ce lo impediva. Ma oggi l’armamentario ideologico di cui ci dobbiamo soprattutto liberare è quello che hanno subito tutte le sinistre riformiste, nell’ultimo trentennio del ciclo neoliberista, quello della deriva dal lavoratore al cittadino, e poi al consumatore, e poi magari al telespettatore, e che ha fatto annegare lo specifico dei lavoratori nel mare indistinto della “gente”. Riportare il lavoro al centro dell’agenda politica vuol dire saper far girare tutte le altre contraddizioni intorno al lavorare, in modo differente, dell’uomo e della donna, nella condizione della propria giornata, sia esso lavoro delle braccia o della conoscenza, materiale o immateriale, dipendente o autonomo, precario o fisso, e così via. Il primato egemonico del mercato ci ha messo in testa che lavoratori è una parola vecchia e chi la pronuncia vive nel maledetto Novecento, quando i lavoratori erano una forza. Va rovesciato questo senso comune. Ho idea che ci aiuterà il capitalismo in crisi al recupero di questa parola.
    Le tesi 12 e 13 sono importanti. E’ vero: dalle due sinistre siamo finiti in nessuna sinistra. E’ una situazione drammatica. Nichi Vendola la dice con la formula efficace: noi predichiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce. E non illudiamoci, come siamo soliti spesso fare: non sarà un Obama, dagli States, a risolvere i nostri problemi. La parola change è catturata dall’oggettività dei processi, non sta più nelle mani dei soggetti. L’associazione per la sinistra è un passo avanti, soprattutto nel senso in cui la dice ancora Vendola, “luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il ‘senso’ della parola sinistra”. Non è un approdo, è un passaggio: a vari, pazienti, stadi. L’altro paradosso è che non abbiamo molto tempo, eppure dobbiamo muoverci a piccoli passi. E’ urgente una piccola sinistra, e poi è necessaria una grande sinistra. Se non fossi così contrario a mischiare morale e politica, direi che è un imperativo etico, per noi oggi, dare a quel mondo dei lavoratori una seria adeguata meritata forza politica. Perché se no, che ci stiamo a fare?
    Dovremmo tutti responsabilmente metterci intorno a un tavolo per fare il primo di quei piccoli passi. C’è l’occasione delle elezioni europee, sbarramento o no, si vota col proporzionale, è una conta non truccata, non c’è il pericolo di Berlusconi al potere, perché ci sta già saldamente, grazie a magistrali operazioni anche lì di nuovo inizio, c’è in giro un mare di pentiti per essersi lasciati infinocchiare dal ricatto del voto utile, c’è un movimento di lotte nel sociale, destinato a crescere di qui a primavera, c’è un grande sindacato in campo deciso a raccogliere la spinta del malessere, dell’insoddisfazione, della rivendicazione, diffusa nel paese: che cosa d’altro dobbiamo aspettare per presentare una proposta unitaria della Sinistra? Non ci deve frenare lo scacco dell’Arcobaleno. Ci deve spingere la volontà di rovesciare quello scacco. La sinistra scomparsa deve ricomparire. Bisogna “far vedere” che nel paese c’è un popolo della sinistra: in campo e deciso a far pesare la propria soggettività. Una lista di coalizione “Unità della Sinistra” mostrerebbe una realtà ed evocherebbe un bisogno, che c’è per l’oggi e che guarda al domani. Gli assetti organizzativi si vedranno dopo, ma allora si potrà ragionare sulla base di un consenso reale. Tutt’altra condizione da ora, quando mi sembra che a volte parliamo di una cosa che non c’è.

    19/11/2008

  78. adriano said

    Giustamente Tronti parla di lista e non di una nuova
    formazione politica….

  79. .UNIRE LA SINISTRA: " Lettera aperta alle forze della Sinistra sul processo costituente ". said

    http://www.unirelasinistra.net
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    Lettera aperta alle forze della sinistra sul processo costituente
    16 Novembre 2008
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    di Bellillo, Guidoni, Robotti
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    A Sinistra Democratica, Rifondazione per la Sinistra, Sinistra Verde.
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    Cari compagni,
    il documento con cui abbiamo lanciato la manifestazione del 13 dicembre e l’interesse che sta suscitando nei territori e tra le nostre compagne ed i nostri compagni, ci dicono che la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta. Si percepisce una volontà viva di fare presto, di avere una risposta che permetta di riorganizzarci e misurarci nella società, soprattutto ora che la crisi mondiale del liberismo e le ricadute terribili sui lavoratori e le fasce sociali più deboli, anche in Italia, non possono essere gestite da chi è responsabile del disastro attuale.
    È evidente, proprio perché dobbiamo parlarci in modo franco, che la scelta di Folena di ritirare la propria adesione dal documento, così come i molti “boatos” che arrivano da alcuni settori del PRC, che sono stati resi pubblici dalla stampa nazionale, non aiutano ad approfondire e rendere più chiaro il progetto che abbiamo messo in campo, ma semmai a creare incertezze tra i compagni e a raffreddare un clima di generale positività.
    Noi pensiamo che, come recita il nostro documento, il tempo sia adesso, che il vero rischio di costruire una fusione a freddo tra i gruppi dirigenti delle nostre forze non sia nell’agire speditamente, ma piuttosto nel consumarsi in un dibattito lungo ed in alcuni casi capzioso sulla formulazione del nostro stare insieme. L’impeto non è sempre negativo, soprattutto se é legato alle aspettative del nostro popolo che ci chiede di agire in fretta.
    L’idea che ci guida da sempre, anche nella battaglia interna al nostro Partito, è quella che chi fa politica debba mantenere la parola data; rispettare gli impegni che comunemente ci siamo presi diventa, oggi, dal nostro punto di vista, uno degli elementi principali con cui misurarci con la nostra gente, la vera cartina di tornasole con la quale il nostro popolo ci giudicherà.
    Dobbiamo pronunciare, in tempi rapidi, una parola definitiva sulla necessità di un dibattito pubblico sui programmi con cui vogliamo presentarci alle elezioni amministrative (primarie delle idee); ad un mese dalla convocazione dell’assemblea nazionale non abbiamo ancora costituito i gruppi di lavoro per definire statuto e segno grafico, e, soprattutto, stiamo tenendo in una condizione di indeterminatezza e di confusione il tema delle elezioni europee. Dobbiamo affrontare il tema della lista unica alle europee tenendo presente la coerenza della scelta amministrativa e la possibilità di una scelta alternativa in caso questa ipotesi si rivelasse impraticabile. Come potremmo spiegare al popolo della Sinistra che dovremmo dividerci in un voto per la lista del PRC, in un voto per la lista di SD e via via nella riframmentazione identitaria che sta uccidendo la sinistra di questo Paese o nella riproposizione di un’indistinta lista che richiami l’esperienza delle elezioni politiche dello scorso anno.
    Noi, come potrete capire, crediamo fermamente che sia urgente definire una strategia comune in modo deciso e coraggioso, ma anche generoso ed appassionato; vi chiediamo di non avere paura e di continuare a lavorare per rendere reale e concreta la proposta che insieme abbiamo delineato.
    Il rischio più grande che abbiamo di fronte è quello che si possa sedimentare un voto di sinistra per il Partito Democratico o la rassegnazione di accontentarsi di una deriva identitaria e massimalista. La nostra storia di comunisti italiani ci convince che non possiamo permettercelo, non possiamo tradire la speranza, l’aspettativa che migliaia di compagne e di compagni hanno nel nostro progetto. I dibattiti interni alle nostre forze politiche, il confronto che abbiamo avviato nazionalmente, che, crediamo non sfugga a nessuno, riguarda una marginalità di mondo politico ed intellettuale, deve affrontare un radicamento nella società che passa anche attraverso le sfide elettorali, per aprirsi alla partecipazione, alla militanza, alla passione di un popolo di sinistra che sta ricercando un luogo dove rimettersi in cammino, ridefinire un alfabeto comune e proporre al paese un’idea di cambiamento e di unità delle forze democratiche che lo salvi dalla deriva berlusconiana ed autoritaria.
    I lavoratori, le donne e gli uomini, i giovani di questo Paese hanno bisogno di un’idea di cambiamento che ridia fiducia nella vita, nel futuro; ecco perché si aspettano da noi l’unità per costruire una forza politica che, attraverso la sintesi, sappia rappresentare nelle istituzioni la loro dignità ed i loro diritti.
    Sarebbe opportuno al più presto fare il punto, dipanare tali questioni, per dare maggiore sicurezza dei tempi e delle modalità del nostro agire, ma soprattutto per dirci in modo chiaro che il lavoro che abbiamo messo in campo deve concludersi con una forza rappresentativa della sinistra italiana.
    Vi proponiamo quindi di convocare una riunione nei tempi e nelle modalità che decideremo insieme, nel più breve tempo possibile.

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    ASSOCIAZIONALE NAZIONALE ” UNIRE LA SINISTRA ”
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  80. ALFONSO GIANNI, ALFIERO GRANDI: L'UNITA' DELLA SINISTRA SI COSTRUISCE NON BASTA PROCLAMARLA. said

    LIBERAZIONE
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    L’unità della sinistra si costruisce
    non basta proclamarla.
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    Alfonso Gianni, Alfiero Grandi
    ******************************

    La pubblicazione su questo giornale delle “15 Tesi” per fare ripartire la sinistra, scritte da Fausto Bertinotti, ha contribuito non poco a riaccendere un dibattito che, dopo la tornata congressuale delle forze della ex SinistraArcobaleno, era diventato asfittico e troppo ripiegato su sé stesso. Le riflessioni di Mario Tronti e di Rossana Rossanda sul Manifesto forniscono a tutte e a tutti ulteriori importanti strumenti di riflessione. Noi qui vogliamo limitarci ad un solo aspetto della questione che, però, per la sua rilevanza e per le implicazioni pratiche che può avere, ci pare meriti una sollecita attenzione.
    Bertinotti ha posto il tema con grande nettezza: avevamo due sinistre, l’una moderata, l’altra radicale. Ora rischiamo di non averne nessuna. L’una sceglie fin dal suo nome, come annota Rossanda, di non considerarsi nell’ambito della sinistra, l’altra è reduce da una sconfitta non solo elettorale ma di consenso politico di proporzioni del tutto inattese. Nello stesso tempo, ed è questa la grande novità rispetto al quadro che avevamo nell’estate scorsa nel quale si sono consumati i vari appuntamenti congressuali, è evidente a tutti che si sta sviluppando un’opposizione sociale al governo. La nascita e l’estensione di un grande movimento nella scuola, con tratti di novità tutti da analizzare, la proclamazione e la concreta organizzazione di uno sciopero generale, di cui quasi si era perduta la nozione, per il prossimo 12 dicembre; la radicalizzazione delle posizioni della Cgil sono grandi fatti che non erano nemmeno immaginabili solo qualche mese fa, almeno per quanto riguarda la rapidità con cui sono venuti a maturazione.
    Proprio in questa nuova situazione il contrasto tra la crescita dei movimenti di opposizione e l’assenza di una sinistra politica degna di questo nome appare quanto mai stridente. La riuscita mobilitazione dell’11 ottobre ha cercato di dare una prima risposta a questo bisogno di sinistra, anche se non in grado da sola di garantire una ripresa politica. Piuttosto ha consentito una ricognizione dell’area delle forze ancora in campo a sinistra, nel bene e nel male. A tutti è risultato chiaro che si è trattato solo del fragile inizio di un processo, non certo del suo coronamento e che comunque nessuna delle forze che avevano dato vita a quella manifestazione può ragionevolmente pensare di risolvere il problema da sola.
    L’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio, come dicono sia Bertinotti che Tronti, è lavoro di non breve corso. E’ anzitutto produzione di un nuovo pensiero di sinistra capace di fare i conti non solo con la crisi evidente del processo di globalizzazione capitalistica e delle dottrine neoliberiste, ma anche, se non soprattutto, con la sconfitta che la sinistra e il movimento operaio hanno subito nel secolo scorso. E’ necessaria la creazione di nuove esperienze di lotta e di organizzazione che si incrocino con la produzione di nuovo pensiero. In questo senso sono importanti, insieme alla ricerca politica l’avvio qui ed ora di iniziative in grado di coagulare le forze, altrimenti disperse, attorno ad obiettivi comuni. E’ capacità di partecipare alla costruzione e all’allargamento del movimento d’opposizione ricercando risposte da dare alle domande che emergono dalla società, sapendola quindi interrogare e leggere nel modo giusto, anziché limitarsi a fornire sbiaditi ancoraggi ideologici.
    Questo percorso non avviene nel vuoto, ma nel vivo della vicenda politica e sociale, che peraltro non è solo quella del nostro paese. Quindi esso si intreccia necessariamente con le scadenze politico-istituzionali come con gli ineludibili appuntamenti sociali, si potrebbe dire con l’assillo drammatico che riguarda la vita, il lavoro, i diritti fondamentali. Tra le prime si profilano fin d’ora due questioni che non possiamo rimandare: le scelte da compiere in occasione dei prossimi appuntamenti referendari e quelle che riguardano la tornata elettorale delle elezioni europee e amministrative del prossimo giugno.
    Sul primo tema abbiamo usato il plurale proprio perché non crediamo che si tratti solo di discutere quale deve essere l’impegno e la partecipazione della sinistra nel referendum sul lodo Alfano. Sul tavolo vi è la proposta di un referendum sulla controriforma Gelmini. Cosa tutta da discutere nei suoi dettagli di contenuto e di modalità, ma che si presenta come una grande possibile occasione per dare continuità alla battaglia nel campo della scuola. C’è il lavoro già avviato – un prossimo appuntamento sarà a Roma lunedì 24 novembre – di costruire uno schieramento contro la reintroduzione del nucleare. C’è da prendere in considerazione la possibilità di costruire una battaglia referendaria su temi che concernono il lavoro, dopo l’approvazione delle nuove leggi berlusconiane che peggiorano ulteriormente il quadro della precarietà. In sostanza la sinistra alternativa che è stata estromessa dal parlamento non può rimanere priva nei prossimi anni anche di strumenti di valenza istituzionale, come appunto i referendum, per condurre le proprie battaglie sfidando in campo aperto la destra e offrendo un’alternativa costruttiva al politicismo sugli schieramenti.
    Sulla scadenza elettorale europea – le scelte sulle amministrative riguardano i singoli territori- condividiamo pienamente la proposta di Mario Tronti, cioè quella di costruire una lista di coalizione nel nome dell’unità della sinistra. Una sinistra senza aggettivi, capace di unire sulla base di essenziali discriminanti programmatiche tutte le forze disponibili. Una coalizione che non confonda l’appuntamento elettorale con la costruzione di un nuovo soggetto politico che richiede ben altri tempi e processi, ma che non lo contraddica e soprattutto capitalizzi da subito quella voglia di sinistra che emerge dal nuovo contesto e che deve essere fatta vivere anche all’interno delle istituzioni europee. Se fosse necessario si potrebbero dare segnali di netta distinzione tra i due percorsi anche nelle candidature, in modo che tutti possano partecipare, senza la preoccupazione di dare un vantaggio ad altri. E’ una proposta che richiede anch’essa tempi e luoghi per la sua costruzione, affinché non sembri un processo calato dall’alto, come in parte fu nel caso della SinistraArcobaleno. Si tratta non solo di formare un tavolo di discussione, ma di aprire una consultazione di massa che generi partecipazione viva al progetto. Solo che i tempi sono adesso. Non ha senso aspettare di sapere con certezza con quale legge elettorale si voterà. In ogni caso se ci è stato risparmiato, come ora sembra probabile, un nuovo vulnus democratico, attraverso l’introduzione di uno sbarramento assassino, dobbiamo evitare di essere noi stessi la causa della nostra rovina, cioè di restare prigionieri di fissazioni identitarie. L’assenza di sbarramento non deve diventare la giustificazione per la moltiplicazione di sigle che finirebbero, come già accadde in Argentina e in Francia, per frantumare in vari zero e virgola il risultato elettorale della sinistra. Un esito di questo genere sarebbe la tomba per qualunque progetto.

    21/11/2008

  81. GENOVA:NO AGLI ATTACCHI CONTRO LA GIUNTA VINCENZI said

    Genova: No agli attacchi contro la giunta Vincenzi.

    Le amministrazioni locali possono svolgere un ruolo importante in tal senso, qualificando il proprio profilo sociale e limitando i danni prodotti dal Governo delle destre.
    Alla luce di tali valutazioni risultano ancor più incomprensibili le tensioni artatamente sollevate sull’operato della giunta Vincenzi, proprio nel momento in cui si sta adoperando per tutelare i servizi alla persona, nonostante i pesanti tagli del Governo agli enti locali.
    In tal quadro riteniamo positivo l’operato dell’assessore Pastorino per la difesa e l’allargamento del patrimonio abitativo nel Comune di Genova.

    In questo contesto si conferma l’urgenza di una nuova Sinistra, radicale nei valori e nei contenuti ma dotata di un forte profilo unitario. Servono risposte serie e credibili per difendere la nostra gente. Le ragioni dell’iniziativa di sabato 22 novembre per la costituente de “La Sinistra”, in questo quadro emergono con ancor maggior forza e chiarezza.

    Unire la Sinistra
    Sinistra Democratica
    Rifondazione per La Sinistra

    Info: sinistragenova@gmail.com

  82. nonviolento said

    Soprattutto quando questi attacchi sono unicamente personalizzati per fini interni e non di poltica amministrativa e pur se fatti dalla sinistra, o pseudo tale, giovano tantissimo alla destra. Ma sulla incapacità di certi dirigenti regionali del partito non vi sono dubbi. Per usare un termine oggi molto usato per un certo personaggio eletto in Rai scriverei che anche loro sono più bostik che dirigenti politici.

  83. nonviolento said

    IL TEMPO E’ ADESSO
    sabato 29 novembre ore 16
    Casa Comune della Sinistra di Sora
    via Friuli-Rione Pianello

    Per la Costruzione di un Comitato Territoriale “PER LA SINISTRA”

    Il tempo a nostra disposizione sta per scadere. Usando una metafora calcistica siamo in zona Cesarini, serve uno scatto per non retrocedere ancora verso l’oblio. Non è più il momento delle pie intenzioni ma dei fatti concreti. Lo scenario è cambiato ed è in forte movimento. Non è pensabile stare ancora alla finestra. L’Onda studentesca ha messo in discussione l’onnipotenza delle destre, le lotte sindacali si stanno dispiegando con imponenza. La sinistra “sociale” sta facendo bene il suo lavoro ed ha bisogno di un serio interlocutore politico. La vittoria di Obama porta un vento di speranza, che fa sentire i suoi effetti anche in Europa e può mutare il contesto, rendendo meno illusorie tante nostre battaglie. Certo le nubi non sono tutte scomparse. Ma la novità è che dopo una fase di totale cupezza si riaprono alcuni spazi. La nostra militanza ha senso solo se sappiamo cogliere anche il minimo elemento di dinamismo, altrimenti si ricade ancora nella testimonianza.
    Anche il quadro politico italiano è in subbuglio. La riforma elettorale per le europee sembra definitivamente messa da parte, il dibattito su come ricostruire un blocco alternativo alle destre si è riaperto ed è carico d’insidie (vedi modello Trento) e di qualche potenzialità. Questo è già tema dell’oggi. Così come è tema dell’oggi il nostro ruolo nei governi territoriali e la nostra capacità di praticare la trasformazione, oltre le facili enunciazioni. Nei prossimi mesi si voterà in moltissimi centri importanti. Questo rende la nascita della Sinistra un fatto ancor più urgente. Non si può restare soffocati tra “moderazione” e “minoritarismo identitario”.
    La scelta di contribuire da subito alla nascita di un nuovo soggetto politico è per noi irreversibile, per ragioni ideali e strategiche. Di più è già un fatto. Nei prossimi giorni questo sarà chiaro a tutti. Da subito bisognerà costruire la nuova forza attraverso il coinvolgimento popolare, la democrazia, la partecipazione. Già alle prossime elezioni deve essere nettamente percepita la nostra differenza da tutti gli altri partiti, anche nelle forme di selezione democratica delle candidature. Siamo certi che niente e nessuno potrà fermare questo processo. Noi comunque non arretreremo di un millimetro.

  84. Marco Montelisciani: " Sinistra, il tempo si è esaurito ". said

    Marco Montelisciani

    Sinistra, il tempo si è esaurito.

    “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione.”, dice Schmitt.
    Comincio così, perché viviamo un momento di passaggio epocale, in cui la crisi economica attuale segnerà una cesura storica.
    Il potere economico mondiale andrà ricostituendosi in forme nuove e inedite, dando avvio ad una nuova fase del capitalismo;
    In Italia, il Governo Berlusconi sta stravolgendo la costituzione repubblicana a forza di decreti, dando vita a nuove leggi razziali, smantellando il sistema pubblico dell’istruzione, trasformando tutto l’apparato democratico in un affare privato e, infine, gettando al vento tutto il patrimonio di diritti e tutele conquistato in decenni di lotte della Sinistra e del movimento dei lavoratori.
    Per la prima volta, in questa fase di passaggio, in Italia, non c’è una sinistra a poter influire e a poter indirizzare gli eventi. Ciò è drammatico.
    E’ necessario, dunque, ricostruire, in tempi brevi, una forza politica della Sinistra, che sia in grado di interpretare lo stato d’eccezione e di presentare una proposta seria e sistemica di cambiamento.
    Fare subito, dunque. Ripartendo da zero, cancellando le classi dirigenti attuali e ridefinendo un nuovo percorso e nuovi modi del pensiero e dell’agire politico.
    Il pensiero politico. Quel pensiero costruttivo e operativo che è mancato alla sinistra, la cui mancanza ci è costata l’esclusione dalla politica, non solo dal parlamento.
    Abbiamo smesso di pensare e di analizzare; abbiamo allontanato gli intellettuali; ci siamo accontentati della banalità delle nostre argomentazioni e della mediocrità dei nostri dirigenti.
    Insomma, abbiamo abdicato al nostro ruolo di avanguardia intellettuale delle classi che vorremmo rappresentare.
    Non ci può essere politica, a sinistra, che non abbia alla base un solido pensiero politico e l’attenta analisi dell’esistente.
    Prendiamo il caso, per esempio, dell’attuale crisi economica.
    Dicono tutti: “la crisi finanziaria arrecherà danni all’economia reale”. Ma se in Italia ci fosse una sinistra politica, questa farebbe notare che non è vero che il problema nasce dagli eccessi della finanza. Il problema, in origine, (schematizzo) nasce dall’indebolimento della classe media americana (ovvero la media Borghesia), che non poteva più pagare i mutui e che, quindi, ha mandato in crisi le banche.
    La crisi attuale, cioè, nasce dalla crisi della Borghesia, nel più grande paese capitalista del mondo. Non basta, quindi, per risolvere la crisi, dare nuove regole alla finanza.
    Una riflessione di questo tipo aprirebbe immensi spazi per una discussione sul superamento del capitalismo.
    Dobbiamo, quindi, ritrovare il pensiero, lo studio e l’analisi, come base dell’agire politico, per riformare anche questo.
    Riconsegnare agli Intellettuali il compito e la fatica dell’analisi e del rinnovamento del pensiero sarà la chiave di volta per la sinistra nuova e forte. E, da ciò, dipenderà anche la nostra capacità di compenetrazione della società. La nostra capacità di capirne l’essenza più vera. Come scrive Bauman, “ Occorre conoscere il proprio oggetto, perché conoscerlo equivale a disarmarlo.
    Dobbiamo, poi, trasformare i modi dell’agire politico e definire nuove forme organizzative dei partiti. Pensare nuove forme di partecipazione democratica; Uscire fuori dai dogmatismi e dalle venerazioni leaderistiche, che abbiamo conosciuto; Costituire una struttura accogliente e in grado di portare avanti, al suo interno, discussioni serene e sincere e, soprattutto, di produrre analisi. Dobbiamo, poi, tornare tra la gente, ascoltare il nostro popolo, che non ci capisce più, perché noi non sappiamo più parlare in maniera credibile.
    Ma è necessario anche mettere da parte le corse alle poltrone e le logiche campanilistiche.
    Dobbiamo portarci con tutto il nostro entusiasmo e la nostra forza in questo cimento, senza, però, volerci contare. La sinistra nuova deve abbattere queste logiche di nicchia e di auto-conservazione dei ceti dirigenti.
    Ma abbattere queste logiche significa anche mettere da parte ogni forma di identitarismo. Stiamo attenti a far sì che la sinistra unita non sia ancora una volta la somma di sigle!
    A questo proposito, perché non avviare un tesseramento unico per un’unica associazione, piuttosto che tanti tesseramenti per più organizzazioni? Mi riferisco, ovviamente, alle associazioni “Rifondazione per la Sinistra” (Vendola) e “Unire la Sinistra” (Guidoni-Bellillo), perché, per Sinistra Democratica, avendo una struttura partitica, è più complesso.
    Avviare tanti tesseramenti significa stabilire dei tempi differenziali nelle decisioni. Significa che qualunque cosa, prima di essere decisa nel contenitore della costituente, verrà discussa all’interno delle varie associazioni.
    Compagni, con i tempi differenziali si rifà l’arcobaleno. E ciò sarebbe una tragedia per tutta la sinistra.
    Invito tutti i compagni delle varie associazioni e, soprattutto, i loro dirigenti a prendere atto di un dato: non può esistere una sinistra unita, che non passi, prima, dallo scioglimento delle organizzazioni pre-esistenti.
    Acceleriamo, dunque, compagni, con generosità, che la strada è lunga e in salita. Prima cominciamo a percorrerla, e con passo spedito, prima arriveremo a destinazione.
    Al lavoro, alla lotta e allo studio, compagni.

    25/10/2008

  85. GRAZIA PAOLETTI, ASSOCIAZIONE LUIGI LONGO. FIRENZE said

    Marx rientra in campo (in verità non ne è mai uscito).
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    25 Novembre 2008
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    di Grazia Paoletti
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    Associazione Luigi Longo
    Firenze
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    Con le elezioni del 13-14 aprile la sinistra parlamentare è scomparsa, ma la sinistra nel paese sta ripartendo: vi sono idee, istanze, bisogni, più o meno esplicitamente espressi da movimenti, gruppi, associazioni, singole persone che si muovono e incarnano la sinistra; ma manca “LA SINISTRA”. Cioè si può dire che c’è ed è chiaro l’oggetto ma manca il soggetto (1). Ed è questo che dobbiamo ricostruire. E’ indispensabile offrire una rappresentanza a chi si sente, a chi si dice, “di sinistra”; se questo non accade, e non accade ora, si approfondirà il deficit democratico del paese.
    Infatti bisogna aver chiaro che il berlusconismo ha vinto sul piano culturale ancor prima che sul piano politico. Il disegno contenuto nel piano di rinascita nazionale della P2 mirava appunto a distruggere una cultura ed una prassi politica che avevano le radici nell’antifascismo, nella lotta di liberazione e nella Resistenza e il cui obbiettivo era la democrazia, l’uguaglianza, la giustizia sociale, la liberazione degli esseri umani, da realizzare nella “Repubblica fondata sul lavoro” e costruita sui principi della Costituzione del 1948.
    Dunque oggi è necessario un forte impegno per ristabilire i valori, le idee forza della sinistra, per far addirittura riemergere un senso comune di sinistra. E non sarà un impegno a breve.
    Innanzi tutto è necessario che si elabori, e si espliciti, un progetto politico, una visione di società, nuova e diversa, che risponda alle istanze delle forze che si muovono nella società, e che si costruisca inoltre una organizzazione ed una struttura per dare le gambe a tale progetto.
    Tutto ciò è mancato alla Sinistra Arcobaleno che era un raggruppamento di oligarchie di partiti e come tale mancava di appeal e di credibilità.
    Oggi è indispensabile, per l’esistenza di una Sinistra in Italia, l’unificazione reale e non fittizia delle forze a sinistra del PD, con l’obbiettivo di un grande Partito della Sinistra Italiana.
    Un Partito con una cultura di governo, riformista e plurale, che si confronti con il PD per riportare la sinistra, oggi fuori giuoco, al governo del paese.

    Il primo passo per ricostituire oggi un pensiero di sinistra consiste nel rilanciare la critica dell’economia.
    Di fronte alla crisi, peraltro da lungo tempo prevista dagli economisti di sinistra, tutti invocano lo Stato; fino a ieri si giurava sul mercato e la sua mano invisibile come capaci di realizzare il migliore dei mondi possibile. Ma il mercato degli economisti è una astrazione, mentre invece è reale il campo dell’economia dove si attua la lotta di classe e vince il più forte. Purtroppo nell’epoca della globalizzazione proprietaria la lotta di classe è scomparsa dal lessico e persino dal senso comune.
    Ma a più di un secolo di distanza le analisi, le categorie, i concetti di Marx sono tutti in campo: il lavoro come merce, la estrazione e l’appropriazione del plusvalore da parte dei capitalisti, dunque lo sfruttamento, la speculazione finanziaria, cioè l’accrescimento del denaro a mezzo del denaro invece che attraverso la produzione di merci a mezzo di merci, realizzata dalla combinazione di capitale e lavoro. Come conseguenza, la distribuzione del reddito a profitti a scapito del salario e soprattutto a rendite finanziarie. E poi, come previsto da tempo dagli economisti di sinistra compreso il Premio Nobel 2008 Paul Krugman, la crisi. Come è noto, Marx ha parlato molto della speculazione finanziaria ed aveva previsto (seppure con modalità diverse) la crisi del capitalismo.
    “Scoprendo il ruolo che il denaro ha nelle crisi Marx fornisce due spunti analitici che a Keynes basteranno per una teoria generale”, come sostiene Giorgio Lunghini (2), che approfondisce questi principi di analisi affermando che Keynes soprattutto vede nelle crisi “le temporanee e violente soluzioni delle contraddizioni esistenti”, citando Marx.
    Bisogna dunque riappropriarsi di queste categorie di analisi e trasmetterle per farle diventare senso comune, ovviamente aggiornando il linguaggio e le forme della comunicazione, e tenendo conto del contesto storico profondamente mutato, ma non tale da inficiarne la validità. Dobbiamo utilizzarle per l’analisi, allo scopo di elaborare un progetto di società adeguato ai tempi e proposte concrete di interventi e provvedimenti. Questo intendo per cultura di governo.
    In realtà Marx non è mai uscito dal campo, anche se si è tentato di metterlo da parte; la sua analisi della società, pur a circa un secolo e mezzo di distanza, non ha perso validità; anzi i fenomeni descritti, con il rafforzamento del sistema capitalistico e la globalizzazione, hanno acquistato maggior evidenza e gravità.
    Il ritorno in campo di Karl Marx sta avvenendo in molti paesi europei: addirittura il vescovo di Monaco di Baviera e di Freising (che del tutto per caso si chiama Marx di cognome) ha scritto che “abbiamo gettato troppo in fretta alle ortiche le sue opere”, e che la crisi finanziaria mostra come a volte “la libertà abbia bisogno di confini”.
    In ben 31 università della Germania sono stati reintrodotti corsi di marxismo.
    Il 21 ottobre sul The Times, il più famoso quotidiano inglese, i cui lettori sono molto conservatori, è uscito un articolo intitolato “Karl Marx ci ha del tutto azzeccato?” (libera traduzione per rendere il tono del titolo), con un sottotitolo che esplicita (idem libera traduzione): “Mentre i mercati finanziari crollano la reputazione di Karl Marx torna a galla. Allora finalmente è venuto il suo tempo? L’autore esamina l’evidenza, mentre altri commentatori di sinistra ne discutono la validità”.
    E si è aperto un interessantissimo dibattito. Si chiedeva anche di pronunciarsi a favore o contro, ed il 48% del lettori del Times, ha votato in favore di Marx, che “ci aveva azzeccato”.
    Oggi in periodo di crisi si impone a livello mondiale il compito di contrastare le tendenze all’inuguaglianza, che sono sempre più forti, e non è certo il libero mercato che può offrire una soluzione. Come dice Hobsbawm (3), “Se questi decenni dimostrano qualcosa (e parla degli anni ‘70 ed ‘80, oggi è peggio!) essi dimostrano che il problema politico più importante a livello mondiale……… non è come moltiplicare la ricchezza delle nazioni, ma come distribuirla a beneficio dei cittadini.”
    ……… E prosegue:”La distribuzione sociale e non la crescita dominerà la politica del nuovo millennio. E’essenziale che non vi sia alcuna ripartizione delle risorse attraverso il mercato o, almeno, che vi sia una spietata restrizione del ruolo redistributivo del mercato se si vuol fronteggiare l’incombente crisi ecologica.”
    Non pare che sia generalizzata la piena coscienza di questa situazione.

    Voglio finire con una frase di Leo Valiani:
    …”la vittoria degli ideali di giustizia e di uguaglianza è sempre effimera, ma se si riesce a salvaguardare la libertà si può, tuttavia, ricominciare da capo.”

    Ed oggi siamo qui per questo.

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    (Allo scopo di rimettere Marx in campo, o più precisamente di reintrodurre nel senso comune almeno della sinistra il lessico, le categorie e gli strumenti di analisi (ricordate la “cassetta degli attrezzi” di Marx? L’espressione è di Jean Robinson), si richiamano alcune definizioni e concetti base.
    Nella società i produttori svolgono il lavoro necessario, quello effettuato per il mantenimento dei produttori stessi, che genera il cosiddetto prodotto necessario per la loro riproduzione. Ogni aumento della produttività genera poi un surplus, un sovraprodotto sociale, frutto del pluslavoro dei produttori, di cui si appropria la classe dominante, così liberata dalla necessità di lavorare per il proprio mantenimento. Da qui nasce la divisione sociale ed il conflitto di classe per la distribuzione del surplus. La forma monetaria del sovraprodotto sociale si chiama plusvalore (4). Chiaramente esso deriva da una appropriazione gratuita da parte della classe dominante di una parte della produzione della classe produttiva, a cui si corrisponde un salario per il proprio mantenimento corrispondente solo ad una frazione delle sue ore di lavoro, dunque inferiore al valore del suo prodotto. La differenza è appunto il plusvalore di cui si appropria il capitalista senza alcun equivalente, dando luogo allo sfruttamento..
    L’alienazione dei produttori nasce da una frattura fra il lavoratore ed il suo prodotto, una merce destinata non all’uso dello stesso produttore ma al mercato. La produzione e lo scambio delle merci si misurano e si regolano in ore di lavoro.Il valore di una merce dipende dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla.)

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    (1) Fabio Mussi. intervento alla riunione per la Costituente della Sinistra . Scandicci 15/10/08
    (2) Giorgio Lunghini. La crisi dell’economia politica e la teoria del valore. Feltrinelli 1977
    (3) Eric J. Hobsbawm. Il secolo breve. Rizzoli 1994
    (4) Ernest Mandel. Che cosa è la teoria marxista della economia?, Samonà e Savelli 1969

  86. GENNARO MIGLIORE: " RICOMINCIAMO, SENZA TIMORI ". said

    da Liberazione

    Le 15 tesi di Fausto Bertinotti e il futuro della sinistra. Il voto nelle amministrazioni locali e l’Europa futura

    Ricominciamo, senza timori

    Gennaro Migliore
    Qual è il centro della nostra iniziativa politica? Dove la collochiamo? Ma soprattutto, cosa vuol dire “nostra”, chi è il “noi” della politica di sinistra?
    Sono queste, a parer mio, le interrogazioni che Fausto Bertinotti ripropone con le sue 15 tesi sulla sinistra, che hanno riavviato un dibattito di altissima densità politica e che hanno l’indubbio merito di porsi come testo aperto. Strumento e non fine della ricerca e dell’azione politica.
    Credo sia opportuno partire da un’osservazione semplice: la nostra discussione non è più quella avviata due anni fa. Allora, nel pieno dell’esperienza del governo di centrosinistra, si combinavano due accadimenti: la presa d’atto del progressivo esaurimento, almeno in Europa, delle esperienze legate storicamente alla sinistra comunista e, in Italia, la costruzione di un nuovo soggetto a vocazione moderata, il Partito democratico. Ciò aprì un serrato confronto tra le forze che intendevano rivitalizzare il campo politico della sinistra, che appariva frammentato e sfibrato, anche in ragione dell’esperienza di governo. In quel contesto, appariva credibile una riproposizione in chiave tutta politica della sinistra. Una sinistra che, anche in assenza di un’iniziativa sociale autonoma, si ponesse l’obiettivo immediato di non dare per scontato l’esito bipolare del sistema politico italiano.
    Fu un errore profondo, seppure fatto in totale buona fede. Pensavamo fosse possibile costruire un futuro per la sinistra evocandone esclusivamente la potenza aggregatrice. Invece l’assenza di un pensiero profondo in merito al modello di sviluppo e alle relazioni nella società, il deficit di un’azione capace di porsi su scala continentale, ci hanno resi estranei alla nostra stessa gente. Sradicati. La sconfitta elettorale ci ha brutalmente messi di fronte al nostro limite, ma, nell’immediato, è mancata una reazione adeguata al colpo subìto. Nel congresso di Rifondazione comunista è prevalsa un’accentuazione del soggettivismo. “Non è la destra che ha vinto, siamo noi che abbiamo perso”. Quel che serve è un “partito sociale” capace di surrogare, “dal basso a sinistra” un tessuto sociale desertificato. A onor del vero, anche i sostenitori della mozione sconfitta, tra i quali io stesso, descrivevano una società impotente e una conseguente supplenza della sinistra unita, a partire da Rifondazione, come argine al dilagare del senso comune reazionario e del consenso raccolto dalla destra. Ma se proseguissimo, tutti, in questa direzione potremmo essere, tutti, definitivamente travolti.
    Gli ultimi due mesi hanno sconvolto il quadro precedente, sia sul piano internazionale (con la crisi e la vittoria di Obama), che su quello nazionale (con l’onda e la rottura operata della Cgil). E’ la novità di questa fase, da noi non prevista, che deve diventare la ragione fondante del nostro rinnovato impegno per esprimere, non più solo per rappresentare, la sinistra politica. Non possiamo più limitarci allo stanco rito del sostegno, per lo più esterno, alle mobilitazioni degli studenti o mondo del lavoro. Vanno ricercate relazioni, costruite mappe, inventate proposte che rendano credibile la nostra interlocuzione. Ad esempio, proporrei che nelle assemblee unitarie di tutta la sinistra a sostegno dello sciopero generale del 12 dicembre venissero discusse le inchieste operaie della Fiom e i punti concreti della piattaforma della Cgil, invece di continuare a baloccarci sull’equidistanza del Pd tra impresa e lavoro (argomento, ahimè, troppo noto per rivestire interesse). Dobbiamo elaborare nostre proposte, di segno opposto alla ricetta anticrisi dei governi europei, fatta di grandi opere e pubblicizzazione dei debiti contratti da avventurieri della finanza.
    Galapagos, sul “manifesto”, ha avvertito che la diminuzione del monte salari, nel corso dei prossimi mesi, sarà legata non solo alle dinamiche contrattuali, ma anche alla crescita impetuosa dei licenziamenti, ovvero al taglio dei salariati. E’ infatti proprio in una condizione di crisi così acuta, che i poteri minacciati provano lo sfondamento autoritario. In questo quadro l’affermazione “Noi la crisi non la paghiamo” non è uno slogan. E’ un programma politico, che richiede scelte attive finalizzate a nuove assunzioni, soprattutto in settori strategici (dalla ricerca allo sviluppo di nuove risorse energetiche e per la difesa dell’ecosistema), ed è anche una dichiarazione di intenti, perché comporta il moltiplicarsi degli atti di disobbedienza e di insubordinazione rispetto al nuovo ordine autoritario che la crisi vorrebbe giustificare.
    La sinistra che nasce deve stare qui, al servizio, prima ancora che in rappresentanza, dell’eccedenza di conflitto che si sta producendo. Per questa ragione è improprio collocare la formazione del processo costituente della sinistra entro confini consueti e comunque esauriti, come quello di un nuovo centrosinistra. Non si tratta di negare l’interlocuzione con il Pd, ma di delineare l’autonomia di una proposta in grado rispondere alla sfida del fare politica in una società in subbuglio, priva di coordinate di rappresentanza riconoscibili. La sinistra, al tempo della crisi, deve avere un progetto di governo, inteso non come occupazione dei posti di potere ma come governo della trasformazione economica e sociale.
    E’ altrettanto decisivo rendere esplicita l’individuazione del “chi” possa esprimere la soggettività della sinistra. L’attuale panorama politico è inibito a pensarsi come il luogo privilegiato entro nel quale gli uomini e le donne della sinistra possono essere realmente rappresentati. Pesano la frammentazione dei soggetti politici, la nostra perdita di credibilità, il logoramento stesso della forma partito. Pesa la sconfitta. La costruzione di un processo di unificazione deve quindi andare ben oltre la somma dell’esistente. Deve riuscire a incrociare i tanti e le tante che stanno nell’onda, nelle lotte operaie, nei percorsi di attivismo ambientalista e di richiesta di nuovi statuti di cittadinanza. La resistenza delle forze oggi presenti è, mi si permetta l’uso di una terminologia così netta, egoista e inefficace. Comprendo, ovviamente, l’esigenza di svolgere un ruolo in questo contesto, e tuttavia, facendosi carico della sconfitta, bisogna, anche in questo caso, sapersi mettere al servizio di altri. Il nostro ruolo, oltre all’avanzare proposte, può essere il costruire strumenti di partecipazione orizzontale e pienamente rappresentativi dei vari territori, consegnando loro lo spazio ed il tempo delle decisioni sulle scelte.
    La vittoria di Barack Obama ha dischiuso l’immaginario collettivo alla potenza trasformatrice della partecipazione. Una lezione certo antica, ma che ha bisogno di essere rivissuta nell’esperienza diretta dei potenziali protagonisti per essere percepita come possibilità concreta. Ed è soprattutto sulla partecipazione e sull’inclusione che possiamo contare per la nostra impresa. L’associazione “Per la sinistra” è nata con questa disposizione. Ecco perché essa è già un pezzo del percorso costituente, non la promessa di un tempo a venire.
    In molti, non a torto, indicano però anche la presenza di urgenti contingenze, in particolare la necessità di fare opposizione al governo Berlusconi e le elezioni, amministrative ed europee. Fatico a pensare che le due cose, nell’immediato, possano essere concepite come percorsi incomunicabili. Il segretario di Rifondazione comunista ha scritto agli altri segretari delle forze della sinistra chiedendo un coordinamento delle forze politiche che hanno dato vita alla manifestazione dell’11 ottobre. Bene, anzi, peccato che nessuna forza l’abbia chiesto prima. Ma può bastare una richiesta del genere senza una proposta, visto anche il silenzio degli interlocutori? Non è invece possibile tentare di precisare, oltre che un luogo, anche una piattaforma comune di contenuti, per il breve periodo? Potremmo realizzare un programma minimo di intervento riconoscibile e potenzialmente efficace. Un’agenda di iniziative e di contenuti programmatici, immediatamente verificati con coloro che oggi sono in lotta. In questa chiave, anche il rapporto con il Pd potrebbe risultare più lineare, non stretto nella tenaglia tra sospetti di subalternità e rischi settarismo. Ma, allora, perché non comprendere che questa possibilità del coordinamento, che nasce dalla necessità diffusamente avvertita di fare “massa critica” per l’opposizione, possa spingerci a cercare anche soluzioni che garantiscano la necessaria efficacia nei prossimi appuntamenti elettorali?
    È vero, si dirà, “le elezioni europee non hanno l’obiettivo di sostituire il governo Berlusconi”. Ne siamo sicuri? Il blocco di consenso berlusconiano non risentirà del risultato elettorale, né di come esso si comporrà? L’azione anti frammentazione di una lista di coalizione, come suggerisce anche Mario Tronti, non rappresenta anche una risposta immediata e precisa alla attuale deriva bipartitica asimmetrica (quella cioè dove la destra è stabilmente maggioritaria)? Non è capitato a nessuno, oltre al sottoscritto, nonostante la delusione della Sinistra arcobaleno, di ascoltare gli appelli frequenti a non dividersi? E poi, qualcuno è in grado di spiegare perché mai una coalizione elettorale sarebbe stata più facilmente accettabile in presenza di uno sbarramento alto? Siamo sicuri che in quel caso non sarebbe stata presa per pura difesa del proprio interesse elettorale?
    Ai più critici chiedo di fare la “prova”, chiedendo alla nostra gente di esprimersi direttamente e democraticamente su questo punto. Sono convinto che anche l’efficacia dell’opposizione riprenderebbe per questa via vigore, poiché verrebbe percepita chiaramente la presa in carico di una responsabilità immediata di rappresentanza larga.
    Per le elezioni amministrative le considerazioni sono più stringenti. Considero molto positive le costruzioni unitarie che si stanno producendo sui territori. Sarà la maggior vicinanza con i sentimenti e le aspettative delle persone, ma trovo in queste esperienze un grado di maturità e generosità ben superiore a quello dei gruppi dirigenti nazionali. Queste esperienze si basano sull’assunto, neanche troppo da esplicitare, che la legittimazione può avvenire solo attraverso una partecipazione orizzontale. Perciò si fa ricorso a strumenti ancora grezzi, ma utilissimi, dalle primarie alle consultazioni popolari. Guardare a queste esperienze, fuori dalla pretesa di dare la linea, può davvero insegnarci molto.
    Ricominciamo, senza timori, a dare qualche segno di vita. Potrebbe essere più semplice del previsto.

    26/11/2008

  87. GRAZIELLA MASCIA, FRANCESCO FERRARA: " LISTA UNITARIA AL VOTO EUROPEO. MA LA QUESTIONE SINISTRA VA OLTRE ". said

    Da Liberazione

    Lista unitaria al voto europeo
    Ma la questione sinistra va oltre

    Graziella Mascia, Francesco Ferrara
    .
    Mentre l’esigenza della rinascita della sinistra è resa stringente dai cambiamenti epocali dettati dalla crisi economica, e dall’altra parte di nuove potenzialità aperte dal movimento, il tema della crisi della politica si alimenta ogni giorno di nuovi elementi.
    La sentenza del tribunale di Genova, per il massacro alla scuola Diaz, non può, infatti, che accentuare questa crisi, per la divaricazione crescente tra un sentire comune e le risposte delle istituzioni.
    La profondità di questa crisi, che coinvolge direttamente tutta la sinistra, al di là della collocazione sociale e delle sue forme organizzate, chiede un di più di riflessione da parte di ognuno e ognuna, perché il suo esito può segnare in modo strutturale, se non irreversibile, l’esistenza e il carattere della sinistra nel nostro paese.
    Le prossime elezioni europee non possono, necessariamente, condizionare la costruzione del soggetto politico, ma rappresentano solo un passaggio. Cionondimeno, proprio al fine di rendere credibile un percorso che non si esaurisce nelle rappresentanze istituzionali, è necessario che tutti i soggetti della sinistra si presentino uniti a questo appuntamento, con un’unica lista e alcuni punti di convergenza sui contenuti. La crisi renderà infatti incandescente la condizione sociale, da qui a qualche mese, e sarebbe impossibile, in quel contesto, convincere gli elettori a scegliere tra 7 o 8 liste diverse della sinistra.
    Abbiamo intanto il dovere di continuare ad indagare, senza riserve, le ragioni di questa crisi, e il modo per uscirne.
    Le 15 tesi proposte da Bertinotti rappresentano per noi un contributo fondamentale, perchè condividiamo l’ispirazione di fondo e i contenuti, e le consideriamo uno spartiacque tra una vera sinistra e le altre forze politiche, che caratterizzeranno il quadro europeo tra qualche tempo.
    Il nostro essere comunisti non contraddice, infatti, l’esigenza e l’urgenza di una sinistra più grande, poiché, per non smarrire la strada, è necessario fare i conti con la fase di disarticolazione e di ricerca in corso in tutta Europa, come dimostra, tra le altre, l’esperienza francese di questi giorni.
    Non è difficile immaginare che, da qui a qualche mese, nulla sarà uguale.
    Non solo nei recinti delle sinistre storiche, già demoliti e modificati proprio nel confronto con i processi di finanziarizzazione dell’economia, di questa globalizzazione capitalista, ma dentro lo stesso assetto delle destre, che pure stanno meglio di noi.
    Pensiamo dunque, che la ricerca culturale debba accompagnare le esperienze di movimento, nonché le sperimentazioni del nostro stare insieme.
    La crisi investe tutti noi, come dimostra il disagio individuale e di relazione che attraversa ogni collettività, e fa apparire le aggregazioni ancora esistenti del tutto inadeguate, a dare risposte convincenti per la rinascita della sinistra.
    Intendiamo così la critica di Bertinotti al centralismo romanocentrico, quale figlio della centralità delle istituzioni nella politica, e l’invito a ripartire da due dimensioni strategiche, quella europea e quella del territorio, per procedere per tappe e socializzazione di esperienze positive.
    L’associazione per la sinistra può, da questo punto di vista, rappresentare uno strumento unificante di nuove pratiche politiche e di costruzione progettuale. Il quadro di riferimento europeo è indispensabile per una corretta lettura dei processi e per far avanzare un progetto efficace, e il territorio è l’ambito indispensabile per agire dentro le nuove contraddizioni sociali, costruendo ponti tra conflitti e soggettività diversi.
    Le lotte sindacali di queste settimane, e soprattutto “l’onda” inarrestabile degli studenti, presentano caratteristiche del tutto inedite, rispetto a situazioni precedenti, e sollecitano dunque a una nuova ricerca nel rapporto tra movimenti e politica.
    Questa sfida riguarda certamente tutti coloro che hanno scelto la forma organizzata dei partiti, ma non risparmia nessuna delle organizzazioni sociali interessate alle prospettive della sinistra.
    Basti guardare alla “generazione politica” di Genova, dai centri sociali a Rifondazione comunista, passando per le associazioni e il sindacato: quella che allora costituì una feconda, quanto inedita, sperimentazione di unità tra diversi, oggi è una realtà lacerata e conflittuale, più sul piano identitario che su una sana competizione tra idee e progetti.
    La stessa consapevolezza, da tutti condivisa, della devastazione sociale e civile già in corso, e del rischio di un regime “non tanto leggero”, verso cui marcia speditamente il governo Berlusconi, non è sufficiente per invertire la tendenza .
    Se una situazione di agio è la precondizione indispensabile, per qualunque impresa collettiva, la rinuncia a qualsiasi forma di aggressività è quanto viene richiesto da tante donne e tanti uomini, che si rivolgono a noi nella speranza di trovare risposte allo spaesamento generale.
    L’esperienza ci dice però che gli appelli stanno a zero, quando la sconfitta è così pesante, perchè “l’individualismo competitivo” è parte di una forma di autodifesa persino inconsapevole.
    Si tratta perciò di individuare regole condivise e nuove forme di democrazia.
    La sperimentazione del modello federativo partecipato, proposto da Bertinotti, nel quadro di un contesto in cui il partito della sinistra europea continua a rappresentare un’esperienza preziosa, pare a noi convincente, per evitare precipitazioni nazionali che in questo momento potrebbero apparire fughe politiciste.
    Ciò consentirebbe di mettere in secondo piano la discussione sui contenitori, per concentrarsi sui contenuti, nella disponibilità di ognuno/a a mettere a confronto saperi e iniziative, per un interesse collettivo.
    D’altra parte, la crisi finanziaria internazionale impone il campo europeo, quale dimensione minima necessaria, in cui provare a far vivere un progetto alternativo, che investe l’intero sistema produttivo e sociale.
    La sensibilità diffusa del nesso inderogabile tra “compatibilità ambientale” e modello di sviluppo, nonché la necessità di una strutturale riconversione dei consumi e una diversa organizzazione del vivere insieme, rende in qualche modo più agevole la discussione sulle proposte.
    La problematica delle risorse, alimentari o energetiche che siano, anziché il tema della democrazia e la crisi degli organismi internazionali a-democratici, già messi in discussione dal movimento mondiale, chiedono oggi nuove riflessioni e verifiche, tenendo conto in particolare delle esperienze latino-americane e dell’avvio di un nuovo corso in Cina.
    Così come, nonostante l’emergere di fenomeni razzisti, xenofobi, e omofobi, è inarrestabile un percorso, per quanto difficile e conflittuale, che faccia i conti con le nuove contraddizioni di genere, e “l’internazionalizzazione” dei nostri quartieri.
    La questione del lavoro e il ruolo dell’intervento pubblico assumono, nello scenario mondiale, una nuova centralità.
    Non solo rappresentano elementi decisivi per tutelare le condizioni di vita di milioni di persone, mentre la crisi economica già cancella centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma fanno la differenza, per connotare “a sinistra” il progetto di società alternativo.
    Il lavoro è senza dubbio lo snodo decisivo, su cui misurare l’esistenza stessa della sinistra, che, come sostiene Bertinotti, deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea.
    Se la precarizzazione del lavoro, come da tempo avevamo individuato, è la caratteristica di questo capitalismo, oggi la condizione di precarietà ha invaso l’insieme delle nostre vite. La disgregazione sociale e lo spaesamento culturale sono tra gli effetti di questo lungo ciclo, che mina le fondamenta dell’ assetto democratico e della convivenza civile.
    La necessità di riannodare i fili di una soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici è strettamente legata allo scontro sui contratti di lavoro. L’autonomia del sindacato e il diritto all’autoorganizzazione dei lavoratori rappresentano, per noi, parametri irrinunciabili, non solo per l’esistenza della sinistra, ma per qualificare la società, che incontreremo al termine della crisi.
    La Fiom ha saputo, per molto tempo, tenere aperto nel dibattito sindacale la questione dell’autonomia e della rappresentanza dei lavoratori, e oggi l’intera Cgil prova ad opporsi a un ipotesi di sindacato neocorporativo e subalterno. L’esito di questo scontro, con confindustria e governo, e all’interno delle stesse organizzazioni sindacali, sarà determinante per stabilire il ruolo dell’impresa, il suo rapporto con la politica, i nuovi rapporti nella società.
    La partita sindacale è dunque importante quanto la risposta alla crisi, che è caratterizzata proprio dall’intreccio tra sistema finanziario e mercato del lavoro.
    Perciò, assegna responsabilità in primo luogo ai dirigenti della Cgil, ma investe direttamente il futuro della sinistra in Europa, e interroga altresì le forze politiche che fanno riferimento al partito socialista europeo. Le difficoltà del Partito democratico italiano, come il partito socialista francese, o la socialdemocrazia tedesca, sono legate soprattutto a queste contraddizioni.
    La drammaticità della crisi rende ancora più fragile una linea fondata sulla mediazione tra lavoratori e impresa, perchè di fronte all’ingordigia e alla spregiudicatezza dell’odierno capitalismo “totalizzante”, questa ipotesi moderata appare del tutto ininfluente, come dimostra il vuoto di opposizione nell’attuale parlamento.
    La stessa vittoria di Obama mostra, peraltro, un bisogno di politica che qualche tempo fa sembrava impossibile.
    Compete a ognuna e ognuno di noi di sapersi misurare con le intemperie della nuova fase e con le nuove potenzialità che sono già in campo.
    Pur nella consapevolezza dei limiti che condizionano le nostre storie politiche, che sono il frutto di un novecento che sta ormai alle nostre spalle, bisogna continuare a far vivere un punto di vista critico e provare a ricominciare.

    26/11/2008

  88. MARGHERITA HACK: SINISTRA SVEGLIATI. said

    Fonte notizia : SINISTRA SVEGLIATI ! – NAPOLI

    SINISTRA SVEGLIATI
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    Il geniale venditore di fumo che ci governa è riuscito non solo a fare il lavaggio del cervello a metà degli italiani, ma anche , come un abile incantatore di serpenti, ad assopire sinistra e centrosinistra; l’unico immune al suono del piffero berlusconiano sembra sia rimasto Di Pietro.

    E’ ora che la sinistra, tutta la sinistra,da Rifondazione all’Italia dei valori metta da parte personalismi e divergenze ideologiche per combattere una classe politica arrogante e ignorante, pronta a calpestare la Costituzione per favorire gli interessi loro e del loro padrone. E’ pura utopia pensare a decisioni “bipartisan”, a bicamerali per riforme condivise della Costituzione, con persone che non hanno rispetto della legge, rispetto degli avversari politici, conoscenza di cosa vuol dire democrazia.

    I danni che questo governo sta procurando al paese sono enormi; è facile distruggere, più difficile ricostruire. Tutta l’opposizione deve essere compatta per impedire la regressione dell’Italia a più di mezzo secolo fa. Occorre opporsi ai tagli alla scuola e all’università e favorire l’istruzione per i giovani delle classi meno abbienti, eliminando finanziamenti- anticostituzionali- alle scuole private,

    rendendo obbligatoria l’istruzione fino a 18 anni, utilizzando gli stessi testi per più anni e rifornendo adeguatamente le biblioteche scolastiche così da tagliare le spese per l’acquisto dei libri, e stroncare un mercato che è diventato una fonte di sfruttamento insopportabile per le famiglie . Occorre incrementare la costruzione di residenze per gli studenti universitari fuori sede e impedire la prolificazione di piccole università o succursali di grandi università senza laboratori, senza docenti residenti e concentrare i finanziamenti sulle “vere” università : portare gli studenti alle università e non le università agli studenti.

    Occorre rivitalizzare la ricerca universitaria, riaprendo i concorsi per ricercatore, concorsi che dovrebbero essere basati sulla valutazione dei titoli piuttosto che sui soliti esami, e solo su titoli oggettivamente valutabili, come pubblicazioni accettate per la pubblicazione su riviste di rilevanza internazionale, in cui ogni articolo è soggetto al giudizio di uno o più referee anonimi. Occorre anche facilitare l’accesso alle carriere scientifiche di giovani non abbienti, aumentando il numero di borse di studio. A questo scopo però è necessaria una seria lotta contro l’evasione fiscale, per evitare che le borse vadano quasi sempre ai figli di lavoratori autonomi e raramente a quelli di lavoratori dipendenti. Un efficiente metodo per impedire l’evasione fiscale da parte dei lavoratori autonomi è quella di permettere al contribuente di poter dedurre dalle tasse tutte le spese necessarie documentate; così tutti avranno il coraggio di pretendere la fattura dall’idraulico o dal carrozziere o dal dentista o dal famoso specialista. Occorre incoraggiare le industrie private a fare più ricerca, detassando gli investimenti; insomma occorrono tutta una serie di provvedimenti per sviluppare la ricerca sia pubblica che privata, che è fondamentale per rendere competitivo il nostro paese.

    Occorre combattere i vergognosi rigurgiti di fascismo, razzismo, antisemitismo e più in generale contro i deboli o i diversi. Sono comportamenti criminali che non si possono e non si devono catalogare semplicemente come “ragazzate”

    La sinistra, tutta la sinistra unita deve battersi per moralizzare la vita sociale e politica di questo paese. I comportamenti razzisti della Lega, il disprezzo della costituzione e della legge da parte di Berlusconi e dei suoi seguaci sono stati deleteri per un paese come il nostro, in cui il senso dello stato, il rispetto della cosa pubblica non è mai stato troppo sentito.

    Il berlusconismo non è una dittatura ma non è nemmeno una democrazia. Si elude la legge a proprio vantaggio non utilizzando la violenza dei manganelli e dell’olio di ricino, ma mezzi più subdoli e convincenti, come le continue ripetute bugie, il martellamento televisivo di false notizie o notizie manipolate. E’ ora che tutta l’opposizione unita faccia valere la propria forza e volontà di cancellare quel paradossale conflitto d’interesse rappresentato da un primo ministro padrone di tre canali televisivi e in grado di pesantemente condizionare la televisione pubblica. Per non parlare dello scandalo di una disattesa sentenza della corte costituzionale del 2004 che autorizzava Europa 7 a utilizzare le frequenze abusivamente occupate da Rete 4, e che abusivamente continua a occupare dopo quattro anni in barba a tutte le sentenze. Credo che fra i paesi civili solo in Italia possano succedere certe cose.

    Infine vorrei che la sinistra unita rivendicasse la laicità dello stato, e liberasse l’Italia dalle pesanti ingerenze vaticane battendosi per ottenere il riconoscimento alle coppie di fatto, che siano etero o omosessuali, gli stessi diritti delle coppie “ufficiali” ; per cancellare leggi assurde come la legge 40 sulla fecondazone assistita che fra l’altro vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali; per varare una civilissima legge quale quella sul testamento biologico, che lasci ad ogni cittadino- quando è ancora in possesso delle sue facoltà mentali, la libertà di decidere se essere sottoposto o meno all’accanimento terapeutico ; e infine che sia data, a chi non se la sente di accettare come dono di Dio, in cui magari non crede, una vita diventata insopportabile, la libertà di morire.

    Margherita Hack

  89. MASSIMO BRANCATO: SEGRETARIO GENERALE DELLA FIOM DI NAPOLI said

    Fonte: SINISTRA SVEGLIATI ! – NAPOLI

    Sinistra, svegliati e indica la via
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    di Massimo Brancato
    Segretario Generale della FIOM di Napoli

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    Il 29 novembre all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici si terrà il primo incontro promosso dai firmatari, ed io fra questi, di un manifesto per la sinistra il cui incipit è eloquente: “Sinistra svegliati”.

    Se pensate si tratti di un obiettivo strampalato di un gruppo di persone fuori dal tempo e dalla realtà, non variate i vostri programmi per quella giornata. Se, invece, ritenete che a Napoli (come nel resto del paese) sia necessario ricostruire le ragioni del dovere di esistere per la sinistra, venite a darci una mano.
    La crisi della Politica – intesa come dimensione essenziale dell’agire umano e, quindi, pratica di popolo- ha consumato rapidamente parole fondamentali attraverso le quali si comunicavano progetti, identificavano contesti, indicavano valori guida. L’autoreferenzialità dell’oggi può essere letta anche come il portato di questa crisi, che non data ieri.
    E’ l’epilogo ineluttabile di una fase storica? Dobbiamo rassegnarci tutti allo svuotamento di senso di parole pesanti come sinistra (o socialismo, liberazione, parte, cambiamento, ecc.) e alla politica ridotta a tecnica dell’esercizio dei diversi e variegati spazi di potere?
    A parere di scrive, il paradosso dell’oggi insiste nel contrasto evidente tra la profondissima crisi della globalizzazione neoliberista e dei suoi presupposti fondamentali, le cui avvisaglie incominciano a palesarsi nei venti di recessione che stanno investendo la parte ricca del mondo, e le convulsioni delle forze che dovrebbero prospettare un’altra via ed interpretare politicamente la tensione al cambiamento.
    Tocco solo un punto, per me essenziale. A Napoli ed in Campania il rischio più evidente derivante dalla situazione economica è quello di acuire tutte le strutturali debolezze e di amplificare tutte le contraddizioni sociali che neanche l’esperienza di governo locale è riuscita ad affrontare, per il combinarsi di limiti soggettivi e di condizioni oggettive.
    La destra prospetta una via: si sostenga pro tempore l’economia finanziaria, perché passata la buriana si torni al libero mercato (che libero, in realtà, non è mai stato). E dato che i vincoli di Maastricht non possono essere “sforati”, si proceda con i tagli all’istruzione e allo stato sociale. Sembra quasi che si tratti di un percorso obbligato, in cui risulta impossibile rintracciare la responsabilità politica, quasi come le ipoteche poste a fondamento dei prodotti finanziari derivati.
    Le sinistre quali vie indicano? Come pensano di costruire il necessario consenso sociale? Su quali progetti a breve e medio termine intendono mobilitare?
    In una parola: quando si svegliano?

  90. SI PARTE: 13 DICEMBRE TUTTI A ROMA. said

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    SOFIA CIARDIELLO
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    “Per la Sinistra”: l’appuntamento è il 13 dicembre
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    Decisione confermata, ci si vede a Roma sabato 13 dicembre prossimo per varare “Per la Sinistra”. Di questo si è discusso il 27 novembre attorno al “Tavolo della Costituente di Sinistra” allestito anche questa volta nel salone della Casa internazionale delle donne. A fissare l’appuntamento di metà dicembre era stato il Documento “Costruire la Sinistra: il tempo è adesso” presentato lo scorso 7 novembre in una conferenza stampa alla quale parteciparono, tra gli altri, Moni Ovadia, Maria Luisa Boccia, Giorgio Parisi, Claudio Fava, Nichi Vendola, Paolo Cento e Umberto Guidoni, e poi sottoscritto da migliaia di donne e uomini attraverso la rete e nelle tante iniziative che si sono tenute nelle diverse città di Italia.
    E sono proprio i tanti firmatari del Documento, i gruppi e le associazioni nati localmente attorno alla speranza che il tempo per costruire una nuova sinistra sia arrivato, che hanno voglia di spendere tempo e passione per un progetto concreto, che dovranno essere i protagonisti del 13 dicembre. Per organizzare, nel poco tempo che ci separa da quella data, l’incontro è stato individuato un gruppo di lavoro nazionale che ha il compito di preparare l’assemblea e di raccordarsi con il territorio. All’inizio della prossima settimana , quindi, per conoscere luogo e orario precisi, programma dettagliato dell’incontro.

  91. NASCE LA SINISTRA SANNITA. said

    Firma per “la Sinistra Sannita”.
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    COSTRUIRE LA SINISTRA: IL TEMPO È ADESSO
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    Perché c’è bisogno di una nuova sinistra anche nel Sannio? E’ un interrogativo che ha ancora un senso? E’ una domanda che può trovare risposte non rituali ed inedite?
    La sinistra, anche nella nostra realtà, vive una crisi profonda e drammatica che rischia di farla scomparire per un lungo periodo: di fronte a questa pesantissima condizione, lo spettacolo che la sinistra sannita, nelle sue articolazioni, offre ai cittadini, alle forze sociali e produttive, al mondo della cultura, ai giovani è desolante, ricorda molto da vicino la festa in corso sul Titanic mentre il ghiaccio lo inghiottiva.
    E’ vero che la sinistra non è mai stata forte, in una Provincia come la nostra appena scalfita dalle vicende di profondo cambiamento che hanno attraversato l’Italia negli scorsi decenni, in larga parte impermeabile a raccogliere la sfida del rinnovamento e del coraggio della trasformazione.
    Questa considerazione trova riscontro anche nei risultati elettorali che ci consegnano una sinistra ampiamente minoritaria nelle istituzioni locali e, dato ancor più preoccupante, nel corpo della società sannita.
    In questo contesto di scarso dinamismo sociale e di arretratezza economica, la sinistra sannita si presenta segnata da una grave subalternità politica e culturale. Ancor più marcata dopo la lacerante sconfitta di aprile: una nuova sinistra, di questo parliamo perché di questo ha bisogno anche il Sannio, non sta al governo ad ogni costo ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Una nuova sinistra svolge il proprio ruolo – quello che le è stato affidato dagli elettori – con la stessa cultura di governo, senza invocare malinconici diritti di tribuna che, in verità, significano cedere alla tentazione delle sirene della gestione del potere fine a se stesso.
    Esiste lo spazio politico ed ideale per questa nuova sinistra sannita. Oggi, ancor più di ieri, le condizioni di vita, la crisi economica, le assai difficili situazioni del mondo del lavoro e del tessuto produttivo del Sannio, le diffuse difficoltà di inserimento nella società delle giovani generazioni, le emergenze ecologiche, la condizione femminile, affermano la necessità di un nuovo protagonismo della sinistra.
    Un progetto generale di società nasce già nei governi locali, dove la sinistra non deve mai smarrire caratteristiche di autonomia di elaborazione, di proposta e di responsabilità, alterità nei contenuti e nelle pratiche, discontinuità nell’agire, moralità e rigore nei comportamenti, non deve avere come massima ambizione la mera gestione, ricoprire un assessorato, occupare qualche strapuntino in qualche consiglio d’amministrazione, in qualche ente, in qualche consorzio, in qualche agenzia, ma deve dare gambe, nell’azione amministrativa ed istituzionale, alle idee ed ai valori per indicare a tutta la collettività la via del cambiamento.
    La sinistra per essere credibile, anche nel Sannio, ha bisogno di un progetto positivo, di fare vivere in concreto un sistema di valori, che tiene insieme uomini e donne oltre le loro eventuali appartenenze, deve avere un progetto di società, che, ancora oggi, manca alla sinistra sannita ed italiana.
    Abbiamo il dovere non di governare ma di cambiare e trasformare il sistema. Questo non accade da un giorno all’altro. Vanno abbandonate le comode nicchie identitarie, si deve lavorare subito alla costruzione di un nuovo soggetto politico che unisca la sinistra, ricostruendola anzitutto con chi ci sta: dove quel “chi ci sta” vuol dire chi si sente di condividere un progetto di società alternativo alla destra ma nettamente differente sia dal progetto del Pd che da quello della costituente comunista.
    Questa opera si deve realizzare senza “promotori” nominati per cooptazione, senza padri “nobili”, senza eredità da accampare, senza gerarchie autoreferenziali, senza presunzioni, senza autoinvestiture, senza decisioni calate dall’alto.
    Occorre, adesso, il contributo, l’intelligenza, la disponibilità, la volontà di tutti coloro che non hanno paura del mare aperto.
    Così, anche dal Sannio, può giungere un contributo concreto alla definizione di una nuova cultura politica della sinistra, che dovrà necessariamente utilizzare nuovi linguaggi, un nuovo alfabeto, nuove modalità di selezione della rappresentanza e di partecipazione democratica.

    “Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un’altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi”
    Cambiare modo di intendere la Politica per il nostro Paese è possibile. A patto di praticare e coltivare la speranza, che oggi cresce d’intensità, di tanti giovani, uomini e donne, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi in realtà. E’ questo il compito primario di ciò che chiamiamo Sinistra.
    Alla Sinistra si chiede di essere un luogo dove diverse culture si possano incontrare, ed un luogo dove incontrarsi ed organizzare un modo di intendere la politica che parta dai bisogni e dai problemi dei cittadini e tradurre questi in proposta politica per il bene comune.
    Per far ciò pensiamo a una Sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un progetto che sappia guardare alle cose di questo tempo e di questo mondo; per cui anche nel Sannio vogliamo lanciare il progetto della Costituente della Sinistra, rivolta a tutti quegli uomini e donne che vogliono spezzare una marginalità – politica e democratica – e vogliono scongiurare la deriva bipartitista la quale sta mostrando gravi segni di “vuoto politico” nel nostro Paese, e di instabilità della democrazia.
    Questi mesi ci hanno convinto sempre più della necessità di una presenza politica forse della Sinistra, che sappia mettere in campo oggi idee per la scuola, l’ambiente, la sanità ed il welfare, i livelli di reddito e la qualità del lavoro, i diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell’Italia di domani, tutti temi che nel Sannio trovano una drammatica evidenza.
    Il 13 dicembre avrà luogo una assemblea nazionale e subito dopo un processo costituente da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d’intenti, un nome, un simbolo, regole condivise, per un nuovo progetto a Sinistra.

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    In vista di questi appuntamenti anche nel Sannio si vuole dar luogo ad una forma di adesione di intenti alla creazione di un soggetto unitario della Sinistra.
    Ogni cittadino della provincia beneventana può esprimere una adesione, raccogliere informazioni e inviare suggerimenti utili per il percorso costituente di una nuova forza di Sinistra.

    25 novembre 2008
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    PRIME ADESIONI ONLINE
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    18 28/11/08
    18:11 82100
    benevento
    (BN) lorenzo cicatiello benevento
    17 28/11/08
    12:01 82025
    montefalcone di val fortore
    (BN) giovanni minelli montefalcone valfortore scuola
    16 28/11/08
    11:20 82030
    apollosa
    (BN) Maria Pastore Foglianise insegnante
    15 28/11/08
    11:16 82030
    foglianise
    (BN) Carlo De Maria Foglianise Inpiegato
    14 27/11/08
    21:40 82100
    benevento
    (BN) Italo Palumbo benevento avvocato
    13 26/11/08
    19:07 82100
    benevento
    (BN) vincenzo testa benevento
    12 26/11/08
    15:34 82100
    benevento
    (BN) Massimiliano Bencardino Benevento Ricercatore
    11 26/11/08
    11:10 82030
    foglianise
    (BN) luigi meccariello foglianise pensionato
    9 26/11/08
    10:53 82019
    sant’agata de’ goti
    (BN) angelo montella sant’agata de’ goti libero professionista
    8 26/11/08
    8:43 82016
    montesarchio
    (BN) LUIGI LANNI MONTESARCHIO DIRIGENTE AZIENDA PRIVATA
    6 24/11/08
    20:03 82030
    apollosa
    (BN) Giuseppe Cognetti Melizzano Studente
    5 24/11/08
    19:06 82100
    benevento
    (BN) Massimiliano Francesca Benevento Studente
    4 24/11/08
    19:04 82100
    benevento
    (BN) Marco De Marco Benevento Studente
    3 24/11/08
    19:04 82100
    benevento
    (BN) ludovico viglione benevento studente
    2 24/11/08
    10:45 82100
    benevento
    (BN) Francesco Principe Benevento Studente Universitario
    1 24/11/08
    2:58 82100
    benevento
    (BN) Yuri Di Gioia Benevento

  92. FULVIA BANDOLI: " IL CAMMINO E' INIZIATO, MA NON POSSIAMO PIU' SBAGLIARE. said

    Il cammino è iniziato, ma non possiamo più sbagliare.
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    Di FULVIA BANDOLI
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    Il processo costituente di un nuovo soggetto della sinistra è iniziato almeno due volte, la prima volta subito dopo la nascita del Pd, la seconda volta quest’autunno con le riunioni del tavolo nazionale delle sinistre e con l’appello uscito poche settimane fa. L’esperienza del passato ci dice che quando su di un processo costituente ancora in fieri si abbatte un’elezione, quel processo rischia di strapparsi, di rallentare, e a volte di essere stravolto a puri fini elettorali. E questo avviene perchè una Costituente vera ha bisogno di tempi medio lunghi (se non si vuole fare una operazione tipo Pd) che consentano radicamento sul territorio e capacità di iniziativa politica, di radunare volontà e forze, di chiarire intenzioni e intenti impegnativi,di dar vita ad una consultazione ampia sulle idee, sul profilo, sui principi e anche sui dirigenti della forza politica che si vuol costruire. Mentre invece una consultazione elettorale stressa i tempi, svia i percorsi, rinchiude tutto nella scelta della lista,dei candidati, e nella convulsione di una campagna elettorale. Come tenere separato, allora, il processo costituente dalle elezioni europee che ci saranno tra sei mesi? e soprattutto è possibile ? Per rispondere a questa domanda mi serve ragionare un po’ (ma solo un po’) per assurdo. Come porteremmo avanti il processo costituente se le elezioni non ci fossero? Ci dedicheremmo a costruire l’associazione “Per la Sinistra” in tante e tante città (oggi è partita bene e in alcune città con una partecipazione molto ampia, ma ancora in un numero esiguo di località), penseremmo una carta di principi e di intenti che dessero l’idea del tipo di forza che stiamo costruendo, organizzeremmo una giornata nazionale per fare una sorta di primarie delle idee, le varie associazioni nei loro territori inizierebbero a fare politica sui temi locali (il radicamento parte così), terremmo aperte porte e finestre perchè altre ed altri (singoli, movimenti, associazioni ancora incerte) potessero dialogare con noi) , metteremmo nero su bianco idee e proposte sulle questioni più importanti (crisi economica mondiale e alternative al liberismo,sostenibilità dello sviluppo ed energia, lavoro, scuola,criminalità al sud,diritti civili etc), interloquiremmo con i movimenti rispettandone l’autonomia ma ascoltandone la voce. Insomma faremmo tutto ciò che ci siamo detti intorno a quel tavolo nazionale e che poi abbiamo cercato di trasmettere ai territori nell’appello che è uscito. Se non vogliamo che anche questo secondo tentativo di Costituente sia asservito solo a logiche elettoralistiche dobbiamo essere più capaci del passato: consolidare l’associazione “per la Sinistra” in ogni territorio facendo tutto quello che ho detto sopra e tenere solo in un angolo del cervello la questione del come presentarsi alle elezioni (mi riferisco in particolare alle europee perchè per le amministrative il discorso è relativamente più semplice). Come un controllore di volo che deve far atterrare due aerei insieme ma sa che sul primo c’è un malato grave e dunque quell’aereo ha la precedenza e a quell’aereo deve dedicare maggiore cura e attenzione.
    Se le elezioni e la scelta degli schieramenti e delle liste ghermiscono anche questa Costituente non credo si possa ripartire una terza volta. Tra l’altro vorrei far notare che nonostante le molte difficoltà il cielo si è un pò riaperto, il liberismo mostra la corda nel mondo, in Italia nascono conflitti e movimenti, e nel Pd sono tantissimi coloro che si interrogano sulla evidente crisi di quel partito (persino alcuni nostri compagni di tante battaglie, approdati al Pd all’ultimo minuto, e già assai critici). E nel più grande sindacato italiano ( la cgil) pure.
    Insomma è la politica che dobbiamo tenere in primo piano,sono chiari contenuti programmatici la nostra nuova identità in costruzione. Per dar vita ad una Sinistra ampia e popolare che vuole contendere consensi e competere con tutte le forze di opposizione. Una Sinistra che vuole avere una cultura di governo, nel senso tante volte spiegato e cioè che si fa carico dei problemi e delle contraddizioni e propone soluzioni e programmi perchè ha a cuore il miglioramento della vita,del lavoro, dell’ambiente nel quale vivono i suoi ceti sociali di riferimento. Una Sinistra autonoma che non vive solo per allearsi con il Pd (quasi fosse un destino segnato) ma che nasce perchè quest’Italia è senza sinistra politica e perchè tante donne e uomini di sinistra non sanno più dove girarsi…perchè il Pd non convince, perchè i molti pezzetti di sinistra fuori dal Pd non sono ancora diventati una Sinistra. Le alleanze, la nuova coalizione di centrosinistra sono temi veri ma c’è tempo, prima dobbiamo nascere, esistere,crescere e radicarci socialmente.
    Ma non vivo sulla luna e so bene che ci sono anche le elezioni. Dunque metto i piedi nel piatto rendendo evidente ciò che si sussurra a mezza bocca da alcune settimane, perchè la buona politica,per essere tale, non nasconde nulla. Ci sono diverse ipotesi in campo e voglio indicarle: fare un cartello elettorale di tutte le sinistre; presentarsi separatamente ognuno con il suo simbolo; tentare una lista, che non è e non può essere scambiata per quella del nuovo soggetto in costruzione perchè esso ancora non esiste compiutamente, ma che non smentisca del tutto la Costituente in corso e che quindi ne interpreti almeno lo spirito con candidature aperte e scelte con processi partecipativi reali.
    Queste mi paiono le tre ipotesi più discusse ed è giusto che su di esse il dibattito sia franco e trasparente,ma quando sarà il momento. Ma non mi incarterei subito su quest’ ultimo punto… terrei il tema solo in un angolo del cervello e non gli consentirei di travolgere il processo costituente che riguarda anche centinaia e forse migliaia di persone che stanno da tempo fuori dai nostri vari partitini e movimentini.
    Per tutte queste ragioni confermerei,come abbiamo fatto nella riunione dei firmatari di Giovedì scorso, l’incontro del 13 Dicembre ma chiarendo alcune cose.
    Non è l’ennesima “grande manifestazione” con sventolio di bandiere ( troppe false partenze avevano questo taglio…) ma una seria assemblea nazionale dei circoli dell’associazione finora costituiti e di tutti coloro che sono interessati alla costituente. Sobria nello svolgimento e nel dare la parola alle esperienze nate sul territorio, alle domande e agli interrogativi. Che dia il senso di un primo passo, di un cammino, e che non riproponga la finzione dell’essere arrivati al traguardo.
    Un’ assemblea capace, ad esempio, di votare e approvare alcuni odg su alcune questioni attuali e politicamente rilevanti (così da cominciare a dire chi siamo e cosa vogliamo). Non l’incontro di due o tre
    “leader” ma di donne e uomini che da ruoli diversi si incamminano con impegno e costanza su di una strada difficoltosa impegnandosi a non saltare le tappe e ad arrivare sino in fondo.

  93. CLAUDIO FAVA: IL 13 DICEMBRE. said

    Il 13 dicembre.
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    Di Claudio Fava
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    Il 13 dicembre non sarà solo una festa. Ne abbiamo fatte tante, di feste: servono a star bene insieme, a contare le facce conosciute, a mettere in fila un po’ di bei discorsi, a mostrare i muscoli. E a ritrovarsi confusi e svuotati il giorno successivo.
    Il 13 dicembre sarà una scelta. Convinta e impegnativa. La scelta di aprire questo processo costituente al paese, di sottrarlo alle prudenze dei gruppi dirigenti, di incarnarlo nelle passioni e nella generosità di chi sente tutta l’urgenza di una nuova sinistra in Italia.
    Non staremo qui a dirci ancora una volta quanto “nuova” debba essere questa sinistra: abbiamo impegnato quattro mesi, dall’assemblea di Cianciano in poi, a ragionare sull’eredità che le culture politiche del secolo scorso ci hanno lasciato. Ci siamo detti cento volte che quell’eredità non va congelata né rifiutata ma rielaborata, impastata con una lingua diversa, arricchita con pratiche finalmente democratiche, finalmente inclusive. Abbiamo parlato delle troppe liturgie e dell’urgenza di abbandonarle. Abbiamo compreso che questo progetto non riuscirà a sommare tutta l’attuale sinistra (difficile tenere insieme chi si sente comunista dentro, e chi invece festeggia ogni giorno l’orgoglio comunista…), ma che oggi la virtù politica essenziale, più che l’unità ad ogni costo, è la coerenza: ovvero la capacità di utilizzare lo stesso alfabeto, di condividere la stessa ricerca, di affrontare lo stesso mare.
    La sinistra italiana che nascerà il 13 dicembre sarà il racconto di questo tempo e di questo paese. Ma ne sarà anche il rimedio. Una sinistra del fare, più che dell’affermare. Questo ci siamo detti: e ce lo siamo detti a lungo. Adesso dobbiamo cedere ad altri la parola, lasciare che essa venga raccolta da chi questa nuova sinistra la sta già fabbricando nella pratica politica quotidiana, nel lavoro sui territori, dentro le amministrazioni, nei tempi serrati delle cento assemblee che abbiamo già svolto.
    Cosa sarà e “quando” sarà questa nuova sinistra italiana? E’ ciò che cominceremo a decidere insieme tra due settimane. Posso solo dirvi cosa non dovrà essere: né un circolo di cultura, né un repertorio di tatticismi o di parole reticenti. Perché questo progetto decolli, perché diventi subito pane quotidiano e sfida elettorale in Italia e in Europa, occorre molta generosità. E poco politicismo. Esattamente l’opposto di ciò che è accaduto ad aprile.

  94. CLAUDIO FAVA: IL 13 DICEMBRE. said

    IL 13 DICEMBRE.
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    Claudio Fava

    Il 13 dicembre non sarà solo una festa. Ne abbiamo fatte tante, di feste: servono a star bene insieme, a contare le facce conosciute, a mettere in fila un po’ di bei discorsi, a mostrare i muscoli. E a ritrovarsi confusi e svuotati il giorno successivo.
    Il 13 dicembre sarà una scelta. Convinta e impegnativa. La scelta di aprire questo processo costituente al paese, di sottrarlo alle prudenze dei gruppi dirigenti, di incarnarlo nelle passioni e nella generosità di chi sente tutta l’urgenza di una nuova sinistra in Italia.
    Non staremo qui a dirci ancora una volta quanto “nuova” debba essere questa sinistra: abbiamo impegnato quattro mesi, dall’assemblea di Cianciano in poi, a ragionare sull’eredità che le culture politiche del secolo scorso ci hanno lasciato. Ci siamo detti cento volte che quell’eredità non va congelata né rifiutata ma rielaborata, impastata con una lingua diversa, arricchita con pratiche finalmente democratiche, finalmente inclusive. Abbiamo parlato delle troppe liturgie e dell’urgenza di abbandonarle. Abbiamo compreso che questo progetto non riuscirà a sommare tutta l’attuale sinistra (difficile tenere insieme chi si sente comunista dentro, e chi invece festeggia ogni giorno l’orgoglio comunista…), ma che oggi la virtù politica essenziale, più che l’unità ad ogni costo, è la coerenza: ovvero la capacità di utilizzare lo stesso alfabeto, di condividere la stessa ricerca, di affrontare lo stesso mare.
    La sinistra italiana che nascerà il 13 dicembre sarà il racconto di questo tempo e di questo paese. Ma ne sarà anche il rimedio. Una sinistra del fare, più che dell’affermare. Questo ci siamo detti: e ce lo siamo detti a lungo. Adesso dobbiamo cedere ad altri la parola, lasciare che essa venga raccolta da chi questa nuova sinistra la sta già fabbricando nella pratica politica quotidiana, nel lavoro sui territori, dentro le amministrazioni, nei tempi serrati delle cento assemblee che abbiamo già svolto.
    Cosa sarà e “quando” sarà questa nuova sinistra italiana? E’ ciò che cominceremo a decidere insieme tra due settimane. Posso solo dirvi cosa non dovrà essere: né un circolo di cultura, né un repertorio di tatticismi o di parole reticenti. Perché questo progetto decolli, perché diventi subito pane quotidiano e sfida elettorale in Italia e in Europa, occorre molta generosità. E poco politicismo. Esattamente l’opposto di ciò che è accaduto ad aprile.

  95. ELETTRA DEIANA: LA SINISTRA CHE OGGI CI SERVE. said

    La sinistra che oggi ci serve. Oltre le scadenze elettorali, oltre le precipitazioni politicistiche.
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    Di Elettra Deiana
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    Lavorare alla prospettiva di una nuova sinistra in Italia, prospettiva che restituisce senso alla nostra politica, pone un problema preliminare, una domanda da cui partire, che tarda a essere affrontata nella sua pregnanza e specificità e invece emerge qua e là nei dibattiti, ma in maniera del tutto accidentale. Perché un nuovo soggetto di sinistra, visto che la sinistra ha prodotto un disastro tale che lo stesso significante che la nomina rischia di non avere più un significato preciso? E che sinistra, su quali discriminanti di fondo, con quale profilo, intenzioni, pratiche? E’ tempo di affrontare come centrali e fortemente interconnesse queste questioni, rompendo la ragnatela di non detti, ambiguità e rimandi che fino a oggi non sono stati affrontati per quello che sono – timori, calcoli diversi di opportunità e anche legittime preoccupazioni delle forze in campo – e in ragione di questa negligenza opportunistica rischiano di far accumulare ulteriori contraddizioni nel cammino intrapreso. Con il risultato, alla fine, di mettere insieme non la ricchezza delle differenze, come linfa del processo costituente ma il caos delle contraddizioni, come peso all’infinito della crisi politica che viviamo. Personalmente penso a una sinistra di donne e di uomini capace di pensarsi come europea nel mondo globalizzato, capace di essere popolare e insieme radicale, capace di stare nelle lotte e di concorrere a organizzarle, capace di ricostruire una forte rappresentanza istituzionale fondata non sulle leadership auto-promosse ma sulla ricostruzione del vincolo sociale e della democrazia partecipata, con un programma politico che metta al centro le grandi contraddizioni epocali della contemporaneità e da là sia in grado di agire politicamente. Da là, anche, sia in grado di ragionare e scegliere oltre le battaglie da fare, le alleanze da costruire. Sarebbe la fine del nostro progetto se il percorso fosse invece – fattualmente ma anche concettualmente – all’inverso: prima la preoccupazione delle scadenze e delle alleanze e poi gli accordi cartacei, elaborati per tenere insieme le scelte tattiche. Una sinistra così non si inventa a tavolino e soprattutto non può essere il frutto di accordi di ceti politici sopravvissuti al naufragio della sinistra. Persiste tra noi, senza grandi differenze rispetto alla diversità dei nostri percorsi politici, un pessimo automatismo politico-culturale, che ereditiamo dalle pratiche della fase pre-catastrofe, cioè l’attitudine ad agire spesso sotto la spinta delle scadenze elettorali, che sono non raramente considerate come la priorità delle priorità. Ieri risucchiati da questa priorità fino a morirne, oggi con l’idea che occupare posti nella rappresentanza sia la condizione sine qua non per sopravvivere. Il rischio è che così non si arrivi ormai da nessuna parte. Le scadenze elettorali sono importanti, ovviamente, ma la costruzione di una nuova sinistra richiede tempi, modalità, pratiche che non coincidono automaticamente che anzi spesso devono scivolare accanto o lontano dalla scadenza elettorale stessa. O ignorarla del tutto. La sinistra può rimettersi in cammino se ci sono gambe nuove, facce nuove, pratiche nuove. Dobbiamo provare e riprovare, scommettere sulla scoperta di una nuova autenticità della politica, su quella che una volta per molte, molti di noi era passione politica e che oggi, senza una svolta radicale, rischia di essere soltanto un arido mestiere della politica. Per questo le pratiche sono il vero banco di prova della nostra sfida: pratiche che facciano condividere, rimettano in circolazione idee e proposte e esperienze, responsabilizzino in maniera esponenziale donne e uomini, giovani soprattutto, mettano alla prova la vocazione democratica e popolare del progetto. E ci facciano essere partecipi dei movimenti e delle mobilitazioni senza nessuna presunzione ma con la vocazione alla scoperta dell’agire democratico. E riducano il peso delle parole di uno – dei leader – a vantaggio delle parole di molti. Non ci possiamo lamentare se il progetto di una nuova sinistra viene mediaticamente ridotto, anche da un giornale non ostile come il Manifesto, alla leadership di qualcuno. Dobbiamo chiederci che cosa non funzioni nelle cose che facciamo noi. Mi auguro che l’incontro del 13 dicembre ci aiuti in questa direzione.

  96. SINISTRA, SE LAFONTAINE VA A PARIGI. said

    Sinistra, se Lafontaine va a Parigi.
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    Scritto da Graziella Mascia
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    Mentre a Berlino Lothar Bisky presentava il programma elettorale del Partito della sinistra europea per le prossime elezioni del 2009, a Parigi Oscar Lafontaine battezzava la nuova gauche francese di Jean – Luc Mélenchon, la cui parola d’ordine è “riunire una nuova maggioranza di sinistra per governare il paese”.
    Mélenchon è uscito dal Partito socialista francese tre settimane fa, mentre il congresso nazionale del suo partito si avviava alla conclusione.

    L’occasione è stato l’appello del Partito comunista francese, votato al comitato politico nazionale, che propone a tutte le sinistre del No al trattato costituzionale europeo di presentarsi in una lista unitaria per le elezioni europee.
    Mélenchon non ci ha pensato due volte, e ha lanciato la proposta di una nuova sinistra. Nel giro di qualche giorno, dicono i suoi collaboratori, più di 100 mila persone hanno visitato il suo sito internet, hanno scritto, hanno cominciato ad organizzare comitati territoriali per partecipare alla prima assemblea del 29 novembre, che ha raccolto oltre mille persone.
    Non c’è ancora una piattaforma politica, perché questa sarà il risultato di un percorso. Infatti, Mélenchon rompe gli indugi, senza organizzare la sua area interna per un’uscita collettiva. Ancora non si sapeva se avrebbe vinto Ségolène Royal o Martine Aubry, e infatti molti suoi compagni del No al referendum partecipano al congresso fino alla fine, sostenendo la candidatura di Benoit Hamon.
    La loro critica a un congresso centrato sulla leadership, in nome della quale si è fatto a gara con parole d’ordine “di sinistra”, senza però un serio dibattito sulle strategie, era molto forte, ma i loro voti sono poi stati determinanti per far vincere l’ex-ministra delle 35 ore. La netta spaccatura del partito sulle due candidate aveva fatto prevedere a qualcuno che, in caso di sconfitta, la Royal se ne sarebbe andata. Ora pare non sia così.
    Ci si aspetta invece un ricompattamento di tutte le aree del partito socialista in vista delle elezioni europee, e una possibile riapertura sulle candidature per le presidenziali del 2012 su cui Mélenchon punta per costruire una unità politica e una candidatura condivisa di una “Gauche” più ampia. Le elezioni europee, da questo punto di vista, rappresentano solo un passaggio.
    L’appello unitario del Pcf è, in questo senso, rivolto a tutti, e avviene prima che si concluda il suo stesso congresso. E’ una proposta che certamente tiene conto dello sbarramento elettorale, ma questo c’è sempre stato. La preoccupazione è invece la frantumazione a sinistra nelle elezioni ,che hanno visto la vittoria di Sarkozy, e la complessa situazione che tutti devono affrontare.
    Da quelle consultazioni, l’unica forza politica in buona salute, a sinistra del Partito socialista francese, sembra essere quella di Olivier Besancenot, cioé il nuovo partito anticapitalista.
    Diecimila tessere distribuite, ma, pare, solo tremila raccolte, ha l’ambizione di raccogliere le realtà sociali più spontanee, anche non organizzate, andando oltre la storica organizzazione trotskista dell’Lcr. Fin qui, la sua affermazione sembra essere importante, grazie soprattutto alla figura di Besancenot, un postino che abita in un quartiere popolare, dotato di forte capacità di comunicazione, e che infatti riscontra una presenza mediatica quotidiana.
    Ora però tutti devono fare i conti con una situazione complicata.
    Lo spaesamento nell’elettorato di sinistra in Francia è pari, o superiore, a quello in Italia, per la particolare forza delle destre, per la crisi che attraversa le sinistre in questi paesi, a cui si aggiunge il protagonismo di Sarkozy sul piano internazionale, grazie al suo ruolo di presidente europeo nel semestre che sta terminando.
    L’offensiva unitaria del Pcf e di Mélenchon, che già convince qualche dirigente Npa, rappresenta una sfida anche per Besancenot, perché la recessione costringe tutti i governi a distribuire risorse, tanto più con delle elezioni imminenti Ma riuscire a distinguere il carattere strategicamente diverso – tra destra, centro sinistra, sinistra – tra le diverse misure possibili, non sarà cosa facile per milioni di lavoratori che già stanno perdendo il posto di lavoro, altrettanti giovani che conoscono solo condizioni di precarietà, e che sono i primi ad essere sacrificati, insieme agli immigrati.
    In ogni caso, il tema di una convergenza tra chi ha condiviso il No a un trattato liberista, che peraltro aveva diviso lo stesso schieramento verde, si riproporrà per il 2012, anche se, in presenza di una crisi economica di portata storica, ognuno sa che ogni scenario può essere sconvolto da qui a qualche mese.
    Intanto, Pcf, la sinistra di Mélenchon, e il Npa di Besancenot devono fare i conti, oltre che con la destra di Sarkozy, con il partito socialista di Martine Aubry. Tutti si aspettano da lei, infatti, una campagna gauchista, resa più credibile da una donna che si è battuta al congresso per difendere la tradizione socialista storica – contro l’ipotesi innovatrice della Royal, che guardava al centro – e soprattutto che viene ancora ricordata per la sua legge sulle 35 ore.
    Non è un caso, dunque, se Mélenchon ha voluto Oskar Lafontaine, amico personale e politico da anni, al primo meeting della sua gauche. La Linke guadagna punti ad ogni prova elettorale e rappresenta certamente un’esperienza che evidenzia la crisi della socialdemocrazia in Germania, incrociando differenze e disarticolazioni nelle diverse sinistre in Europa. Per quanto nessuno l’abbia mai proposto come modello, non ci si può meravigliare, se, da Berlino, qualche giornalista abbia sovrapposto Linke e Partito della sinistra europea, nominando padrino di quest’ultima proprio il presidente che stava a Parigi.

    da Liberazione del 4 dicembre.
    Rifondazione per la sinistra.

    contattaci scrivendo a:
    info@rifondazioneperlasinistra.

  97. ROMA 13 DICEMBRE 2008. said

    Dal sito internet de LA NUOVA SINISTRA.

    Prime note sull’assemblea del 13 dicembre.

    Ai Coordinatori regionali e provinciali di Sinistra Democratica
    Agli amministratori locali

    Sabato 13 dicembre, con inizio alle ore 13.30 e conclusione entro le ore 18, si terrà a Roma presso il teatro Ambra Jovinelli in via Guglielmo Pepe 41 (nei pressi della stazione Termini) l’Assemblea Nazionale di presentazione dell’associazione “Per la Sinistra”, così come indicato nell’appello dei primi firmatari presentato alla stampa nei giorni scorsi.
    L’assemblea sarà l’occasione per dare avvio ad una ampia consultazione popolare sui tratti distintivi che vogliamo assuma il nuovo soggetto della sinistra italiana. Protagonisti dell’incontro dovranno essere le donne e gli uomini, le associazioni e i movimenti che nel corso di questi mesi si sono misurati in ogni realtà del territorio nazionale con la necessità, dopo la sconfitta dello scorso aprile, di dare una speranza al popolo della sinistra.
    Per questo chiediamo alle diverse realtà del paese di sentirsi partecipi dell’assemblea, di portare all’incontro esperienze, percorsi, testimonianze e di prendere la parola per rappresentarle.
    Costruiremo insieme, nel corso dell’assemblea, l’agenda del lavoro nazionale che l’associazione si propone di svolgere già nei giorni successivi e il raccordo necessario con il radicamento da costruire nei territori.
    Nei prossimi giorni vi comunicheremo tutte le informazioni utili a costruire questo appuntamento affinchè risulti il più largo, partecipato e condiviso possibile.

    Per il gruppo di lavoro organizzativo dell’assemblea del 13 dicembre
    Gianni Zagato.

  98. PUGLIA: Congresso Regionale PRC.. said

    PUGLIA: Congresso Regionale PRC.. Dice: Il tuo commento è in coda di moderazione.
    4 Dicembre 2008 a 1:41 pm
    Dal sito internet LA NUOVA SINISTRA

    Congresso regionale PRC, Vendola : sinistra torni a vivere come speranza.
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    ‘Bisogna che la Sinistra torni a vivere come una speranza concreta che cammina sulle gambe di tanta gente’. Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che in serata ha partecipato a Bari ai lavori del terzo congresso regionale della Puglia di Rifondazione Comunista. ‘Credo che tocchi a noi – ha detto Vendola – cominciare un processo che deve riguardare tutti i protagonisti della Sinistra. Si tratta di portare ciascuno la propria esperienza, le proprie idee in una impresa generale più grande che è la ricostruzione della Sinistra’. Bisogna, secondo Vendola, ‘aprire cantieri che siano luoghi di lavoro, luoghi di riconnessione con i movimenti, luoghi di curiosità culturale. Bisogna ricostruire un alfabeto, una capacità di comunicazione e anche una capacità di ascolto’. E con Ferrero?, gli è stato chiesto. ‘Il mio problema – ha risposto Vendola – è quello di poter condividere con tutti questo percorso’. Perchè la Sinistra ‘da un lato muore di eutanasia quando si impicca a una prospettiva meramente governista e dall’altro rischia di sopravvivere come testimonianza del passato, rinchiusa nei fortini identitari. Io credo che tutti dobbiamo rimetterci in cammino’. ‘E che in questa avventura – ha aggiunto – conta molto la capacità di interpretare e di analizzare le contraddizioni nuove, del mondo, di essere capaci di produrre un pensiero all’altezza dei dilemmi autentici che sconvolgono l’umanità’. ‘Quindi: meno formule ideologiche, meno politica fatta di miti, più capacità di avere il termometro per misurare la febbre delle cose e di avere – ha concluso Vendola – l’ago e il filo per cucire relazioni tra individui, tra corpi sociali, tra popoli’.

    redazione Teleradioerre
    02 Dic 2008
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    Rifondazione, Fratoianni rieletto segretario regionale Successo per il giovane vendoliano. Ma non mancano frizioni con l’ala ferreriana di Antonio Scotti
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    Con 48 voti a favore, 20 contrari e una scheda bianca Nicola Fratoianni è stato rieletto segretario regionale di Rifondazione comunista. Il responso del voto è arrivato nel pomeriggio, dopo una due giorni di congresso tenutosi presso “Villa Romanazzi Carducci”. Nicola Fratoianni, pisano e vendoliano della prima ora, ieri sera ha tenuto una relazione in cui ha ricordato la valenza dell’operato del governatore regionale durante questi tre anni e mezzo di legislatura.

    La vittoria di Fratoianni era scontata data la forza che i vendoliani hanno nel territorio pugliese dove, fatta eccezione per la Bat e Taranto, si viaggia con percentuali di adesione più che maggioritarie.
    Tuttavia nel corso del congresso non sono mancate delle frizioni con l’ala ferreriana. Chi si colloca a sostegno della strategia politica dell’ex ministro della Solidarietà, infatti, ha sottolineato come molte delle politiche regionali volute da Nichi Vendola siano state varate senza confrontarsi “con i territori oltre che con il partito”. In un documento i ferreriani hanno inoltre elencato i temi su cui, a par loro, è mancata quella discontinuità invocata dal presidente della Regione in campagna elettorale. Su tutti, domina la sanità, ancora carente in termini “qualità, umanizzazione e trasparenza”. Ovviamente la coda velenosa del congresso nazionale di Chianciano è ancora palpabile all’interno di Rifondazione. Molto probabilmente ci vorrà del tempo per rasserenare il clima tra gli opposti schieramenti interni. Fratoianni ha suggerito di risolvere il conflitto interno nello spazio della politica, scelta doverosa anche per lo stesso Nichi Vendola. Il quale venerdì scorso ha rimarcato l’importanza che sin dalle prossime europee il partito possa arrivare compatto, evitando dannosi oltre che inutili frazionamenti.

    da: barilive.it
    02.12.08
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    Dal partito del Presidente avanti tutta per il superamento del Prc.
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    Sabato 29 e Domenica 30 Ottobre si è svolto a Bari il congresso regionale pugliese del Prc. Il titolo del congresso “Per la sinistra, Per la Puglia” era già indicativo di quello che poi si è confermato nel suo svolgimento.

    La relazione del segretario uscente, poi riconfermato, Fratoianni è stata un vero manifesto della liquidazione del Prc, visto oramai solo come un ostacolo verso la sinistra senza aggettivi, anche se l’aggettivo più adeguato per questa sinistra vendoliana sarebbe subalterna.

    Durante tutto il congresso infatti, il Prc, più che un partito che punta a ricostruirsi alimentandosi dal conflitto sociale, che pure è esploso nella società, è apparso come il partito del governatore.

    La stessa relazione di Fratoianni ha oscillato tra una critica all’attuale maggioranza nazionale del Prc, che sarebbe “una sinistra del tanto peggio tanto meglio”, ed una lode appassionata nei confronti del buongoverno pugliese. La critica al partito pugliese, rivolta dal gruppo dirigente bertinottiano, è quella di essere un “partito impreparato alla cultura di governo”, spesso incapace di capire che le politiche regionali ”disegnano un’idea diversa di spazi sociali”.

    Tutto ovviamente condito con una ideologia di governo, come insegna la vittoria di Obama, che rappresenta “una alternativa attraverso la sua potenza simbolica oltre che una netta discontinuità rispetto a Bush”. Queste sono le premesse per “accelerare il passo” verso la costituente della sinistra che in base ad un ordine del giorno approvato a larga maggioranza, con la contrarietà della mozioni 1, 3 e 4, dovrà presentare proprie liste unitarie alle prossime amministrative, oltre che alle europee.

    Su questa scia si sono inseriti la maggior parte degli interventi, che hanno più volte ripreso l’introduzione del segretario, facendo trasparire chiaramente come l’esperienza pugliese sia considerata il modello a cui tutto il partito dovrebbe adeguarsi.

    L’intervento del Governatore Vendola ha dimostrato un livore contro la svolta a sinistra e la maggioranza di Chianciano francamente incomprensibile, se non legato ad esasperare le già evidenti differenze, per creare il terreno utile a costruire una forza politica diversa dal Prc.

    Un intervento che rispecchiava non solo un’opposizione all’attuale linea del Prc ma anche un non riconoscimento delle posizioni uscite da Chianciano. Una sorta di fastidio per il dibattito di partito ed il confronto democratico tra compagni, cui viene preferito il lavoro istituzionale e la costruzione del modello pugliese come sintetizzato dalla frase del Presidente Vendola “ho i crampi in discussioni come questa mentre provo soddisfazione nei luoghi dell’amministrazione pubblica”.

    Del resto, proprio in Puglia lo sbilanciamento del partito e il suo schiacciamento istituzionale rendono palesi le difficoltà di un intervento del partito come forma organizzata non legata semplicemente al lavoro istituzionale, così che anche le proposte avanzate dalla giunta regionale stentano a diventare patrimonio comune della battaglia che i compagni fanno giorno dopo giorno.

    Non è un caso che in molti interventi, come nella stessa relazione di Fratoianni, sia emersa la difficoltà a fare in modo che il partito e i suoi rappresentanti istituzionali si movessero in maniera armonica.

    Purtroppo, mentre l’area “Rifondazione Per la Sinistra” andava avanti come uno schiacciasassi, i compagni della mozione uno, con qualche lodevole eccezione, hanno proposto una linea di conciliazione del tutto inefficace. Chiedere la gestione unitaria dopo una relazione come quella di Fratoianni, come fatto, tra gli altri, dal compagno Voccoli, ha come unico effetto quello di demoralizzare e disorientare i compagni che hanno sostenuto la svolta a sinistra, specie dove i compagni si trovano a dover fare un difficile lavoro di minoranza contro la linea liquidatoria, che non è solo l’idea del superamento del Prc, ma anche e soprattutto il boicottaggio del lavoro di ricostruzione e rilancio del partito, a cominciare dalla campagna per lo sciopero generale del 12 dicembre.

    Lo stesso documento finale proposto dalla mozione 1, sul quale non è stato possibile discutere in una riunione dei delegati delle mozioni che compongono la maggioranza di Chianciano, non permettendoci come avremmo voluto di proporre degli emendamenti, mancava di una proposta generale di indirizzo attorno alla quale ricostruire il Prc pugliese, che, malgrado il “buongoverno della Giunta Vendola” e l’impegno di tanti compagni, versa in un profondo stato di crisi.

    Questa mancanza di progettualità e determinazione nel rilancio del partito attraverso il conflitto e il radicamento, ci è sembrata particolarmente sentita da parte dei compagni pugliesi.

    Proprio per questo pensiamo che questa sia una battaglia decisiva e vitale per la maggioranza di Chianciano; anche perché nel congresso abbiamo visto la volontà di tanti compagni di fare uscire il Prc dalle secche, di ripartire dalla classe lavoratrice ricostruendo tenacemente una presenza continua in aziende importanti come all’Ilva. Compagni che vogliono ripartire dalle lotte, siano studentesche, ambientali e del lavoro. Siamo certi non si lasceranno sfiduciare dalla scelta di qualcuno di andare oltre il Prc ed è ripartendo da loro che anche in Puglia Rifondazione Comunista può crescere e radicarsi fino a diventare un punto di riferimento per gli oppressi.

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    marxismo
    03.12.08

  99. UMBERTO GUIDONI: USCIAMO DAL VUOTO COSMICO. said

    Usciamo dal vuoto cosmico.

    4 Dicembre, 2008

    di Umberto Guidoni

    Rossana Rossanda, su il Manifesto di qualche giorno fa, ha scritto: “Le soggettività di una sinistra progressista e di classe si dibattono nella difficoltà di trovare una qualche sintesi, ma in attesa che si decidano lo spostamento dei rapporti di forze è univoco e brutale. Neanche la crisi più forte del capitalismo dopo il 1929 riesce a intaccarne l’egemonia”. E’ una fotografia impietosa della situazione in cui versa la sinistra nel nostro paese. Sconfitti elettoralmente, i partiti rimasti alla sinistra del PD sembrano incapaci di imboccare in modo strategico un percorso unitario. L’Arcobaleno era una proposta insincera, tattica e, soprattutto, pilotata da un ceto politico ispirato più alla conservazione che al rinnovamento.Dalle lacerazioni della sconfitta sono emerse due strategie distinte: quella “identitaria” che ha vinto i congressi di Rifondazione e del PdCI e quella “unitaria” che ha raccolto quanti considerano “giusta” l’intuizione della Sinistra Arcobaleno, ma vogliono darle una prospettiva strategica ed un percorso partecipato per evitare gli errori che hanno sancito la fine prematura di quell’esperienza.

    Non mi voglio occupare della prima strategia, che ho combattuto nel congresso del mio partito, e che considero una facile scorciatoia, una fuga dalle responsabilità. Mi concentrerò, invece, sul tortuoso percorso della sinistra unitaria che rischia di avvitarsi su stesso. Le tesi, le citazioni, i distinguo che stanno caratterizzando il dibattito in corso sono “insostenibili”. Uso questo termine non con una connotazione soggettiva di critica, che pure esiste, ma nell’accezione che viene dal pensiero ecologista: di una condizione che non può essere mantenuta a lungo perché richiede un uso delle risorse eccessivo rispetto a quelle disponibili.

    Siamo alla paradossale situazione in cui le defaticanti discussioni tra i diversi tavoli, fra le varie rappresentanze delle forze politiche, dei movimenti, delle realtà sociali, mettono in scena una commedia dell’incomunicabilità. Ci si interroga su questioni, anche rilevanti, ma in una condizione ambientale che, sulla base della mia esperienza di astronauta, trovo assai simile a quella dei veicoli spaziali, dove un ristretto gruppo di individui opera in “assenza di peso” e nel “vuoto cosmico”. In “assenza di peso” perché, oggi, non c’è in campo una forza di sinistra capace di pesare nei processi in atto nel paese. Dalla protesta degli studenti alla lotta al carovita, dalla battaglia contro il precariato alla difesa dei posti di lavoro, la sinistra è impotente e frammentata. C’è bisogno di un soggetto politico riconoscibile, che sia presente a tutto campo, sia nelle sfide elettorali che nelle battaglie in atto nel paese. Nel “vuoto cosmico” perché il dibattito è tutto interno agli addetti ai lavori e non raggiunge la società. Come un’onda sonora nel vuoto le nostre discussioni non si propagano fuori dei tavoli delle riunioni. Eppure, in tutta Italia, le manifestazioni unitarie registrano una partecipazione appassionata di migliaia di uomini e donne, anche di quelli che, da tempo, non erano più presenti alle iniziative politiche dei partiti tradizionali.

    Dal nostro popolo ci viene uno struggente invito a continuare ad andare avanti, rapidamente, in questo processo unitario. Dobbiamo ascoltarlo, dobbiamo uscire dal “vuoto cosmico” e cominciare a comunicare con loro. Occorre andare avanti speditamente per dar vita al nuovo soggetto politico della sinistra. Ne abbiamo bisogno, per sentirci di nuovo militanti, per smettere di appartenere a sigle diverse, in concorrenza una contro l’altra, e per condividere, insieme, un progetto di cambiamento di questa società. Spero che la manifestazione del 13 Dicembre possa dare un grande e definitivo segnale in questo senso.

    ASSOCIAZIONE NAZIONALE UNIRE LA SINISTRA

  100. nonviolento said

    Anche io sto vivendo questo momento con un disagio molto forte. Da un lato sono consapevole che per non cadere negli errori dell’arcobaleno non dobbiamo avere fretta, non possiamo permetterci di dare una accelarazione verticistica al processo, dall’altro sono altrettanto consapevole che la vera forza della sinistra è vivere nei territori, ma non si può vivere nei territori, cioè fare inchieste, analisi, proposte, continuando a stare ognuno a casa propria. Le proposte che vengono da certi settori della sinistra forse possono soddisfare le esigenze di qualche centiania di militanti, di analizzatori, di professionisti della politica ma non certo quelle del popolo della sinistra che vive solo delle realtà che riesce a toccare con mano. In ogni territorio la sinistra ha tante cose di cui occuparsi, ogni territorio, oltre alle problematiche generali italiane, vive delle specificità importanti e la sinistra se vuole uscire dal dibattito sui giornali, dalle chiuse stanze o le piccole sale in cui si incontrano spesso gli addetti ai lavori, deve parlare di e su queste specificità. Deve proporre, deve dimostrare di saper essere forza di lotta, ma anche forza che sa e vuole governare i territori in nome di nuove scelte che sappiano valorizzare i valori del lavoro, ma che rispettino i territori e la salute delle persone. Deve essere forza propulsiva del cambiamento, ma come può farlo se noi discutiamo in RPS, SD nelle sedi di SD, Unire la Sinistra nelle sue sedi, i movimenti a noi vicini nelle loro. Continuando in questo modo e con questi metodi rischiamo di finire ancora prima di iniziare e siamo già vittime di un censura che non è solo dei media nazionali, ma anche della nostra stessa stampa. Su Liberazione, oramai normalizzata, non compare più nulla, sembra che l’unica cosa rimasta sia la maggioranza di Ferrero ed il resto è stato fatto morire, e compare ogni tanto solo atravrso articoli di qualche dirigente. Mai mi sarei aspettato da quella Redazione e da quel Direttore una calata di braghe così scoperta. Il Manifesto parla solo dei leader, quasi che le decine, centinaia di assemblee svolte in tutta Italia fossero frutto solo di Vendola, Bertinotti,Mussi, Fava e la Belillo e non ti tanti comapagni/e amici ed amiche che si stanno dannando l’anima per questo progetto. Siamo dati e quindi visti peggio di come era dato e visto l’Arcobaleno. A che pro io mi chiedo? A che pro certi compagni fanno gli attendisti, a che pro ci si attarda in inutili discussioni da cenacolo quando la crisi sta attanagliando l’Italia, l’Europa e la destra ha già pronte le sue soluzioni, che sono raccappricianti, ma possono dare la sensazione di essere le uniche di fronte al nulla sia dei centristi del PD occupati a spartirsi ridicoli poteri e favori o dei novelli identitari che non hanno nemmeno un linguaggio per farsi comprendre se non che vendere pagnotte?

  101. NAPOLI: ASSEMBLEA DI SINISTRA SVEGLIATI said

    Assemblea di Sinistra Svegliati.
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    Napoli
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    Martedì, 16 dicembre 2008

    Ore 17.30

    Città della Scienza

    via Coroglio, 104

    NAPOLI
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    Assemblea dei firmatari del manifesto Sinistra Svegliati.
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    L’incontro è aperto a tutti coloro che vorranno intervenire e partecipare.
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    LE ADESIONI SONO GIA’ 178
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    ID NOME COGNOME PROFESSIONE

    001 Andrea Amendola FIOM CGIL
    002 Salvatore Cavallo delegato ANSALDO BRERA
    003 Francesco Percuoco delegato FIAT auto
    004 Tonino Nasti delegato ALENIA
    005 Pietro Tuccillo operaio ATITECH
    006 Antonio Brunaccini Insegnante precario
    007 Annamaria Martire Personale amministrativo – Liceo G. Bruno
    008 Giovanna De Rosa Operatrice call-center
    009 Pasquale Palladino Ricercatore precario
    010 Massimo Brancato FIOM CGIL
    011 Luigi Mascilli Migliorini docente universitario
    012 Adriano Giannola docente universitario
    013 Vittorio Silvestrini presidente Fondazione IDIS – Città della Scienza
    014 Gerardo Marotta presidente Istituto Italiano Studi Filosofici
    015 Margherita Hack astrofisica
    016 Catello Polito docente universitario
    017 Amato Lamberti docente universitario
    018 Lello Savonardo docente universitario
    019 Riccardo Dalisi docente universitario
    020 Pietro Greco giornalista
    021 Luigi Amodio docente universitario
    022 Pietro Masina docente universitario
    023 Gianni Cerchia docente universitario
    024 Alfonso Marino docente universitario
    025 Rosa Vitanza architetto
    026 Rosario Stornaiuolo Federconsumatori Campania
    027 Elena Coccia avvocato
    028 Riccardo Festa architetto
    029 Silvio Savarese avvocato
    030 Carlo Cremona associazione I-Ken onlus
    031 Riccardo Brun scrittore
    032 Enrico Caria scrittore e regista
    033 Aldo Putignano scrittore
    034 Angelo Petrella scrittore
    035 Gianni Solla giornalista e scrittore
    036 Salvatore Esposito operatore sociale
    037 Antonio D’Amore sociologo
    038 Manola Botticelli sociologa
    039 Antonio D’Antonio docente universitario
    040 Nicola Balzano medico legale
    041 Rosetta Papa medico
    042 Adriana Maestro ricercatrice
    043 Antonio Cavallo avvocato
    044 Franca Sibilio dirigente scolastico in pensione
    045 Enzo Sacco operatore sociale
    046 Savia Coppola avvocato
    047 Ida Palumbo architetto
    048 Nilla Romano insegnante
    049 Gianni Aniello giornalista
    050 Salvatore Addati dipendente Comune di Napoli
    051 Danilo Criscuolo dipendente Comune di Napoli
    052 Silvana Piscopo dirigente scolastico in pensione
    053 Enrico Iadanza architetto e insegnante – Liceo Scientifico V.Cuoco
    054 Pino Longobardi commercialista
    055 Raffaele Cimmino avvocato
    056 Fortunato De Rosa geometra
    057 Giuseppe Cancello bancario
    058 Ernesto Castaldo quadro Insiel spa
    059 Emiliano di Marco lavoratore del sociale
    060 Antonio Damiano dottore di ricerca in Diritto del Lavoro
    061 Itala Massa docente
    062 Sandro Ferrante funzionario regionale
    063 Sirio Conte co.co.pro.
    064 Pasquale Borghese dipendente Comune di Napoli
    065 Raffaele Porta docente universitario,
    coordinatore regionale Sinistra Democratica
    066 Luca Simeone vice presidente X municipalità
    067 Massimo Iasi dirigente aziendale
    068 Saro Indice operatore sociale
    069 Andrea Di Martino segretario provinciale Rifondazione Comunista
    070 Antonio Tempesta designer
    071 Carmine Tulino lavoratore Città della Scienza
    072 Gennaro Migliore direzione nazionale Rifondazione Comunista
    073 Maria Antonietta D’Urso dirigente regionale
    074 Salvatore Cerbone ex consigliere regionale
    075 Maria Passari dirigente regionale
    076 Fabrizio Geremicca giornalista
    077 Antonio Saviano lavoratore Città della Scienza
    078 Peppe De Cristofaro segretario regionale Rifondazione Comunista
    079 Antonio Esposito consulente aziendale
    080 Domenico Lisio pensionato
    081 Giulio Riccio Assessore Politiche Sociali Comune di Napoli
    082 Ciro Niola educatore sportivo
    083 Rosario Buonocore precario
    084 Roberta Guadagnini psicologa
    085 Ciro Angellotti lavoratore Città della Scienza
    086 Gorizia Olivares psicologa
    087 Fiorella Amato funzionario Ministero Beni Culturali e Ambientali
    088 Arturo Scotto coordinamento nazionale Sinistra Democratica
    089 Luigi Grassia ingegnere
    090 Luigi Cammardella pensionato
    091 Salvatore Fraia pensionato
    092 Luciana Ortenzi pensionata
    093 Agostino Foggiano ingegnere
    094 Antonio Fucci impiegato circumflegrea
    095 Mario Liso psicologo – neuropsicologo – psicoterapeuta
    096 Imma Benedetti avvocato
    097 Antonio Esposito lavoratore Città della Scienza
    098 Anna Riccardi insegnante precaria –
    pari opportunità Provincia di Napoli
    099 Tonino Scala consigliere regionale Sinistra Democratica
    100 Giacomo Corbisiero istitutore
    101 Fabrizio Giustizieri
    102 Giuseppe Galanto consulente aziendale
    103 Dario Cetta ricercatore precario
    104 Elisa Migliaccio
    105 Luigi Smelzo operaio Alenia
    106 Clotilde de Vivo casalinga
    107 Alessandro Marzullo imprenditore
    108 Antonella Cammardella consigliere regionale PRC
    109 Maria Giudiceandrea medico del lavoro
    110 Antonio Lettieri lavoratore Città della Scienza
    111 Alessandro Iaccarino precario
    112 Roberta Lisi responsabile nazionale comunicazione
    Sinistra Democratica
    113 Sergio Riolo lavoratore precario, esperto in gestioni museali
    114 Adriana Villamena interprete conferenze
    115 Gennaro Amato artigiano in pensione
    116 Marcello Chessa consigliere regionale Sinistra Democratica
    117 Alessandro Del Duca operatore commerciale
    118 Luisa Della Ratta studentessa sociologia
    119 Maria Pia Covino studentessa legge
    120 Mauro Rullo operaio metalmeccanico
    121 Pino Di Stefano studente
    122 Corrado Gabriele assessore all’Istruzione,
    Formazione e Lavoro della Regione Campania
    123 Vittorio Mazzone dirigente scolastico in pensione
    124 Camilla Scala insegnante
    125 Stefania Manzo operatrice dell’audiovisivo
    126 Ciro Biondi giornalista
    127 Maria Grazia Tafuri ex insegnante
    128 Anna Maria Di Miscio sociologa
    129 Sergio Marchese studente
    130 Tommaso Sodano resp. nazionale ambiente PRC
    131 Angela Caputo addetto stampa
    132 Gennaro Pinto operatore della comunicazione
    133 Pasquale Migliaccio artigiano
    134 Arturo Bianchi studente
    135 Lisa Corona studentessa
    136 Umberto Piscopo tirocinante
    137 Ada Pinto ex insegnante
    138 Gennaro Cotroneo infermiere professionale – consigliere VIII municipalità
    139 Franco Rinaldi dipendente del Comune di Napoli
    140 Francesco De Matteis lavoratore Città della Scienza
    141 Giuseppina Pisano casalinga
    142 Attilio Iannitto multimedia designer
    143 Maria Scalzo pensionata
    144 Dario Scognamiglio operatore sociale
    145 Lucio Pignalosa assistente sociale
    146 Fabio Fiorillo artista
    147 Federico Ambrosiano musicologo
    148 Rita Lombardi economista del terzo settore
    149 Maria de Marco assessore alla cultura, immigrazione e pari opportunità della VIII municipalità di Napoli
    150 Antonella Errico artigiana
    151 Dario Bello responsabile della produzione Napoli Sociale Spa
    152 Maria Bottari docente scuola superiore
    153 Rocco Sessa Giornalista
    154 Francesco Scuotto precario
    155 Davide Pastore segreteria CdLm CGIL Napoli
    156 Alfonso Savio studente Federico II
    157 Gerardo Intuono operaio
    158 Assunta Rotondo casalinga
    159 Franco Gentile pensionato
    160 Gennaro Cetara pensionato
    161 Valeria Alinovi giornalista
    162 Giuseppe Guida urbanista
    163 Patrizia Izzo docente
    164 Michela Cennamo universitaria
    165 Antonio Principe ingegnere
    166 Fabio Amodio giornalista
    167 Gino Saracino architetto
    168 Lucio Criscuolo lavoratore delegato CGIL
    169 Ciro Iacovelli impiegato
    170 Rosario Nasti operatore sociale
    171 Achille Benigno ingegnere
    172 Celestino Longobardi impiegato
    173 Francesca Canale Cama ricercatrice
    174 Enza Sanseverino FLC CGIL Campania
    175 Maurizio Mascolo FIOM CGIL Campania
    176 Sergio Marotta docente universitario
    177 Giuseppe Scopo impiegato
    178 Carmine Esposito impiegato

  102. FRANCIA: NASCE " LA GAUCHE ". said

    Fonte: quotidiano APRILE ON LINE

    Il debutto del Parti de Gauche.
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    Giustiniano Rossi, da Parigi.
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    09 dicembre 2008
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    Francia – Nasce una nuova formazione a Sinistra che aspira a creare un fronte con il Partito comunista in vista delle elezioni europee, che potrebbe comprendere anche i Verdi ed il Nuovo Partito Anticapitalista. Base programmatica: il rifiuto del Trattato di Lisbona giudicato una degenerazione liberista. Un tentativo che considera in crisi le socialdemocrazie europee e il Psf, e che vede un modello nella Linke

    Il 29 novembre scorso erano più di 3.000 a Saint Ouen – banlieue nord di Parigi – ad assistere al debutto del Parti de Gauche (Partito di Sinistra) da parte del senatore dell’Essonne Jean-Luc Mélanchon, uscito dal Partito Socialista con l’obiettivo dichiarato di ripetere l’exploit del partito tedesco Die Linke . A battezzare l’iniziativa era presente anche il leader del partito di oltre Reno, Oskar Lafontaine, giunto dalla Germania per partecipare all’avvenimento.
    Il primo passo che la nuova formazione intende compiere è la creazione di un fronte di sinistra con il Partito comunista in vista delle elezioni europee, che potrebbe comprendere anche i Verdi ed il Nuovo Partito Anticapitalista, i cui congressi sono in corso di svolgimento (Verdi) o si svolgeranno a breve scadenza (Nuovo Partito Anticapitalista e Partito Comunista Francese). Base programmatica del fronte è il rifiuto del Trattato di Lisbona e della sua politica liberista.

    L’ambizione del nuovo partito è quella di unire la sinistra ma anche di governare, realizzando un progetto capace di cambiare la vita della maggioranza dei cittadini e difendere la sovranità del popolo, la laicità delle istituzioni e l’interesse generale contro il produttivismo, oltre a voler far fronte alla crisi ecologica. In contrasto con la politica delle socialdemocrazie europee che hanno avallato il Trattato di Lisbona e rifiutano di mettere in discussione il capitalismo anche quando la sua irresponsabilità distruttrice contro la società umana e l’ecosistema è ormai evidente.

    Si riapre dunque uno spazio a sinistra, una parte del Partito Socialista se ne allontana sotto lo sguardo attento di Unir, degli Alternatifs, di Mars o della redazione di Politis, di personalità del Partito Comunista Francese come Roland Muzeau, Patrick Braouzec, Dominique Grador o di Martine Billard, della sinistra dei Verdi.

    Torna dunque la dinamica della campagna del NO di sinistra al Trattato Costituzionale Europeo: il rifiuto del capitalismo da parte del PG è netto, come è senza ambiguità la rottura con una socialdemocrazia la cui mutazione liberal-democratica si rivela irreversibile.

    Molto resta da discutere perché il fronte di sinistra si realizzi, a cominciare dalla sua piattaforma che dovrebbe compattare, in vista delle elezioni europee di giugno 2009, i sostenitori di un’Europa al servizio dei popoli e dei lavoratori, il cui asse politico dovrebbe essere l’uscita dal Trattato di Lisbona in tutti i settori che quel testo codifica ma, per il momento, le dichiarazioni del portavoce della Ligue Communiste Révolutionnaire, Olivier Besancenot, appaiono inopportune e polemiche e quelle del suo leader storico, Alain Krivine, ricordano i momenti peggiori del tentativo abortito di arrivare ad una candidatura unitaria delle sinistre alle presidenziali 2007, quando la direzione nazionale della Ligue fece di tutto, contro il voto di una Conferenza nazionale, per imporre la candidatura solitaria di Besancenot.

    Il Parti de Gauche intende rappresentare un’alternativa alla disgregazione della Sinistra confrontata a una Destra più pericolosa che mai nel momento in cui i suoi orientamenti liberisti crollano sotto l’impatto della crisi capitalista, contrastando la perennità del dominio del Partito Socialista di cui il recente congresso prova l’assoluta incapacità di tornare alle classi popolari.

    La fondazione del Parti de Gauche testimonia che la frattura fra quanti sostengono la necessità di adattarsi all’ordine liberista e quanti sostengono quella di rompere con esso attraversa tutta la sinistra, fino allo stesso Partito Socialista e alle altre correnti organizzate del mondo del lavoro, mentre la crisi del sistema, attualmente in corso, determina una redistribuzione totale delle carte a sinistra, riaprendo il dibattito politico ed ideologico. Il problema di fondo resta la necessità, per ciò che resta della sinistra senza aggettivi, di aprire contraddizioni significative in quella parte della sua famiglia politica che è stata recuperata dall’ideologia e dal Potere o aspira a parteciparvi accettandone le regole, nessuna esclusa.

    In Germania la sinistra ha saputo staccare dal corpaccione ormai inerte della socialdemocrazia tedesca una costola non secondaria – l’ex ministro dell’Economia Oskar Lafontaine, insieme a una parte consistente di quadri fortemente radicati nei sindacati tedeschi – fondando Die Linke su un progetto politico decoroso, se non entusiasmante. In Francia, dove c’è da salutare l’evidente ridinamizzazione del paesaggio politico di cui il PG è l’esempio più recente, la tendenza al Partito Democratico di tipo italiano rappresentata da Ségolène Royal o il ripiego identitario rappresentato da Martine Aubry appaiono ancora molto forti, l’ombra dei vecchi settarismi della LCR sembra proiettarsi sul Nuovo Partito Anticapitalista ed il vecchio PCF non sembra aver trovato al suo interno le risorse per contrastare il suo inarrestabile decllino.

  103. FRANCO GIORDANO: UNA SINISTRA UNITA E PLURALE. CE LO CHIEDE QUESTA REALTA'. said

    LIBERAZIONE
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    Una riflessione a partire dalle 15 tesi di Bertinotti.
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    Una sinistra unita e plurale.
    Ce lo chiede questa realtà
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    Franco Giordano
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    Bertinotti, con le quindici tesi, ha rimesso con i piedi per terra la discussione sulla sinistra. Ha tematizzato la sconfitta, che impone l’esigenza di ricostruire una cultura critica del capitalismo contemporaneo. Non ha rimosso le difficoltà drammatiche. Ha provato a delineare l’impianto culturale e teorico che dovrebbe costituire l’ossatura di una nuova soggettività della sinistra. Il quadro attuale è disarmante. La scena politica del paese è dominata da un Pd in clamorosa crisi, il cui segretario ha rivendicato una collocazione compiutamente neocentrista, e da un pulviscolo di formazioni alla sua sinistra tutte segnate da logiche minoritarie, testimoniali e pertanto socialmente ininfluenti. A occupare uno spazio politico vuoto rischia di esserci un grumo di culture giustizialiste, antipolitiche, populiste (variante della destra) condensato intorno a Di Pietro. Questo produce comprensibili sentimenti di scoramento e induce altrettanto comprensibili impazienze. Ma la giusta e urgente necessità di costruire una nuova soggettività unitaria e plurale della sinistra non può esimerci dall’obbligo di misurarci con le sfide attuali.
    Una nuova sinistra, dice giustamente Bertinotti, non può nascere per condizionare questo Pd, per ricostruire un quadro di centro sinistra e per questa via riproporre, quasi subendo una coazione a ripetere, la prospettiva del governo come unica stella polare. “Il centrosinistra è finito”. E’ finito, cioè, il tempo delle politiche emendative del neoliberismo e del tentativo di governare la globalizzazione solo grazie all’innesto di classi dirigenti più moderne. E’ finita la stagione in cui “temperare” era la parola d’ordine prevalente, l’unico orizzonte possibile.
    E’ in crisi un intero ordine economico e sociale. L’epicentro della crisi è nel cuore dell’impero, negli Usa, ma gli effetti si fanno sentire in maniera particolarmente devastante in Europa e più che altrove nel nostro paese. Gli americani hanno cercato una risposta al peso economico decrescente nelle gerarchie della globalizzazione in un progetto politico che si è coagulato intorno alla candidatura di Barack Obama. Questa candidatura ha innescato un processo di partecipazione e una richiesta di radicalità che rovesciano le caratteristiche di fondo del modello americano, quale lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Dopo i fallimenti drammatici degli ultimi anni, sotto la pressione di una crisi gravissima, un popolo prova così a ridefinire la propria percezione di sé e costruisce una nuova narrazione politica. Vedremo, senza enfasi, gli sviluppi della presidenza Obama, ma almeno la diffusa domanda di partecipazione è già un dato certo.
    Siamo dunque di fronte a un cambio di fase che spiazza il Pd ed espianta le sue stesse radici fondative: plebiscitarismo, “rivoluzione passiva” (come l’avrebbe definita Gramsci), cancellazione di ogni forma di protagonismo sociale. In Italia c’è un importante risveglio sociale che veicola le stesse richieste di protagonismo e partecipazione, ma, a differenza, che negli Usa, non esiste da noi una adeguata narrazione politica. Scontiamo qui l’assenza della sinistra e l’impossibilità del Pd di raccogliere la radicalità del movimento degli studenti e del conflitto delle lavoratrici e dei lavoratori.
    In Italia la Confindustria cerca, nel vivo della crisi, non solo di accaparrare risorse finanziarie ma anche di modificare in maniera strutturale e irreversibile la morfologia dei poteri sociali. L’attacco alla struttura contrattuale mina la possibilità di praticare un’autonomia nella percezione di sé e nella stessa pratica conflittuale del movimento operaio, dal momento che nega ogni forma di solidarietà e subordina ogni rivendicazione agli imperativi delle compatibilità d’impresa. Lo sciopero generale del 12 dicembre, proclamato dalla Cgil, è di vitale importanza. Il Pd non è in grado di sostenerlo politicamente, anche perché gli è venuto a mancare uno dei suoi principali capisaldi strategici, la creazione di un sindacato unico ad egemonia cislina. A sinistra, permangono diffidenze di natura direi quasi “preventiva”, che impediscono di investire senza remore sulla rivendicazione di autonomia contrattuale della Cgil. Sia chiaro: nessuno garantirà mai l’irreversibilità del percorso avviato dalla Cgil, ma la sinistra non può che impegnarsi a fondo in un passaggio così decisivo.
    Il movimento degli studenti non ha solo espresso la contestazione dei tagli della riforma Gelmini, che per quantità segnalano un’accelerazione nel processo di privatizzazione del sapere, ma ha anche messo in campo una critica della restaurazione autoritaria in atto e soprattutto ha espresso la necessità di ricostruire un sapere critico, che, in sintonia con i contenuti del conflitto sociale, indica una possibile uscita dalla crisi opposta a quella delineata dalle destre e da Confindustria.
    Investimento sulla ricerca e su un diverso modello anche culturale di formazione pubblica, contrasto aperto al dilagare del precariato, retribuzioni dignitose, mutamento del paradigma produttivo riportandone al centro la compatibilità ambientale: in una parola, il ritorno della programmazione come alternativa alla logica della competitività di prezzo nello scenario globale.
    La regressione di settori significativi della sinistra nel rapporto con gli studenti è tale da non permetterle di cogliere gli elementi innovativi nella loro rivendicazione gelosa di autonomia, riproponendo anzi una logica antica di sovrapposizione identitaria e strumentale che cancella d’emblai l’acquisizione di internità senza pretese di egemonia ai movimenti maturata nel corso delle giornate di Genova. L’esito di questo approccio non può che essere una sostanziale estraneità, che ci consegna per intero al rischio di un rapporto dello stesso movimento col Pd in chiave puramente utilitaristica e connessa agli aspetti più marginali e meno strategicamente rilevanti, secondo il tipico modello “lobbistico” americano.
    Come si vede, l’urgenza della sinistra è dettata dal contesto di realtà. Essa, come ci spiega Bertinotti, deve essere ricostruita a partire da un’idea di rifondazione del movimento operaio e da una critica al capitalismo contemporaneo che si nutre del conflitto capitale-lavoro colto nelle sue forme attuali e allo stesso tempo, senza più vagheggiare gerarchie improprie, del conflitto di genere, vale a dire della pratica del pensiero della differenza, della critica dell’aggressione capitalistica all’ambiente e alla natura, del contrasto alla colonizzazione delle menti. In ballo c’è né più né meno che la possibilità di ridefinire una cultura della trasformazione riconiugando lo scarto, esiziale per l’antico movimento operaio, tra uguaglianza e libertà. Questo nuovo soggetto non può che ricostruire in nuce un’idea di socialità, di “accoglienza”, di confronto e di partecipazione democratica, superando i veleni e le tribali contrapposizioni tipiche del partito novecentesco. Non può che costruire la propria forza e la propria esperienza valorizzando i territori e le loro diverse modalità, rovesciando dunque piramidi autoritarie e abissi di incomunicabilità.
    Non si dà nuovo soggetto della sinistra senza l’ambizione e la capacità di muoversi a questo livello. Dobbiamo tuttavia misurarci anche con le strettoie dell’oggi. Il rischio è che, in scadenze elettorali di tipo nazionale, la frammentazione in particelle sempre più rarefatte di formazioni politiche si risolva nella cancellazione definitiva di tutta la sinistra d’alternativa. Proprio perché si vuole ridurre il peso e il significato della scadenza elettorale in quanto tale e rifuggire da ogni tentazione di politicismo, pur se mascherato dietro la rivendicazione di vecchie e nuove identità, sarebbe utile definire, come ha proposto Mario Tronti, tra tutti una lista elettorale unitaria segnata da un possibile programma minimo comune. Altrimenti mi pare molto plausibile il ritorno, per vie surrettizie, del voto utile e “dannoso” a favore del Pd e dell’Idv. Oppure una cronicizzazione della disaffezione astensionista. Questa ipotesi unitaria lascerebbe inalterate le diverse opzioni strategiche. E’ in ciò, esplicitamente, la diversità con l’ipotesi fallita della Sinistra Arcobaleno. Servirebbe un soprassalto di responsabilità, senza il quale quelle distinte opzioni strategiche rischiamo, tutti, di non essere più in grado neppure di formularle trovando qualcuno disposto all’ascolto.

    10/12/2008

  104. MESTRE ( VE): MONI OVADIA, LA SINISTRA PER IL NOSTRO PAESE. said

    La Sinistra per il nostro Paese.

    Di Silvia Nardo

    Mancano ormai pochi giorni a quelle “Primarie delle idee”, che sono la prima grande tappa del processo costituente della Sinistra. Moni Ovadia – invitato dal Comitato promotore veneziano dell’associazione “Per la Sinistra”, al Centro culturale Candiani di Mestre (Venezia) domenica scorsa, 7 dicembre – lo ha ricordato con un accalorato intervento. L’unità, la credibilità, la dignità della sinistra, ma anche l’uso del linguaggio, internet, la televisione. Tanti i temi toccati da Ovadia e rivolti a tutti quei militanti, attivisti, iscritti, curiosi, delusi, speranzosi della Sinistra organizzata e diffusa, che hanno risposto all’appello ed erano presenti in sala.
    Rita Zanutel e Alessandro Sabiucciu, del comitato veneziano per la Sinistra, hanno ricordato il cammino fatto in questi mesi nel territorio, dove sono nate associazioni e comitati in cui si è discusso e in cui si continuerà a farlo costruttivamente anche dopo il 13 dicembre. “Il processo costituente deve precipitare in un ‘costituito’ – ha detto Sabiucciu – e per farlo abbiamo bisogno di muoverci lungo tre direttrici: il fare, ovvero la necessità di costruire questa associazione; il pensare, per riemergere dall’arretramento culturale subito dalla sinistra nel nostro Paese; e infine l’immaginare, cioè immaginare la Sinistra come una forza politica che, con un suo programma, un gruppo dirigente, eccetera, sappia rispondere alle necessità politiche, storiche, culturali, sociali ed economiche dell’Italia”.
    “Dobbiamo essere coscienti del fatto che il tentativo potrebbe non riuscire – ha esordito Ovadia – ma è nostro dovere provarci per il nostro Paese”. Secondo Ovadia la Sinistra deve guardare al presente e al futuro, contando sulla spinta degli ideali del passato, ma senza che questi diventino dei feticci. “Il Paese ha bisogno di un partito solido, concreto, che tenga fermi i valori sui quali ha costruito la sua storia, ma in grado di affrontare con solidità e fermezza le sfide del presente e del futuro”. L’insegnamento, ha osservato Ovadia, ci viene dall’Onda, il movimento studentesco, che ha saputo cogliere la sfida che gli si è presentata davanti senza farsi strumentalizzare. Per questo il successo della Sinistra sarà decretato dalla capacità di fare una politica in grado di lanciare una proposta al futuro, e alla quale i giovani rispondano positivamente. “Altrimenti – ha precisato Ovadia – saremo come dei reduci che guardano con nostalgia al passato e la nostalgia in politica non ci deve essere”.
    Ovadia poi si è soffermato sull’importanza del consenso, che si può riacquistare solo dimostrando dignità (Mussi è stato l’unico a rifiutarsi di andare a “Porta a porta”) e credibilità. Due componenti fondamentali per il successo politico, due componenti strettamente legate con, e dal, rapporto con i media, e in particolare con la televisione. “Abbiamo pesantissime responsabilità legate alla Legge Mammì – ha ricordato Ovadia – che ci hanno portato oggi ad avere un’opinione pubblica ‘drogata’: basti pensare all’elogio della Social card, che io trovo invece un’elemosina offensiva”.
    L’immagine, o meglio la reputazione, è un potente strumento di consenso nel nostro paese, in cui ci sono vaste aree di persone “inconsapevoli” che partiti come la Lega hanno facilmente conquistato. “Ci vogliono organizzazione, professionalità, competenze specifiche – ha ribadito Ovadia – per riuscire a parlare ai cittadini, perché la gente capisca quello che diciamo, per affrontare i problemi reali, per essere credibili. Non possiamo pensare di batterci sullo stesso terreno dell’avversario senza saper usare gli strumenti che lo rendono tanto potente ed efficace, o cercare di rincorrerlo su un terreno che non è il nostro”.
    “Proviamo una volta per tutte a ricominciare, uniti e coesi, proviamo a riportare la barra della politica a sinistra – ha concluso Ovadia – in modo da essere una forza autorevole e credibile che i nostri avversari siano costretti ad ascoltare. Se così non fosse, se questo tentativo fallisse, non mi occuperò più di politica”.

  105. OSKAR LAFONTAINE: " POCHE IDEE, POCHE ALLEANZE ". said

    Sinistra, la ricetta Lafontaine «Poche idee, poche alleanze».
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    Oskar Lafontaine, presidente di Die Linke , prova a dare qualche consiglio alla sinistra italiana dopo il naufragio elettorale di aprile.
    Partiamo dall’economia. La crisi mondiale sarà pagata solo dai lavoratori?

    La crisi che stiamo attraversando non è semplicemente tecnica ed economica ma di tutto il sistema sociale. E’ importante sottolineare questo punto, altrimenti rischiamo di non capirla, sono in gioco i nostri valori. Per trent’anni ha dominato la filosofia neoliberista, una filosofia contro l’umanità il cui unico obiettivo è il profitto e non la soddisfazione dei bisogni dell’uomo. E per avere sempre maggiori profitti si deregolamenta tutto a livello mondiale. Mi piace sempre citare Rousseau per spiegare cosa dobbiamo fare: bisogna avere delle regole per difendere i deboli. In questo periodo senza regole sono i più deboli che necessariamente soccombono. Il risultato di questa crisi è una profonda recessione economica che verrà pagata dai più deboli.

    C’è una via d’uscita da sinistra a questa crisi? Cosa propone?

    La sinistra deve avere un’altra filosofia rispetto al neoliberismo. Se loro chiedono deregolamentazione, noi dobbiamo chiedere più regole.Se loro parlano di privatizzazione noi proponiamo una più forte presenza pubblica in economia. Cuore del neoliberismo è la flessibilità. Bene, noi proponiamo allora un mercato che permetta agli uomini di essere liberi, contro la precarietà. La nostra è una filosofia di salari adeguati ai bisogni umani, accettabili non solo per le famiglie ma anche dai singoli.

    Gli ultimi sondaggi in Germania vi danno in forte crescita. Quali sono i vostri punti di forza?

    Penso che in Germania quasi tutti i partiti siano infetti dal virus neoliberista. Nel mio paese c’era una forte domanda popolare di un partito diciamo «sano», immune da questo virus. E noi siamo stati, e siamo ancora, in grado di dare una risposta a questa domanda. Faccio alcuni esempi: siamo contrari alla prosecuzione della guerra in Afghanistan; gli altri partiti chiedono a gran voce flessibilità, bene, noi siamo per una forte regolamentazione del mercato; e ancora, lottiamo perché si arrivi per legge a un salario minimo garantito. Sulle pensioni tutti i partiti tedeschi puntano alla distruzione del sistema pensionistico pubblico. Noi vogliamo che le pensioni dei nostri anziani siano adeguate ai loro bisogni. Sulla disoccupazione: dopo un anno di non lavoro adesso si hanno 350 euro. Noi chiediamo maggior sostegno ai disoccupati. Abbiamo quattro punti chiari, condivisi dalla maggioranza della popolazione. E grazie a quelli cresciamo anche elettoralmente.

    In Italia la sinistra è uscita distrutta dalle elezioni e ancora oggi fatica a trovare una strada. Ha qualche consiglio?

    Quello che dicevo prima. La sinistra anche in Italia deve avere pochi punti chiari su cui non deve transigere. Devi arrivare al popolo. Se fai compromessi non buoni con altri poi la paghi. Anche elettoralmente.

    Dunque non vede il bisogno di confrontarsi con la sinistra moderata, riformista?

    E’ il concetto di sinistra riformista a essere falso. Un movimento riformista si deve porre come obiettivo delle riforme al termine delle quali la popolazione stia meglio. La cosiddetta sinistra riformista oggi punta invece all’eliminazione di vantaggi sociali. Non ci si può alleare con chi si dice di sinistra e poi porta avanti politiche che non lo sono. Si torna al concetto iniziale: la formula di Die Linke è per la regolamentazione. E poi in politica estera dobbiamo dire no alla guerra. Serve un rinascimento della sinistra in tutta Europa, direi una «rifondazione», servono punti chiari e condivisi con la base, se decidono tutto i vertici allora si perde.

    Ma in Italia proseguire su poche linee chiare non è facile. Il rischio scissione è sempre dietro l’angolo.

    La sinistra deve tirare fuori la testa dal sistema. Un partito si definisce dal programma. Il programma dice chiaramente chi siamo e dove vogliamo andare. E anche con chi possiamo fare il percorso.

    Anche a rischio di perdere qualcuno per strada?

    Sì. Assolutamente.

    Fonte; quotidiano IL MANIFESTO

    7-12- 2008

  106. LA CGIL e L'ASSOCIAZIONE " PER LA SINISTRA ". said

    11 Dicembre 2008

    La Cgil e l’associazione Per la Sinistra
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    Siamo di fronte alla più grande crisi che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto: è crollato l’intero ordine economico-sociale su cui le società capitalistiche si sono sviluppate. Le dimensioni di questa crisi saranno di vasta portata e il prezzo verrà drammaticamente pagato dalle fasce più deboli: giovani, donne, lavoratori lavoratrici e pensionati.

    I giovani studenti sono scesi in piazza per difendere la scuola pubblica al grido di “non vogliamo pagare noi la vostra crisi”, la loro protesta esprime tutto il disagio, la paura e la solitudine che i nostri giovani si portano dentro.

    Migliaia e migliaia sono i lavoratori e le lavoratrici che hanno perso il lavoro e molti di più quelli che lo perderanno nei prossimi mesi. Gran parte di loro affronteranno il tunnel senza alcuna tutela sociale e per quelli emigrati l’unica alternativa sarà scegliere tra la fame nel loro paese di origine o lo sprofondare nella clandestinità.

    Pensionati e pensionate sempre più poveri ingrossano le file davanti alle mense della “Caritas”. A tutto questo la CGIL risponde, da sola e con coraggio, con lo sciopero generale del 12; e per questo viene continuamente attaccata nella sua autonomia e nella sua stessa natura dall’asse Confindustria-Governo e criticata dagli altri sindacati confederali.

    La CGIL, socialmente radicata, si fa carico di rappresentare anche politicamente questa moltitudine di persone che rischia di cadere nel silenzio e nella solitudine della propria condizione. Lo fa e siamo convinti che continuerà a farlo. Starà in campo come Sindacato in tutta la fase della crisi.

    Ma quello che emerge in maniera drammatica è l’assenza della sinistra politica e la sua incapacità di raccogliere sul piano della elaborazione e della rappresentanza politica le istanze della protesta.

    Sia sul piano sociale che su quello della dottrina economica, il dibattito su come uscire dalla crisi sembra oggi giocarsi solo all’interno della scuola liberista come se le teorie marxiste fossero crollate insieme alla crisi che ha colpito il capitalismo mondiale. Per assurdo sembra quasi che il novecento abbia forgiato i partiti marxisti sulla forza del capitalismo stesso e che questa crisi abbia fatto crollare l’intero dualismo.

    Ma il conflitto capitale lavoro oggi più che mai è evidente in questa crisi. C’è bisogno quindi di sinistra subito in tutto il mondo, e c’è urgente bisogno di sinistra in Italia ed in Europa. Non fa male infatti ricordare che dalla crisi del ’29 si uscì con il new dial in america e con il nazi-fascismo in Europa, che oltre alla drammaticità della guerra, portò con sé l’abolizione di tutti i diritti di libertà e di tutela sociale.

    Oggi come allora le differenze sono visibili, mentre Obama nazionalizza l’industria dell’auto per salvare i posti di lavoro, Berlusconi salva le banche per salvare i banchieri. La ricomposizione dunque della società che uscirà da questa nuova crisi dipenderà in gran parte anche da noi uomini e donne tradizionalmente e caparbiamente di sinistra.

    Per queste ragioni accogliamo positivamente la nascita di una Associazione per la Sinistra, che si pone l’obiettivo di ricostruire un nuovo progetto della sinistra italiana e come sindacalisti della CGIL aderiamo con ferma convinzione a questo progetto e garantiamo il nostro impegno sicuri che questa è la strada giusta per un nuovo mondo possibile.

    Wilma Casavecchia (Direttivo Nazionale CGIL)
    Carlo Baldini (Direttivo Nazionale CGIL)
    Ferruccio Danini (Direttivo nazionale CGIL)
    Sergio Miriamo (Direttivo Nazionale CGIL )

    Rifondazione per la sinistra

    contattaci scrivendo a:
    info@rifondazioneperlasinistra.it

  107. BERTINOTTI..... said

    Da REPUBBLICA online

    BERTINOTTI NON PARLA DI SCISSIONE,MA DI CARTELLO SINISTRA.
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    Nessun riferimento alla scissione del Prc e una proposta precisa, il “carrello elettorale”, per “evitare che le europee diventino un nuovo guaio per la sinistra”. Fausto Bertinotti, ha incontrato mercoledi’ sera i rappresentanti della mozione Vendola nella direzione di Rifondazione comunista. L’incontro e’ avvenuto alla vigilia di un week-end caldo per la sinistra, che vedra’ in contemporanea la riunione del Comitato politico nazionale del Prc e la prima assemblea nazionale di “Per la sinistra”, l’Associazione che vuole costruire “adesso” il nuovo soggetto politico della sinistra, al teatro Ambra Jovinelli. Bertinotti ha formulato la sua proposta, ponendosi al di fuori della disputa politica contingente. Tra l’altro sabato, proprio per questo motivo, non sara’ all’Ambra Jovinelli. Ma alla riunione erano presenti anche le posizioni di chi ritiene “inevitabile, o accettabile, o desiderabile” la scissione dal Prc, attualmente guidato dalla maggioranza ritenuta “identitaria” del segretario Paolo Ferrero. L’ex presidente della Camera e’ intervenuto dopo la relazione introduttiva dell’ex capogruppo Prc alla Camera, Gennaro Migliore, che ha ricalcato i nodi dell’appello dell’Associazione, ovvero che per “costruire la sinistra il tempo e’ adesso”. Secondo Bertinotti in questa fase non bisogna confondere i due piani: quello elettorale e quello di lunga lena del nuovo soggetto politico. Insomma, non ci si deve far travolgere nell’immediato dall'”ambizione di costruire il soggetto unitario e plurale della sinistra. Quella e’ un altra strada”, che bisogna tirare “fuori dall scontro e dal conflitto elettorale. Una strada necessariamente lunga e articolata” per costruire una sinistra critica e anticapitalistica, ma nei termini rinnovati che questo richiede,con un profondo lavoro di innovazione sulle culture politiche”.

    (11 dicembre 2008 )

  108. FAUSTO BERTINOTTI; " ADERISCO ALL'ASSOCIAZIONE " PER LA SINISTRA ". said

    12 Dicembre 2008

    Aderisco all’Associazione Per la Sinistra
    *****************************************

    Fausto Bertinotti
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    Cara compagne, cari compagni, aderisco senz’altro all’Associazione Per la Sinistra.

    Penso questo sia un momento in cui è richiesta, a tutti noi, una particolare attitudine di generosità intellettuale ed emotiva. Ognuno di noi, per quel che può, deve mettersi a disposizione per un’impresa tanto difficile, quanto necessaria: la ricostruzione della sinistra in Italia e in Europa, di una sinistra capace di far vivere, nella società, la critica a questo capitalismo totalizzante e la riapertura del grande e irrisolto tema della trasformazione.

    C’è il rischio effettivo che la sinistra scompaia. Oggi, in Italia, non c’è un’opposizione di sinistra, eppure mai, come oggi, il nostro popolo ne avrebbe bisogno. Il paradosso drammatico che viviamo consiste proprio nella scomparsa della sinistra ora che potrebbe e dovrebbe rinascere. Quel che ieri sembrava sepolto in un’altra era, oggi, diventa il terreno di una nuova contesa. Parole dannate come intervento pubblico nell’economia, modello economico, nazionalizzazioni, riprendono corso a partire dal sistema politico che sembrava il prediletto dalla globalizzazione capitalistica.

    Abbiamo appreso che né il consenso di opinione al governo delle destre (che c’è) né la vincente rivoluzione conservatrice, sono capaci di guadagnare la pace sociale e la desertificazione della società civile. Rinasce, infatti, il conflitto, prendono un corpo di massa nuovi e del tutto inediti movimenti. E ancora, siamo impegnati a capire il linguaggio e le culture del movimento della scuola e siamo di fronte all’effettuazione dello sciopero generale proclamato dalla più grande delle organizzazioni sindacali italiane, la CGIL. Il lavoro, da auspicato fondamento della Repubblica, è stato rovesciato dal nuovo corso capitalistico e dalle politiche neoloberiste in una tragedia sociale di cui, i prossimi giorni potranno proporci duri e impegnativi terreni di lotta. Eppure, come ieri l’offensiva del governo delle destre non dava luogo ad una automatica rinascita della Sinistra, così essa non può prodursi sulla spinta di questi pur così importanti movimenti. La crisi della sinistra in Italia e in Europa, che la sconfitta ha spalancato su di noi, è di fondo. Per ciò bisogna cominciare da capo anche per mettere a frutto le eredità ancora a noi indispensabili del movimento operaio.

    In questo ricominciare la costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com’è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un’impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, quello della ristrutturazione della sinistra. Intanto questa tappa è indispensabile: la realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand’anche questa sia, come oggi, muta. La costruzione dell’Associazione Per la Sinistra deve servire a ché riprenda la parola e a coinvolgere tutte le forze disponibili nel processo di ricostruzione della sinistra.

    Buon lavoro.

    Fausto Bertinotti

    Rifondazione per la sinistra

    contattaci scrivendo a:
    info@rifondazioneperlasinistra.it

  109. CLAUDIO FAVA: LA SINISTRA: UN VALORE, NON UN AGGETTIVO. said

    Dal quotidiano L’UNITA’.

    La Sinistra per Claudio Fava: «Un valore, non un aggettivo»

    «Il 13 dicembre non sarà solo una festa… Sarà una scelta. Convinta e impegnativa. La scelta di aprire questo processo costituente al paese, di sottrarlo alle prudenze dei gruppi dirigenti, di incarnarlo nelle passioni e nella generosità di chi sente tutta l’urgenza di una nuova sinistra in Italia». Claudio Fava presenta così, nel sito della sua Sinistra democratica, il senso e l’obiettivo dell’Assemblea nazionale per la Sinistra che si terrà sabato 13 dicembre al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Ma quali saranno le linee guida principali del nuovo partito? Cosa lo distinguerà dagli altri partiti della sinistra italiana? A queste e ad altre domande sullo stato di salute della politica in Italia ha cercato di rispondere venerdì il segretario nazionale di Sd, durante il forum nella redazione dell’Unità. Clicca qui per vedere il video

    Inetivabile, fin dalle prime battute, un chiarimento sulla futura identità del partito, anche se «più che di identità» Fava preferisce parlare di «eredità»: «quella della cultura politica di sinistra, che oggi va elaborata, alla ricerca di linguaggi e visioni nuove, che guardino più al presente e al Paese». Linguaggi e visioni. Parla al plurale Fava, ma il suo intento, quello del movimento che dirige, «è proprio quello di superare le differenze, le frammentazioni della sinistra italiana, dove ognuno coltiva il proprio orticello», sia i partiti che dopo il voto di aprile sono usciti dal Parlamento, «sia il Partito democratico», nei confronti del quale il leader di Sinistra democratica è apparso piuttosto critico.

    «L’idea nuova» di Sd, secondo Fava, «è proprio quella di uscire dal meccanismo delle “declinazione” della sinistra. Quella di creare una sinistra che sia soprattutto “sostantivo” e non più una filiera di aggettivi: “riformista”, “ambientalista”, “comunista”». In questo senso, per le anime migranti che non non vogliono stare né con Rifondazione, né con i Comunisti italiani né con il Pd, il 13 dicembre per Fava sarà «un punto di non ritorno, la nascita di una nuova sinistra che ha rielaborato, ormai, il lutto del 14 aprile, e che guarderà più da vicino al Paese reale». Identità, dunque, ma anche differenza. «Qual’è sarà la principale, rispetto al Partito democratio?», chiedono i redattori dell’Unità. «Innazitutto l’atteggiamento nei confronti della crisi economica», risponde Fava. «Partendo dal lavoro: un tema sul quale il Pd non ha preso una posizione chiara e decisa, come ha dimostrato venerdì non aderendo allo scipero della Cgil». Una occasione persa per il Pd, secondo Fava, «a cui Sinistra democratica non ha voluto mancare, e non solo per un discorso di sostegno o meno alle politiche della Cgil». «Al centro dello sciopero c’è il lavoro, non la Cgil: c’è il pericolo di tornare alla legge della giungla, per questo bisignava scendere in piazza».

    Altra questione in sospeso è quella «morale», della «riforma della politica» per affrontare la quale, secondo Fava, non è necessario aspettare che un assessore a Firenze, piuttosto che a Napoli, diventi formalmente indagato o imputato. «La questione va affrontata subito» e alla radice, «dando maggiore autonomia alla politica», separandola cioè da quei lati oscuri della pubblica amministrazione che possono corromperla. E per assicurare «autonomia della politica e riforma morale», la prima cosa da fare, per il leader di Sd, è quella di assicurare «sovranità alla comunità, a chi vota, per evitare che un partito diventi solo classe dirigente, per evitare i “cacicchi”, i califfati e che i governatori che diventano sovrani». Dopo le frecciate al Pd, Fava da spazio anche alle critiche al governo Berlusconi, «che vuole perendere a spallate la Costituzione, tanto da impedire qualsiasi forma di dialogo. L’unica possibilità con l’esecutivo è quella del confronto, anche duro, a livello istituzionale». In tema di rapporti politici, resta da vedere, dopo l’assemblea del 13 dicembre, quale sarà l’atteggiamento di Sinistra Democratica rispetto al Pd: dialogo o confronto, anche duro ?

    12 dicembre 2008

  110. LE PROMARIE DELLE IDEE. UNA POLITICA DAL BASSO. said

    LE PRIMARIE DELLE IDEE
    UNA POLITICA DAL BASSO
    **********************

    ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA,
    CON VENDOLA, FAVA, FRANCESCATO, BELILLO
    ***************************************
    Andrea Piperno
    **************
    Non è la nascita del nuovo soggetto
    della sinistra, o del suo embrione,
    perché di troppe nascite si finisce per
    morire e l’Associazione “Per la Sinistra”
    esiste da un po’ e già si è debitamente
    presentata in pubblico.
    Non è la fondazione di un nuovo
    partito, perché nulla sarebbe tanto
    inadeguato a fronteggiare la difficilissima
    fase che attende la sinistra in
    Italia quanto l’ennesimo ricorso all’alchimia
    politica, quanto il puntare
    su un partito nuovo plasmato su
    modello vecchio.
    L’Assemblea nazionale pubblica che
    si terrà oggi, a partire dalle 14, al Teatro
    Ambra-Jovinelli di Roma è l’avvio
    di un percorso. Difficile, accidentato,
    a modo suo anche pericoloso,
    e tuttavia obbligatorio per chiunque
    non si rassegni a finire stritolato
    dalla micidiale tenaglia composta
    dal moderatismo estremo, neppure
    più riformista, del Pd e dalla sbronza
    identitaria, voluttuosamente minoritaria,
    in cui è precipitata una parte
    cospicua della vecchia “sinistra d’alternativa”.
    Nel corso dell’Assemblea prenderanno
    il via quelle che l’Associazione
    stessa ha definito “primarie delle
    idee”: venticinque punti, ciascuno
    in qualche misura determinante per
    mettere a fuoco il dna di una moderna
    forza di sinistra. Ma saranno i
    partecipanti all’assemblea, già oggi,
    e poi tutti quelli che nel progetto
    dell’Associazione si riconoscono, votando
    in rete di qui a febbraio, a stabilire
    quali tra quei venticinque punti
    debbano essere considerati prioritari
    e se del caso ad aggiungerne altri.
    Si potrebbe obiettare che è troppo
    facile, decisamente comodo, assegnare
    alla base poteri decisionali
    quando si tratta di idee e poi lasciarla
    inascoltata quando in ballo ci saranno
    scelte concrete da assumere, o
    liste elettorali da compilare. Obiezione
    giusta. Quel che più conta,
    nell’appuntamento di oggi, non è infatti
    la consultazione “sulle idee” di
    per sé. E’ l’adozione di un metodo
    che deve accompagnare, da subito e
    in ogni tratto, il percorso di questa
    nuova soggettività: quello che scommette
    sulla partecipazione dal basso
    e sul conferimento della sovranità alla
    base invece che ai ceti politici come
    chiave per rifondare un’intera
    concezione della politica.
    Non per retorica né per uniformarsi
    alla superficiale sacralizzazione del
    “basso” con cui troppi, a sinistra,
    hanno sperato di affrontare la crisi
    gravissima segnalata (ma non provocata)
    dal disastro elettorale di aprile.
    Piuttosto perché quella crisi e quel
    disastro hanno rivelato per intero
    l’urgenza estrema di un modello alternativo
    e a tutt’oggi inedito di
    struttura politica (in gergo, di “forma-
    partito”), in grado di affrontare
    una modernità al cospetto della
    quale l’eredità del passato è tutta e
    del tutto inadeguata.
    Per gli stessi motivi, anche su un piano
    simbolico, nelle assise di oggi gli
    interventi dei politici saranno limitati
    (Vendola, Fava, Francescato, Belillo)
    e dovranno rispettare il tetto di
    tre minuti comune a tutti gli oratori,
    inclusi quelli che illustreranno, uno
    per ciascuna voce, i venticinque
    punti su cui si svolgerà la consultazione.
    Gli interventi maschili e femminili
    saranno rigorosamente alternati, e
    scalettati in modo tale da impedire
    l’assembramento sul palco di rappresentanti
    di uno specifico territorio.
    A introdurre e “presentare” non un
    politico, ma un attore e uomo di
    spettacolo firmatario il 7 novembre
    scorso, con altri politici, intellettuali
    e sindacalisti dell’appello “Costruire
    la Sinistra. Il tempo è adesso”, da
    cui ha preso le mosse l’iniziativa di
    oggi: Moni Ovadia.
    Ci saranno anche due interventi eccentrici,
    almeno rispetto al resto
    dell’agenda, quello del manifesto e
    quelle de La 7: realtà giornalistiche
    molto diverse tra loro ma accomunate
    oggi dal rischio di essere costrette
    al silenzio. Perché in questo
    paese l’idea di un giornalismo libero,
    autonomo, svincolato dai diktat
    di partito o di grande concentrazione
    oligopolistica dà sui nervi a parecchi.
    Anche a sinistra.

    LIBERAZIONE

    13 dicembre 2008

  111. UN COORDINAMENTO A SINISTRA ESISTE GIA'. said

    LIBERAZIONE
    ***********

    Lettera a Ferrero: c’è il comitato 11 ottobre.
    ***********************************************

    Ma un coordinamento
    a Sinistra esiste già
    *********************

    Piero Di Siena
    Giorgio Mele

    *************
    Alcuni giorni fa Paolo Ferrero ha rilanciato la sua proposta di un coordinamento di tutte le forze di sinistra per costruire l’opposizione a Berlusconi. Vorremmo ricordare a Ferrero che questo coordinamento esiste già, e ad esso partecipano esponenti di Rifondazione che vi rappresentano ufficialmente il partito di cui egli è segretario. Si tratta del comitato che ha promosso e organizzato la manifestazione dell’11 ottobre e che prova a dare un seguito a quell’evento, nella condizione nuova determinata dagli effetti convergenti dell’esplosione di un’opposizione sociale alla destra – che sta nascendo nella scuola, nelle università e sui posti di lavoro – e la recessione economica che si sta abbattendo sul Paese.
    Siamo all’opera, cercando da un lato di definire una piattaforma di iniziativa politica sui temi della crisi economica su cui chiedere il 19 dicembre in una riunione prevista a Firenze la convergenza dei partiti della sinistra, dall’altro di suggerire ai diversi movimenti nati da vertenze sul territorio (dalla Val di Susa a Vicenza, a Chiaiano) di dotarsi di un coordinamento nazionale, di sostenere la lotta contro il ritorno al nucleare civile promossa dal comitato costituitosi per iniziativa di Grandi, Scalia, Mattioli, Guidoni e altri.
    Ora è vero che si sta lavorando in un quadro di sostanziale disattenzione di pressoché tutte le forze politiche che pure alla manifestazione dell’11 ottobre hanno aderito e partecipato. Ma allora questo dovrebbe essere il problema da porre. La difficoltà da parte di tutti i partiti e delle correnti di sinistra, qualunque siano le prospettive per cui lavorano, di dare priorità al compito di costruire un’opposizione politica degna di questo nome alla destra è forse il sintomo più evidente della loro medesima crisi. Si tratta cioè di una sinistra che s’interroga più sul suo destino che su come possa essere percepita dal Paese. Su questo è necessario produrre un’inversione di rotta. E ad essa dovrebbe essere sensibile soprattutto quella parte che sa che il suo ruolo non può essere garantito da antiche identità e certezze. Che insomma c’è bisogno di una sinistra nuova. Ma che essa non può essere pensata in funzione di come ci si presenta alle elezioni europee. “Affar loro”, penserà e dirà anche quella parte ampia di cittadini italiani che sente la necessità di contrastare la destra ma non vede chi sia in grado di coprire quel vuoto enorme che il Partito democratico non riuscirà mai a colmare.
    Per tutte queste ragioni continuare sulla via tracciata l’11 ottobre e ben presto abbandonata dai partiti di sinistra, per coltivare antiche identità o per confutarne l’attualità, richiede soprattutto coerenza. E, infatti, solo costruendo una comune piattaforma a sinistra nell’azione di contrasto alle destre è possibile ipotizzare una lista comune per tutte le sinistre alle elezioni europee, come da più parti si comincia a suggerire. Senza questa intesa nella lotta contro le destre la proposta di una lista comune suonerebbe come un espediente nella polemica interna alla sinistra, e in primo luogo a Rifondazione. Ma contemporaneamente è difficile rendere plausibile una convergenza di tutta la sinistra, come auspica il segretario di Rifondazione, escludendo pregiudizialmente la possibilità che un’intesa su questo terreno possa e debba dar vita a una coalizione elettorale in vista delle elezioni amministrative e europee.
    Non si tratta di caricare una simile alleanza di chissà quali aspettative (come con una certa leggerezza è accaduto per la Sinistra l’Arcobaleno). E’ molto probabile che non ci si schiodi in maniera sensibile dal deludente risultato delle elezioni politiche. Ma almeno non si darà al Paese lo spettacolo di un rissoso ceto politico impegnato a spartirsi le spoglie di una sinistra residuale e messa ai margini. Potrebbe esserci invece un messaggio di unità e di speranza di cui, se fossero lungimiranti, potrebbero più di altri avvantaggiarsi tutti coloro che a sinistra più che la testa al passato dicono di avere lo sguardo rivolto al futuro.

    14/12/2008

  112. PIERO SANSONETTI: MA IL MURO DI BERLINO ERA UNA SCHIFEZZA O NO ?. said

    LIBERAZIONE
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    Per me c’è una discriminante: il ribrezzo verso le dittature
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    Ma il muro di Berlino
    era una schifezza o no?
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    Piero Sansonetti
    ****************
    Sono rimasto molto colpito da un articolo, che ieri abbiamo pubblicato su Liberazione , di un giovane dirigente di Rifondazione, Simone Oggionni, che spesso collabora con questo giornale, il quale sosteneva una tesi, secondo me, piuttosto ardita. Diceva – in sostanza – che la caduta del muro di Berlino, avvenuta giusto vent’anni fa, coincide con il trionfo del capitalismo e rappresenta, di fatto, il simbolo dell’anticomunismo. Dunque – riassumo – è un avvenimento negativo, e per questo è molto sbagliato mettere sulla copertina della nuova tessera dei giovani comunisti (quella per il 2009, ventesimo anniversario della caduta del muro) proprio l’immagine dei giovani che nel novembre del 1989 festeggiavano quell’avvenimento, accostata all’immagine dei giovani dell’Onda. Oggionni polemizza con questa decisione del gruppo dirigente dei giovani comunisti, organizzazione alla quale anche lui appartiene, e sostiene che spingerà molti ragazzi – che non si riconoscono in quella immagine, anzi, sono ostili a quella immagine – a non prendere la tessera.
    Si chiede Oggionni: «E’ stata fatta questa scelta per provocare il dibattito? Non è questo il modo migliore».
    Mi ha colpito soprattutto quest’ultima frase. A me piacciono – si sa – le provocazioni, le rotture. Ma in questo caso non trovo che ci sia assolutamente nessuna provocazione nella scelta – da parte di una forza giovanile e di sinistra – di celebrare la caduta di un sistema di dittature che aveva provocato danni e lutti atroci in molti paesi europei, aveva annientato la libertà, ucciso milioni di persone, aveva soffocato ribellioni e rivolte e grandi movimenti (come quello di Dubcek in Cecoslovacchia, per esempio) e aveva bruciato in pochi decenni la grandezza del sogno di Carlo Marx.
    A me sembra che questo sia un punto fermo per la sinistra del terzo millennio: le dittature ci fanno ribrezzo. Tutte. Se non c’è neanche questa piccola certezza in comune, diventa difficile discutere di politica, di prospettive, di futuro, di strategie.
    Oggionni conclude il suo articolo invitando i giovani comunisti a celebrare, piuttosto che l’89, il ’69, e cioè l’anno nel quale la rivolta degli studenti italiani incontrò la protesta degli operai, e nacque l’autunno caldo. Ha ragione, il ’69 fu un anno importante. E ha ragione a dire che in quei mesi nacque l’ipotesi di una sinistra nuova. Essendo, purtroppo, parecchio più vecchio di Simone, quell’anno lo ricordo benissimo. Entrai all’università. Da qualche tempo avevo iniziato a leggere i giornali di sinistra. E mi capitò per le mani una rivista molto bella, che si chiamava “il manifesto”. La lessi avidamente. Era la rivista di un gruppo di dissidenti del Pci che rimproverano al Pci di non sapere condannare con fermezza la dittatura sovietica e di non voler rompere con Mosca. Uscì proprio quell’anno il primo numero, a settembre. Il Pci non resse alla critica ed espulse i compagni del “manifesto”. I quali diventarono il nucleo attorno al quale si costruì la nuova sinistra, della quale, oggi, Rifondazione è la lontana erede.
    Nel Pci poi si aprì il dibattito sulle dittature dell’est. L’iniziativa del “manifesto” ebbe effetti positivi. Berlinguer fece lo strappo con l’Unione sovietica. Il partito lo seguì. Si oppose Armando Cossutta, il quale però – gli va dato atto – non arrivò mai, negli anni successivi, a condannare la caduta del muro di Berlino.

    P.S. Ho cinquantotto anni, e ho anche dichiarato che da qualche tempo non mi considero più comunista (o comunque penso che la parola comunista non sia assolutamente in grado di «comprendere» tutte le mie identità politiche, le mie aspirazioni e le battaglie che mi piacerebbe combattere). Da molti anni non sono iscritto ad alcun partito. Nonostante questo, e pur rendendomi conto che tutto posso dire di me tranne che di essere un giovane comunista (però lo sono stato…) presento, timidamente, alla portavoce dei giovani comunisti, Betta Piccolotti, domanda di iscrizione alla sua organizzazione. Vorrei potere avere anch’io quella tessera con i giovani berlinesi e i ragazzi dell’Onda.

    14/12/2008

  113. LA LINKE ITALIANA E? VICINA. IL SIMBOLO GIA' ALLE EUROPEE. said

    Dal quotidiano L’UNITA’.

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    La Linke italiana è vicina. Il simbolo già alle Europee.
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    Già la chiamano la Linke italiana. Ovvero, un grande partito rosso-verde che raccolga attorno a sé quelle anime della sinistra rimaste senza voce in Parlamento. È quello che potrebbe nascere a breve e che i militanti chiedono a gran voce. Restano da chiarire ancora alcuni nodi, soprattutto quelli relativi ai tempi, ma la strada sembra ormai segnata. O almeno così pare a sentire le parole di chi sabato, all’assemblea organizzata al teatro Ambra Jovinelli di Roma, è salito sul palco per costruire l’alternativa politica di sinistra. Un’assemblea particolare: nessuna sfilza di interventi dei big, ma una sorta di primarie delle idee dove tutti hanno potuto dire la loro e contribuire al processo costituente della sinistra. In sostanza, prima dell’inizio dell’assemblea, ad ogni partecipante è stato consegnato un questionario da compilare e un modulo per l’eventuale richiesta di intervento. Turno di parola deciso a sorteggio. Risultato: duemila opinioni raccolte, che chiedono soprattutto «speranza di trasformazione, lavoratori e lavoratrici al centro, laicità;, principio di uguaglianza nelle differenze e tutela dell’ambiente».

    Insomma, i buoni propositi ci sono eccome. Non solo organizzativi. Obiettivo dell’assemblea di sabato, infatti, è quello ricucire le varie anime della sinistra: protagonisti principali, Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sd, e Nichi Vendola, leader della corrente di Rifondazione comunista uscita sconfitta dal congresso. Obiettivi comuni, anche se qualche dissidio sui tempi. Entrambi infatti sono stati i più convinti sostenitori della Costituente, ma se Fava stringe i tempi e vorrebbe aver pronta la nuova sinistra già per le Europee di questa primavera, l’ala Prc preferirebbe andarci piano e cominciare da un semplice cartello elettorale. Nel forum nella redazione de l’Unità, venerdì Fava diceva: «Il nostro impegno è dare uno sbocco elettorale al progetto che mettiamo in campo. Non possiamo riproporre l’arcobaleno, ripresentandoci dal notaio e cambiando l’ordine delle firme». Vendola l’ha presa un po’ male, dicendosi «sinceramente stupito» e sostenendo che «la costruzione del nuovo soggetto della sinistra italiana debba rispondere a una logica plurale e pluralista: un processo rigorosamente democratico, centrato sul massimo della partecipazione dal basso, riconsegnando i poteri decisionali al corpo vivo della sinistra diffusa, alla nostra base sociale e militante».

    Insomma, il punto non è tanto cosa fare, ma come organizzarlo: l’idea di Vendola è che bisogna «rompere con l’antica abitudine di presentare alla base solo decisioni già assunte». «Mettiamo al riparo la nostra diversità – dice ancora Vendola – perchè la costruzione di un soggetto politico della sinistra non può essere agganciato alle scadenze elettorali, altrimenti ricadremmo nello stesso errore compiuto con la Sinistra arcobaleno, che aveva una spinta importante ma che poi è caduta nell’implosione delle elezioni». È chiaro che per Vendola la situazione è più complicata: dire subito sì al nuoov partito significa ufficializzare la scissione dal Prc di Ferrero: mossa troppo affrettata, che potrebbe compromettere la partita aperta sulla questione del giornale Liberazione.

    Dal canto loro, i Verdi, un’altra delle forze che ha aderito alla Costituente, invitano a non fare «sotto l’urto delle scadenze elettorali» perché il rischio è quello di fare «una cosa transgenica. Questo è un processo lungo – spiega la segretaria Grazia Francescato – Non ci interessa un copia e incolla e poi niente funziona, se c’è un progetto politico lo prendiamo in considerazione».

    Comunque vada a finire, ormai gli indugi sono rotti. E Fava lo ha già annunciato: con i vendoliani o senza, alle Europee ci saranno una lista e un simbolo: «La Sinistra».

    13 dicembre 2008

  114. CLAUDIO FAVA: LA SINISTRA, UN VALORE, NON UN AGGETTIVO. said

    L’UNITA’
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    La Sinistra per Claudio Fava: «Un valore, non un aggettivo»
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    «Il 13 dicembre non sarà solo una festa… Sarà una scelta. Convinta e impegnativa. La scelta di aprire questo processo costituente al paese, di sottrarlo alle prudenze dei gruppi dirigenti, di incarnarlo nelle passioni e nella generosità di chi sente tutta l’urgenza di una nuova sinistra in Italia». Claudio Fava presenta così, nel sito della sua Sinistra democratica, il senso e l’obiettivo dell’Assemblea nazionale per la Sinistra che si terrà sabato 13 dicembre al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Ma quali saranno le linee guida principali del nuovo partito? Cosa lo distinguerà dagli altri partiti della sinistra italiana? A queste e ad altre domande sullo stato di salute della politica in Italia ha cercato di rispondere venerdì il segretario nazionale di Sd, durante il forum nella redazione dell’Unità. Clicca qui per vedere il video

    Inetivabile, fin dalle prime battute, un chiarimento sulla futura identità del partito, anche se «più che di identità» Fava preferisce parlare di «eredità»: «quella della cultura politica di sinistra, che oggi va elaborata, alla ricerca di linguaggi e visioni nuove, che guardino più al presente e al Paese». Linguaggi e visioni. Parla al plurale Fava, ma il suo intento, quello del movimento che dirige, «è proprio quello di superare le differenze, le frammentazioni della sinistra italiana, dove ognuno coltiva il proprio orticello», sia i partiti che dopo il voto di aprile sono usciti dal Parlamento, «sia il Partito democratico», nei confronti del quale il leader di Sinistra democratica è apparso piuttosto critico.

    «L’idea nuova» di Sd, secondo Fava, «è proprio quella di uscire dal meccanismo delle “declinazione” della sinistra. Quella di creare una sinistra che sia soprattutto “sostantivo” e non più una filiera di aggettivi: “riformista”, “ambientalista”, “comunista”». In questo senso, per le anime migranti che non non vogliono stare né con Rifondazione, né con i Comunisti italiani né con il Pd, il 13 dicembre per Fava sarà «un punto di non ritorno, la nascita di una nuova sinistra che ha rielaborato, ormai, il lutto del 14 aprile, e che guarderà più da vicino al Paese reale». Identità, dunque, ma anche differenza. «Qual’è sarà la principale, rispetto al Partito democratio?», chiedono i redattori dell’Unità. «Innazitutto l’atteggiamento nei confronti della crisi economica», risponde Fava. «Partendo dal lavoro: un tema sul quale il Pd non ha preso una posizione chiara e decisa, come ha dimostrato venerdì non aderendo allo scipero della Cgil». Una occasione persa per il Pd, secondo Fava, «a cui Sinistra democratica non ha voluto mancare, e non solo per un discorso di sostegno o meno alle politiche della Cgil». «Al centro dello sciopero c’è il lavoro, non la Cgil: c’è il pericolo di tornare alla legge della giungla, per questo bisignava scendere in piazza».

    Altra questione in sospeso è quella «morale», della «riforma della politica» per affrontare la quale, secondo Fava, non è necessario aspettare che un assessore a Firenze, piuttosto che a Napoli, diventi formalmente indagato o imputato. «La questione va affrontata subito» e alla radice, «dando maggiore autonomia alla politica», separandola cioè da quei lati oscuri della pubblica amministrazione che possono corromperla. E per assicurare «autonomia della politica e riforma morale», la prima cosa da fare, per il leader di Sd, è quella di assicurare «sovranità alla comunità, a chi vota, per evitare che un partito diventi solo classe dirigente, per evitare i “cacicchi”, i califfati e che i governatori che diventano sovrani». Dopo le frecciate al Pd, Fava da spazio anche alle critiche al governo Berlusconi, «che vuole perendere a spallate la Costituzione, tanto da impedire qualsiasi forma di dialogo. L’unica possibilità con l’esecutivo è quella del confronto, anche duro, a livello istituzionale». In tema di rapporti politici, resta da vedere, dopo l’assemblea del 13 dicembre, quale sarà l’atteggiamento di Sinistra Democratica rispetto al Pd: dialogo o confronto, anche duro?

    12 dicembre 2008

  115. FULVIA BANDOLI said

    VI SEGNALO QUESTO INTERVENTO DELLA COMPAGNA FULVIA BANDOLI
    RIPRESO DAL QUOTIDIANO APRILE ONLINE DI OGGI 15 DICEMBRE 2008.
    UN INTERVENTO IN DIRETTA MENTRE SI STA DISCUTENDO SULL’ ASSEMBLEA
    CHE SI E’ TENTA SABATO 13 DICEMBRE 2008 A ROMA.
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    Aumentano, la crisi economica morde ed evidenzia l’insostenibilità del liberismo, il clima cambia la terra e la vita: un progetto di sviluppo alternativo è urgente e una forza politica di sinistra che lo sappia interpretare ci serve come il pane ma dopo una sconfitta politica fondare un nuovo partito non è cosa semplice. In questa contraddizione siamo immersi e la bella assemblea dell’Ambra Iovinelli è la fotografia di questo travaglio. La filosofia insegna che le contraddizioni possono essere feconde , se vissute con chiarezza, lealtà e il confronto che serve. Quando si è in ritardo si può correre a perdifiato e alleggerirsi dei pesi. Oppure si può camminare in fretta, ragionando, per non perdere nessuno lungo il cammino. Nessuno intendo, tranne coloro che già hanno scelto di prendere un’altra strada e di fare dell’esistenza di una forza solo comunista un punto irrinunciabile. La determinazione di donne e uomini di ogni età che a quella assemblea hanno chiesto a gran voce di fare un partito subito è chiara, ma se una funzione hanno ancora i dirigenti ( pur feriti nella loro credibilità dalla sconfitta della sinistra arcobaleno) è quella di fare in modo che stavolta il soggetto politico nasca veramente. Un’altra falsa partenza non ci verrebbe perdonata. Come andare avanti ? Nessuno ha la ricetta. Neppure un leader credibile può da solo risolvere i problemi perchè la sinistra che deve nascere è il contrario dei partiti del leader ( nati sul predellino di un’auto o dalla fusione fredda di forze troppo diverse), è popolare, radicata nella società, democratica e partecipata nel percorso e nelle decisioni, e può partire da una rete di donne e uomini che tornano a far politica prima di tutto nelle loro città.
    La prima cosa da fare adesso è estendere l’Associazione Per La Sinistra in ogni centro , raccogliere forze ( tante delle quali stanno fuori dai piccoli partitini ) e ricominciare a fare politica . Che non vuol dire gridare forte che noi siamo La Sinistra. Solo nelle battaglie che faremo -nella fabbrica in crisi, nella scuola di quella città, nel confronto con i genitori e gli insegnanti, nel proporre soluzioni credibili ai problemi di quel territorio, nello stringere alleanze sociali, nel riuscire ad essere presenti nei consigli comunali – i cittadini potranno cominciare a riconoscerci, cosa che da tanti anni non avviene. La Sinistra ha un piano sull’energia, ha difeso i diritti del lavoro, ha controproposto un’altra idea di città e di urbanistica…con questa Sinistra posso mettermi in cammino! Nasce dal basso o dall’alto? Interrogativo mal posto. Un partito nasce dal basso e dall’alto ma ha bisogno di una forte motivazione sociale. Dall’alto non nasce nulla se non cartelli elettorali che non alzano alcuna passione nell’animo delle persone. Piantare semi nei territori, essere pronti a livello nazionale a fornire stimoli e proposte, e poi trasformare quella rete di associazioni in un progetto di partito nuovo senza tempi biblici ma senza fughe in avanti. La preoccupazione più forte che ho in questo momento è quella di non schiacciare tutto il percorso sulle elezioni europee ( verrebbe vissuta solo come un’altra operazione elettorale). Siamo partiti bene, continuiamo su questa strada e vediamo cosa si stringe nella rete a Febbraio quando i circoli dell’Associazione torneranno a riunirsi e io mi auguro siano non decine ma centinaia. Non c’è giorno che da solo porti tutte le risposte che cerchiamo.

    Fulvia Bandoli

  116. GIORGIO VIGLINO: LA NUOVA SINISTRA C'E' GIA'. said

    15 Dicembre 2008

    La nuova Sinistra c’è già e il processo costituente si sta autoalimentando

    Giorgio Viglino

    Stiamo creando qualcosa di nuovo, lo dico agli altri e lo ripeto a me stesso, spesso con una vaga sensazione

    di panico, sempre con la certezza di essere in ritardo sui tempi, sulla società, sul mondo che ci ingloba.

    Stiamo inventando una sinistra senza aggettivi, o meglio prendiamo coscienza che questa sinistra fatta di donne e uomini, di vecchi e giovani, di lavoratori, studenti, casalinghe, pensionati, già esiste.
    Stiamo facendo quello che avremmo dovuto fare anni addietro quando alla ribalta politica si affacciò come novità assoluta la peggior destra del panorama europeo. Allora e non soltanto ora la vendita del sogno mistificatore berlusconiano doveva essere contrastata chiamando a raccolta la gente di sinistra, ora non ci resta che combattere l’incubo.

    Stiamo sul filo del rasoio e ce ne rendiamo conto proprio perché per la prima volta abbiamo saputo invertire il nostro metodo di lavoro, e ad ogni occasione rischiamo senza rete. Non abbiamo fatto nulla di rivoluzionario intendiamoci, ma per la prima volta abbiamo messo in piedi una serie di assemblee più grandi e più piccole, assemblee dove un paio di relatori parlano per una ventina di minuti tanto per delimitare il campo, e poi entrano in lizza, partecipano, propongono, tutti gli altri.
    Abbiamo invertito gli schemi, ascoltiamo più che parlare, cerchiamo di capire, riflettere (e magari far riflettere), abbiamo cancellato l’arroganza delle conclusioni che sono sempre affrettate, dogmatiche, sostanzialmente autoritarie. E quanto raccogliamo lo portiamo con noi cerchiamo di riassumerlo e associarlo ad altri pezzi.
    Abbiamo rovesciato gli schemi al punto tale che siamo partiti sul territorio quando ancora l’associazione non era stata formalmente costituita a livello nazionale. Abbiamo organizzato le prime riunioni in giro per il Piemonte prima dell’assemblea regionale costitutiva, che a sua volta è venuta assai prima dell’evento nazionale dell’Ambra Jovinelli.
    Anche lo schema di organizzazione è diverso dal consueto. Anche adesso che l’associazione finalmente c’è, non è dal centro che si organizzano, si programmano le serate. Si ricevono le richieste di chi prende l’iniziativa, nel paese di mille anime piuttosto che nella cittadina di cinquemila, si cerca di trovare i relatori, si compone il calendario. Nessuno schema prefissato, un libriccino con il primo documento nazionale e con quello locale, apertura alla partecipazione di tutti.
    Cerchiamo di allargare a macchia d’olio sul territorio la presenza dell’associazione, cerchiamo di far capire come l’esigenza di far presto e bene sia anche nostra, non soltanto del singolo che deve uscire dallo scoramento, dalle incertezze, dalla orribile gestione della sconfitta che tutti insieme i partiti della sinistra sono stati capaci di produrre.
    La sensazione è positiva, sicuramente stimolante, soltanto la prudenza ci fa star cauti nei giudizi. La gente della sinistra c’è e vuole tornare a contare, non rinuncia agli ideali ma non vuol essere minoritaria, vuole contare, vuole cambiare le cose, e te lo fa sentire, te lo dice, te lo chiede.
    A tutti diamo appuntamento fra un paio di mesi, quando daremo strutture a questa nostra associazione, non più questo gruppo di dirigenti che si autodefinisce provvisorio, ma i nuovi quadri pronti a lanciare e gestire il nuovo soggetto politico: la Sinistra, senza aggettivi.

    Rifondazione per la sinistra

    contattaci scrivendo a:
    info@rifondazioneperlasinistra.it

  117. KATIA BELLILLO, UMBERTO GUIDONI, LUCA ROBOTTI. said

    Un unico popolo, un’unica volontà: un nuovo partito, la nostra nuova casa.

    15 Dicembre 2008

    di Katia Bellillo, Umberto Guidoni, Luca Robotti

    In poco più di due ore si sono svolti 50 interventi, tutti chiamati con un criterio di assoluta parità, ovvero l’estrazione a sorte, tutti rigorosamente nei tre minuti: un metodo nuovo che mette al centro la democrazia ed i territori, contro chi continua ad usare liturgie ed il manuale Cencelli per garantirsi maggioranze ormai ridicole, utili solo a mantenere lo status quo.
    Tutti gli interventi, svolti con intelligenza, passione, si sono conclusi con un’unica pressante e sentita richiesta: fate presto, è troppo tardi, mantenete la parola che avete dato, dandoci la possibilità di militare in un nuovo partito della sinistra italiana.
    Noi dell’Associazione Unire la Sinistra, minoranza del PdCI, vogliamo affermare con chiarezza che fin da ora siamo disponibili a mettere la nostra passione per costruire questo nuovo progetto e che condividiamo l’allarme raccolto da tanti interventi svolti dalle compagne e dai compagni sui ritardi inaccettabili con cui stiamo affrontando questo impegno.
    La stagione dei congressi è finita, adesso dobbiamo aprire la stagione della speranza, ed è per questa ragione che ci sentiamo ancora più motivati nell’operare già dai prossimi giorni per accelerare ovunque questo processo.

    ASSOCIAZIONE ” UNIRE LA SINISTRA “.

  118. LUCA ROBOTTI : COSTRUIRE IL PARTITO E' POSSIBILE, E' NECESSARIO. said

    ASSOCIAZIONE ” UNIRE LA SINISTRA ”

    Costruire il partito è possibile, è necessario.

    15 Dicembre 2008

    Luca Robotti

    L’assemblea di sabato scorso è stata una scossa fortissima, non solo per come è stata organizzata, su cui brevemente verrò dopo per descrivere le sue caratteristiche innovative e democratiche, ma per l’intensità, pressoché unanime, degli interventi che chiedevano a gran voce la costruzione di un nuovo partito, un soggetto di sinistra che sappia cogliere le sfide dell’oggi senza più steccati o pregiudizi.
    Il tempo delle attese sembra andare a termine, le condizioni per avviare il processo costitutivo ci sono e vanno alimentate con determinazione e sapienza, senza isterismi e senza semplificazioni estreme.
    Più volte ho affermato che la risposta che dobbiamo al popolo della sinistra non necessariamente deve essere complessa e confusa, ma deve essere sicuramente unitaria e matura nella sua articolazione della rappresentanza dei soggetti in campo.
    Nessuno deve sentirsi “tirato per la giacchetta” in questo nuovo progetto, dobbiamo creare le condizioni perché tutti possano trovare la forza, il coraggio e la generosità per esserci, in modo pieno e convinto.
    Non c’è dubbio che Unire la Sinistra, le compagne ed i compagni del PdCI siano pronti, così come quelli di SD, ma il nostro progetto, perché possa rappresentare una novità vera nel panorama del disfacimento della sinistra italiana, ha bisogno anche dei compagni del PRC e dei Verdi.
    Le condizioni perché le compagne ed i compagni del PRC scelgano sono sempre più chiare: il gruppo dirigente che fa capo a Paolo Ferrero ha respinto la proposta di lavorare per la costruzione di un cartello elettorale alle prossime elezioni europee, la natura del PRC e la sua linea politica sono sempre più indirizzate su un crinale di resistenza sociale, autoescludendosi dal dibattito politico e verso il rifiuto della ricerca di alleanze democratiche larghe per battere le destre.
    Le condizioni perché si possano stringere i tempi e lanciare la costruzione del partito e la presentazione della lista alle europee e alle amministrative sono possibili, non roviniamo tutto con una prova di forza che potrebbe compromettere il lavoro faticoso che abbiamo messo in campo sino ad ora.
    Ci sono molti punti ancora da chiarire: la collocazione europea del nuovo soggetto politico; il tema dell’anticapitalismo o della sua natura di critica al modello capitalista; il tema delle alleanze e della scelta strategica dell’unità delle forze democratiche per battere le destre; le modalità per la costruzione dei gruppi dirigenti, la natura del partito.
    Abbiamo un paio di mesi per affrontare, insieme, a partire dai territori queste questioni, senza, per fare un esempio, creare schieramenti tra la scelta del PSE e quella del GUE.
    Se nel PSE c’è Blair, nel GUE c’è il PCP o il KKE, molto meglio sarebbe pensare alla costruzione di un gruppo di sinistra europeo che rompa gli schemi che, oggettivamente, stanno stretti a tutti. La stessa natura identitaria, non può essere risolta con la parola Sinistra: socialismo, comunismo ed ambientalismo, devono trovare sostanza di contenuti in quella parola. Come potete capire non sono discussioni di poco conto.
    Le modalità di costruzione del nuovo soggetto ritengo debbano prendere corpo seguendo il modello con cui si è costruita l’assemblea di sabato.
    Non era scontato che il metodo, costruito con i compagni del gruppo di lavoro, di cui facevo parte, potessero funzionare, invece ha funzionato tutto benissimo: l’estrazione a sorte e il rispetto rigoroso dei tre minuti sono stati un segno di maturità e di novità straordinari, tanto quanto il fatto che, per una volta, i vertici dei partiti abbiano ascoltato.
    Il centro della nostra azione devono essere i territori e il lavoro che hanno fatto sino ad ora, di lì si deve partire, perché lì c’è più maturità e volontà e questo è un altro segno di come si possa invertire una modalità di costruzione basata sui rapporti di forza e sulle appartenenze.
    Il lavoro di consultazione sulle idee, con lo sforzo che dovremo mettere in campo per consultare il maggior numero di persone, ci dirà quanto, effettivamente, il nostro progetto sia percepito e ascoltato dal popolo della sinistra.
    Vale la pena affrontare minimamente una riflessione sulla natura del dibattito che avremo il compito di mettere a sintesi nelle prossime settimane, mettendo a fuoco il contributo che da comunisti italiani dovremo portare nel confronto.
    La sinistra che vogliamo, la sinistra delle idee che hanno cambiato l’Italia, che l’hanno resa più giusta, più equa, più moderna ed inclusiva, non c’è più da tempo, la battaglia culturale con la destra l’abbiamo persa da tempo.
    I fortini, innalzati in questi anni, per salvaguardare ceto politico e per conservare pratiche e forme organizzative arcaiche quanto inutili, sono lì a rappresentare la distanza da un popolo sempre più solo e senza speranze, a significare il fallimento delle rifondazioni e dei conservatorismi ideologici ed identitari, dei neocomunismi che fanno dilagare la destra tra i lavoratori ed i ceti meno abbienti e popolari. Le sinistre dell’oggi sono oggettivamente impotenti di fronte al loro fallimento.
    Non ci possono più essere barriere identitarie che ci dividono, non ci possono più essere ragioni perché la sinistra non ritrovi un linguaggio comune e perché una comunità di persone, che aspirano al cambiamento, non ritrovi la forza per costruire insieme le condizioni perché in Italia si riapra il tema della riorganizzazione politica e sociale della sinistra che aspiri a governare il presente per cambiare il futuro.
    L’unità è da sempre la bandiera della sinistra italiana, lo è stata contro il fascismo, lo è stata per la ricostruzione del paese, lo è stata sulle grandi battaglie progressiste che hanno cambiato le condizioni di vita dei lavoratori (il contratto di lavoro, i grandi temi etici come l’aborto ed il divorzio, la lotta contro la corruzione e la mafia, le battaglie per la pace ed i diritti delle persone).
    La sinistra ha il compito di non isolare il mondo del lavoro, di renderlo protagonista nel confronto politico e culturale; di diffondere oggi una cultura in difesa dell’ambiente che ci salvi dalla distruzione del pianeta, facendola diventare senso comune, prassi di vita quotidiana e forma del governo dei processi di crescita e dio sviluppo.
    Una sinistra che rilancia le parole d’ordine della resistenza al modello neo liberista e non cerca alleanze per impedirne gli effetti più deleteri e sanguinari è una sinistra inutile.
    Non tutti i partiti servono, una organizzazione politica serve quando è utile, quando contribuisce a trovare le condizioni perché si producano passi in avanti in un processo di integrazione sociale che ha permesso a milioni di nostri concittadini di trasformarsi in cittadini, che ne fa acquisire consapevolezza e maturità nel pretendere diritti e possibilità, penso che questo sia il nostro compito fondamentale.
    La sfida è per ricostruire un Paese che affronti ancora il tema della modernizzazione attraverso la lotta alle criminalità, in primo luogo in quella che infiltra la politica e la asservisce ad un disegno di corruzione reazionaria; un Paese che riduca il divario tra chi ha moltissime risorse e chi non ne ha affatto; un Paese che affronta il tema dei diritti e ne sancisce il valore principale della felicità dei suoi cittadini; un Paese che sceglie la laicità come terreno di valutazione per la soluzione dei problemi delle persone; un Paese che affronta il tema del suo sviluppo invertendo i criteri di valutazione dei sui benefici, mettendo al primo posto la ricerca del benessere delle persone e dell’ambiente; un Paese che riscopra la forza di indignarsi di fronte alla mortificazione della democrazia e del pluralismo.
    Per questo serve unire la sinistra, per questo serve che la sinistra riapra immediatamente il confronto con tutti i democratici per ricostruire le condizioni per sconfiggere la peggiore destra d’Europa e per ridare speranza a chi l’ha persa, a chi si sente solo, a chi non ce la fa più e decide di arrendersi.
    Abbiamo atteso anche troppo, siamo stati travolti da una dialettica tutta interna ai partiti e abbiamo smarrito la capacità di comprendere che il nostro stare insieme non è un fine, bensì uno strumento che mettiamo a disposizione della democrazia e di chi vuole accettare la sfida per riannodare aspettative, idee, proposte e volontà.
    Dobbiamo mantenere la parola data, fare quello che si dice e farlo con il massimo coinvolgimento e la massima democrazia, proprio come ci è stato indicato dalla assemblea.
    Ci sono tranelli, tesi dal nostro modello sociale, che dobbiamo evitare. Il plebeismo di una sinistra rozza e priva di prospettiva che si ammanta di ideologia per coprire il proprio vuoto di contenuti, come lo snobismo elitario di chi si sottrae alle esigenze delle risposte ai bisogni, di chi è lontano dalle aspettative di un popolo che ogni giorno affronta il bisogno abitativo, quello della povertà dei salari o delle risposte ai bisogni sociali, sono i difetti che abbiamo il dovere di evitare.
    Il progetto che abbiamo in mente deve essere fondato sull’etica della coerenza, sulla capacità di riconsegnare al Paese la sinistra delle idee e non delle ideologie, una sinistra praticabile nell’immediata, senza più rimandi.
    Le condizioni per farlo ci sono, basta avere i nervi saldi e continuare in questo nostro duro lavoro.

  119. BENIAMINO GINATEMPO: PAR-TI-TO ! PAR-TI-TO ! said

    dal sito internet di sinistra Democratica

    Par-ti-to! Par-ti-to!
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    BENIAMINO GINATEMPO
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    Con grande rincrescimento, non ho potuto partecipare alla assemblea “Per la Sinistra”, ma ho gioito “irrazionalmente” – questo avverbio è la motivazione di questa nota – nello scoprire che il teatro era troppo piccolo per tutti i partecipanti e nell’ascoltare tutto il pubblico scandire “Par-ti-to! Par-ti-to!”. Tutto questo entusiasmo contagioso, questa ansia di unità a sinistra cozza, tuttavia, con la frenata di Nichi Vendola e dei suoi compagni di area nel PRC e di altri esponenti politici, a dar vita da subito al nuovo partito, anche se bisogna affrontare nuove sfide, costruire nuovi modelli culturali, organizzare nuove lotte in difesa dei lavoratori e dell’ambiente. Ho usato quattro volte l’aggettivo “nuovo” per rimarcare come l’innovazione sia la cifra cui bisogna riferirsi in questo processo. Si tratta, però, di capire perché ciò sia difficile e perché tanti compagni considerino immaturo il processo costituente.
    Da fisico teorico, ho potuto imparare come l’atto razionale più difficile che possa compiere l’uomo sia l’accettazione della realtà. In Fisica, il tempio della razionalità, spesso ci sono voluti geni del calibro di Galilei o Einstein per insegnarci a rinunciare ai nostri pregiudizi, per “ammettere” l’evidenza schiacciante dei fatti. Cioè la verità, che è quasi sempre scomoda e anticonformista, un comunista la diceva addirittura rivoluzionaria.
    Ciò è tanto più vero in politica, perché chi fa politica con passione vorrebbe cambiare il mondo. Così, spesso e inconsciamente, egli travisa i fatti, cercando di accomodarli al proprio disegno di futuro: il mondo come ci piacerebbe che sia – il sogno, dunque – invece della realtà nuda. E così si ragiona col cuore, purtroppo spesso pure con lo stomaco, si perde lucidità, si diventa faziosi. Ci si annulla nel partito o nella mozione per trasformare opinioni in certezze granitiche, per annegare i propri dubbi nelle semplificazioni collettive. Per autodifesa si costruiscono meccanismi identitari, spesso inutili, a volte dannosi. Niente di più irrazionale, ovviamente. Naturalmente razionalità ed irrazionalità convivono in noi. Da questo punto di vista la richiesta “partito sùbito” è irrazionale, significa buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma l’ostacolo qual è? E – ben più importante – ha l’ostacolo motivazioni razionali?
    Mi sento di poter fare una affermazione assolutamente incontrovertibile: “È del tutto evidente che non si può fare un nuovo partito fintantoché chi dovrebbe costruirlo sta in un altro”. Questo rimarca una profonda contraddizione dei compagni dell’area Vendola, ma ci sono pure esponenti di Sinistra Democratica, che in vista delle elezioni europee ed amministrative, vorrebbero capitalizzare un tesoretto “virtuale” dell’1,3%.
    Ora, rinunciare al proprio partito per il nuovo che ancora non c’è, significa rinunciare ad una parte di sé stessi, della propria identità per un futuro incerto. Per un militante o dirigente di partito significa rinunciare a tanti anni di duro e appassionato lavoro. Di più: significa ammettere che tale lavoro è stato inutile, che non è servito a cambiare il paese e la condizione sociale dei lavoratori, delle donne; a salvare l’acqua, l’aria, il territorio, la salute pubblica dalla predazione del capitalismo. Il cuore, lo stomaco, la paura del futuro e, quindi, l’irrazionalità fanno dire di no.
    Ma la cruda e drammatica realtà dei fatti è che:
    a) ogni sette ore un lavoratore muore sul lavoro;
    b) l’8% della popolazione possiede il 45% delle risorse del Paese;
    c) un terzo della popolazione ha problemi di sussistenza;
    d) un milione di lavoratori perderanno il lavoro nel 2009 ed in più c’è la piaga sociale del precariato;
    e) ogni pochi minuti c’è una donna subisce violenze e le donne possono essere perfino dileggiate e strumentalizzate dal governo;
    f) il consumo (e lo spreco) del territorio è il più alto d’Europa, mentre le nostre politiche ambientali sono da sottosviluppo, anzi riusciamo a frenare l’Europa sul 20-20-20, e riparliamo perfino di energia nucleare;
    g) è normale prassi la discriminazione fra sessi, razze, ceto sociale e perfino per religione ed opinioni politiche;
    h) l’informazione non è libera – tant’è che sabato scorso il Tg1, non Libero o la Padania, ha dato notizia dell’assemblea dei Verdi e della querelle Ferrero-Sansonetti ma non dell’assemblea dell’Ambra-Jovinelli -;
    i) nessun partito parlamentare ha il coraggio di ammettere il fallimento del modello di sviluppo neo-liberista della crescita infinita;
    j) il Vaticano può pretendere politiche omofobiche a livello mondiale e soldi per le sue scuole, da togliere alla scuola pubblica;
    k) la scuola e l’università diventano sempre più lo strumento per consolidare i privilegi sociali anziché fornire gli strumenti per abbatterli;
    l) l’escalation delle guerre e del terrorismo e delle spese militari;
    m) l’assenza di una opposizione incisiva, perché a quella attuale manca una visione del futuro alternativa, una alternativa di sinistra, appunto;
    n) il sindacato è lacerato ed in grande crisi di credibilità;
    o) tutto quello che non è possibile elencare qui.
    Razionalità impone a chi aborrisce questa realtà di lottare per cambiarla, di coordinare le iniziative di lotta, di trovare tutte le sinergie nascoste, invece di mettersi in competizione per poter affermare “abbiamo ragione noi”. Invece ci si prepara ad affrontare i prossimi appuntamenti elettorali con una competizione fratricida.
    È duro ammetterlo, lo so, ma questi sono i fatti: il paese dell’elenco non è quello che avevano immaginato e sperato Gramsci, Togliatti, Berlinguer, Di Vittorio e tutti gli altri padri della repubblica. Un elenco come quello è la prova del fallimento della sinistra italiana, più ancora della tragedia elettorale del 14 Aprile. È questo feroce autolesionismo o presa di coscienza della realtà?
    Prendere coscienza della realtà, da parte dei compagni di Rifondazione per esempio, vuol dire ammettere che son passati quasi vent’anni dalla nascita del loro partito e non s’è potuto rifondare granché. E discorsi analoghi valgono per il Pdci e pure per Sd. Accettare la realtà significa comprendere che i partiti del ventesimo secolo sono inadeguati, culturalmente ed organizzativamente, alla complessità delle battaglie politiche del ventunesimo secolo. Ciò non perché il comunismo od il socialismo non possano a combattere il capitalismo sul piano dottrinale, ma perché soccombono nella prassi, nella quotidiana ricerca del consenso; perché i loro interlocutori diretti, le classi più deboli, sono succubi del consumismo; perché l’invasività dei media ci corrode tutti, compresi noi, militanti di sinistra. Così i militanti hanno ancora bisogno del partito–mamma, che consola delle sconfitte, che dà coraggio, e ci fa vincere, nel gruppo e con il gruppo, la solitudine, la paura del nuovo.
    Tuttavia sinistra e razionalità dovrebbero essere sinonimi, altrimenti dopo l’idealismo non sarebbe mai arrivato il materialismo scientifico. E razionalità, a fronte dei problemi sociali e politici su elencati, dice “Partito unico, adesso”. La frenata dell’area Vendola viene dal fatto che questi compagni pur ravvisando sul piano razionale la necessità di un nuovo modello culturale ed organizzativo, non vogliono essere accusati di scissionismo – peccato mortale, questo. Il fatto è che non sanno rescindere il cordone ombelicale dal loro partito-mamma, cedono all’irrazionalità, alle loro paure. Per molti, ancorché obbligata, non è ancora matura la scelta fra il nuovo che può riuscire ed il vecchio che ha fallito (ma non si può dire). Siamo noi di Sd che dobbiamo creare le condizioni per cui questa scelta – obbligata sul piano razionale – avvenga presto, e riesca a coinvolgere anche coloro che, delusi dalla nostra inettitudine, sono rimasti lontano dalle urne o hanno guardato al centrodestra. Sempreché anche per noi la scelta sia facile.

  120. BENIAMINO GINATEMPO: PAR-TI-TO ! PAR-TI-TO ! said

    WEB: sinistra Democratica

    Par-ti-to! Par-ti-to!
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    BENIAMINO GINATEMPO
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    Con grande rincrescimento, non ho potuto partecipare alla assemblea “Per la Sinistra”, ma ho gioito “irrazionalmente” – questo avverbio è la motivazione di questa nota – nello scoprire che il teatro era troppo piccolo per tutti i partecipanti e nell’ascoltare tutto il pubblico scandire “Par-ti-to! Par-ti-to!”. Tutto questo entusiasmo contagioso, questa ansia di unità a sinistra cozza, tuttavia, con la frenata di Nichi Vendola e dei suoi compagni di area nel PRC e di altri esponenti politici, a dar vita da subito al nuovo partito, anche se bisogna affrontare nuove sfide, costruire nuovi modelli culturali, organizzare nuove lotte in difesa dei lavoratori e dell’ambiente. Ho usato quattro volte l’aggettivo “nuovo” per rimarcare come l’innovazione sia la cifra cui bisogna riferirsi in questo processo. Si tratta, però, di capire perché ciò sia difficile e perché tanti compagni considerino immaturo il processo costituente.
    Da fisico teorico, ho potuto imparare come l’atto razionale più difficile che possa compiere l’uomo sia l’accettazione della realtà. In Fisica, il tempio della razionalità, spesso ci sono voluti geni del calibro di Galilei o Einstein per insegnarci a rinunciare ai nostri pregiudizi, per “ammettere” l’evidenza schiacciante dei fatti. Cioè la verità, che è quasi sempre scomoda e anticonformista, un comunista la diceva addirittura rivoluzionaria.
    Ciò è tanto più vero in politica, perché chi fa politica con passione vorrebbe cambiare il mondo. Così, spesso e inconsciamente, egli travisa i fatti, cercando di accomodarli al proprio disegno di futuro: il mondo come ci piacerebbe che sia – il sogno, dunque – invece della realtà nuda. E così si ragiona col cuore, purtroppo spesso pure con lo stomaco, si perde lucidità, si diventa faziosi. Ci si annulla nel partito o nella mozione per trasformare opinioni in certezze granitiche, per annegare i propri dubbi nelle semplificazioni collettive. Per autodifesa si costruiscono meccanismi identitari, spesso inutili, a volte dannosi. Niente di più irrazionale, ovviamente. Naturalmente razionalità ed irrazionalità convivono in noi. Da questo punto di vista la richiesta “partito sùbito” è irrazionale, significa buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma l’ostacolo qual è? E – ben più importante – ha l’ostacolo motivazioni razionali?
    Mi sento di poter fare una affermazione assolutamente incontrovertibile: “È del tutto evidente che non si può fare un nuovo partito fintantoché chi dovrebbe costruirlo sta in un altro”. Questo rimarca una profonda contraddizione dei compagni dell’area Vendola, ma ci sono pure esponenti di Sinistra Democratica, che in vista delle elezioni europee ed amministrative, vorrebbero capitalizzare un tesoretto “virtuale” dell’1,3%.
    Ora, rinunciare al proprio partito per il nuovo che ancora non c’è, significa rinunciare ad una parte di sé stessi, della propria identità per un futuro incerto. Per un militante o dirigente di partito significa rinunciare a tanti anni di duro e appassionato lavoro. Di più: significa ammettere che tale lavoro è stato inutile, che non è servito a cambiare il paese e la condizione sociale dei lavoratori, delle donne; a salvare l’acqua, l’aria, il territorio, la salute pubblica dalla predazione del capitalismo. Il cuore, lo stomaco, la paura del futuro e, quindi, l’irrazionalità fanno dire di no.
    Ma la cruda e drammatica realtà dei fatti è che:
    a) ogni sette ore un lavoratore muore sul lavoro;
    b) l’8% della popolazione possiede il 45% delle risorse del Paese;
    c) un terzo della popolazione ha problemi di sussistenza;
    d) un milione di lavoratori perderanno il lavoro nel 2009 ed in più c’è la piaga sociale del precariato;
    e) ogni pochi minuti c’è una donna subisce violenze e le donne possono essere perfino dileggiate e strumentalizzate dal governo;
    f) il consumo (e lo spreco) del territorio è il più alto d’Europa, mentre le nostre politiche ambientali sono da sottosviluppo, anzi riusciamo a frenare l’Europa sul 20-20-20, e riparliamo perfino di energia nucleare;
    g) è normale prassi la discriminazione fra sessi, razze, ceto sociale e perfino per religione ed opinioni politiche;
    h) l’informazione non è libera – tant’è che sabato scorso il Tg1, non Libero o la Padania, ha dato notizia dell’assemblea dei Verdi e della querelle Ferrero-Sansonetti ma non dell’assemblea dell’Ambra-Jovinelli -;
    i) nessun partito parlamentare ha il coraggio di ammettere il fallimento del modello di sviluppo neo-liberista della crescita infinita;
    j) il Vaticano può pretendere politiche omofobiche a livello mondiale e soldi per le sue scuole, da togliere alla scuola pubblica;
    k) la scuola e l’università diventano sempre più lo strumento per consolidare i privilegi sociali anziché fornire gli strumenti per abbatterli;
    l) l’escalation delle guerre e del terrorismo e delle spese militari;
    m) l’assenza di una opposizione incisiva, perché a quella attuale manca una visione del futuro alternativa, una alternativa di sinistra, appunto;
    n) il sindacato è lacerato ed in grande crisi di credibilità;
    o) tutto quello che non è possibile elencare qui.
    Razionalità impone a chi aborrisce questa realtà di lottare per cambiarla, di coordinare le iniziative di lotta, di trovare tutte le sinergie nascoste, invece di mettersi in competizione per poter affermare “abbiamo ragione noi”. Invece ci si prepara ad affrontare i prossimi appuntamenti elettorali con una competizione fratricida.
    È duro ammetterlo, lo so, ma questi sono i fatti: il paese dell’elenco non è quello che avevano immaginato e sperato Gramsci, Togliatti, Berlinguer, Di Vittorio e tutti gli altri padri della repubblica. Un elenco come quello è la prova del fallimento della sinistra italiana, più ancora della tragedia elettorale del 14 Aprile. È questo feroce autolesionismo o presa di coscienza della realtà?
    Prendere coscienza della realtà, da parte dei compagni di Rifondazione per esempio, vuol dire ammettere che son passati quasi vent’anni dalla nascita del loro partito e non s’è potuto rifondare granché. E discorsi analoghi valgono per il Pdci e pure per Sd. Accettare la realtà significa comprendere che i partiti del ventesimo secolo sono inadeguati, culturalmente ed organizzativamente, alla complessità delle battaglie politiche del ventunesimo secolo. Ciò non perché il comunismo od il socialismo non possano a combattere il capitalismo sul piano dottrinale, ma perché soccombono nella prassi, nella quotidiana ricerca del consenso; perché i loro interlocutori diretti, le classi più deboli, sono succubi del consumismo; perché l’invasività dei media ci corrode tutti, compresi noi, militanti di sinistra. Così i militanti hanno ancora bisogno del partito–mamma, che consola delle sconfitte, che dà coraggio, e ci fa vincere, nel gruppo e con il gruppo, la solitudine, la paura del nuovo.
    Tuttavia sinistra e razionalità dovrebbero essere sinonimi, altrimenti dopo l’idealismo non sarebbe mai arrivato il materialismo scientifico. E razionalità, a fronte dei problemi sociali e politici su elencati, dice “Partito unico, adesso”. La frenata dell’area Vendola viene dal fatto che questi compagni pur ravvisando sul piano razionale la necessità di un nuovo modello culturale ed organizzativo, non vogliono essere accusati di scissionismo – peccato mortale, questo. Il fatto è che non sanno rescindere il cordone ombelicale dal loro partito-mamma, cedono all’irrazionalità, alle loro paure. Per molti, ancorché obbligata, non è ancora matura la scelta fra il nuovo che può riuscire ed il vecchio che ha fallito (ma non si può dire). Siamo noi di Sd che dobbiamo creare le condizioni per cui questa scelta – obbligata sul piano razionale – avvenga presto, e riesca a coinvolgere anche coloro che, delusi dalla nostra inettitudine, sono rimasti lontano dalle urne o hanno guardato al centrodestra. Sempreché anche per noi la scelta sia facile.

  121. ANTONELLA MARRONE: AMICI DELL'AMBRA, PER FAVORE NON RIPETETE GLI ERRORI DEI PARTITI. said

    LIBERAZIONE

    Riflessioni critiche sull’assemblea dell’associazione per la sinistra.
    *********************************************

    Amici dell’Ambra, per favore
    non ripetete i riti dei partiti.
    ********************************

    Antonella Marrone.
    ******************

    «Facciamo capire ai leader dei partiti e partitini della sinistra che non è più tempo di tatticismi, di attese, di indugi, di sospetti, di doppiogiochismi, di dubbi, di timori: il paese ha bisogno di un grande partito della sinistra, i cittadini che hanno a cuore le battaglie per un Paese più solidale, più giusto, più democratico, più libero, più pacifista, più ambientalista, più egualitario ce lo chiedono. Non è più il momento di assecondare tatticismi e piccoli vantaggi di bottega: ognuno deve avere il coraggio di mettersi in gioco e scommettere tutto creando un nuovo partito unitario della Sinistra.
    La Sinistra può risorgere, tocca a noi far sentire la nostra voce».
    Delusione. Questo è il sentimento che molti, anzi direi tutti abbiamo provato uscendo dal teatro Ambra Jovinelli. Per un attimo ci si aspettava che avvenisse il miracolo quando Vendola e Fava si erano appartati e invece… nulla. A me l’associazione sta stretta soprattutto dopo aver visto quell’entusiasmo. A Febbraio che lo vogliano o no non sarà costituita un’associazione ma un partito perché questo vuole la base. Mentre si pensa ai tatticismi in Italia la gente viene licenziata, non le viene rinnovato il contratto e subisce le angherie peggiori (da anziani con social card a trans uccisi barbaramente).
    Sono tempi bastardi e non si aspettano i tempi biblici della politica. Abbiamo 2 mesi per costruire la massa che a Febbraio non griderà soltanto partito ma lo farà. Aiutatemi a raggiungere il maggior numero di aderenti possibili».

    Due, solamente due, tra i tanti gruppi che in rete si “affidano” alla costituente di sinistra, a questa onda per niente anomala di chi ha superato l’età universitaria, ma non ancora quella delle passioni. Un’onda, al contrario, tipica, formata da quei tanti che guardano a sinistra, non trovano granché e si mettono insieme per reclamare un posto nel mondo della politica. All’Ambra Jovinelli, lo scorso sabato, è andato in scena qualcosa di nuovo, su questo non ci sono dubbi. Nella forma e dunque nel contenuto. Interventi a sorteggio e tre minuti, niente leader imposti e via così. Il che equivale a dire: me ne infischio delle correnti, dei partiti costituenti, se quella o quello hanno più séguito di un altro. Questa “ala” di sinistra si sta sforzando per imprimere i primi sussulti di un volo. È evidente. Come è evidente che c’è chi spinge per fare subito un partito e chi, invece, vorrebbe avere più tempo per arrivare in profondità. Ci sono stati 50 ottimi interventi, un filo li univa: il bisogno di ricostruire. Ricostruire la sinistra. E non si fa in un giorno, neanche in cinque mesi. Probabilemte si tratta di “ricostruire” generazioni di bambine e bambini. Si tratta di educare: su laicità, migrazione, giustizia, generi sessuali, lavoro.
    Urgenza, dunque, ma anche applicazione certosina sul territorio. Le due cose possono andare insieme, possono parlarsi? Perché no. Ad una condizione, probabilmente: che non si ripresenti il già visto e il già sentito. Non è facile. Non è facile dire, pronunciare la parola “partito” in un modo nuovo, in modo che non assuma subito quel sapore di tenera anticaglia della politica. Certo, bisognerà pur “dirlo” in qualche modo. Come “declinare” le forme di questa parola che non ha eguali ma che dovrà esprimere il “nuovo soggetto politico”? Si declinerà nelle forme, nei modi del fare. Come abbiamo visto all’Ambra Jovinelli. Ma, per favore, senza “noi” e “loro”(noi di Sd, noi vendoliani, noi verdi, noi ex qualcosa…) senza discriminanti di provenienza, senza i soliti balletti su chi decice che cosa. È un grande, grandissimo sforzo, soprattutto per chi di mestiere fa politica, per quegli “apparati” che esistono e che di politica vivono. Ma non c’è incompatibilità, nessuno chiede fusioni, né incomprensibili arcobaleni. Del resto, siamo così certi che le elezioni europee siano una priorità? Non converrebbe dedicarsi alla tante amministrative, ai territori in cui possono essere sperimentate soluzioni alternative alle antiche alleanze partitiche? Lo stesso sabato dell’evento Ambra, in televisione hanno dato la notizia delle migliaia di gazebo del Pdl allestiti nelle piazze italiane per la scelta dei delegati al congresso unitario del Pdl previsto per la metà di marzo. Su un totale di 6.000 delegati, 3.100 saranno scelti dai cittadini che andranno ai gazebo per esprimere le loro preferenze mentre gli altri verranno scelti secondo le regole interne dei partiti. Una pratica certamente prepotente, impressionante contraltare, però, alla teoria della Sinistra. Un dato su cui non ci farebbe male riflettere.

    16/12/2008

  122. GUIDO ALLEGREZZA: QUELLA STRANA VOGLIA DI DEMOCRAZIA said

    Quella strana voglia di democrazia.
    ***********************************
    Guido Allegrezza
    ****************

    Non ce l’ho fatta ad essere all’Ambra Jovinelli, il solito malanno di stagione che ti colpisce nel momento meno opportuno, proprio al vertice degli impegni seguiti con tanta cura e passione ha vinto e mi ha tenuto a casa. Ma ho seguito i lavori sul sito, che sta finalmente prendendo decisamente la piega di un accogliente punto di ingresso per il nuovo mondo che a sinistra stiamo faticosamente cercando di immaginare, sperando di poterlo un giorno costruire. Un sito che diventa sempre più “servizio” e perde la sua veste di “voce istituzionale”, per lasciare spazio al dibattito, alla presentazione di tanti punti di vista su tanti aspetti della realtà, rispecchiando esattamente Sinistra Democratica: un movimento politico in cammino. Con tutte le sue contraddizioni, i suoi immancabili attriti e con gli inevitabili conflitti che sono generazionali e culturali.
    L’emozionante formula scelta per dare voce ai mille pilastri del nostro movimento è stata un’esperienza forte, guidata dal genio di Moni Ovadia, che Sinistra Democratica non ringrazierà mai abbastanza per il suo impegno. Un’esperienza che ha rivelato a tutti quello che dalle nostre parti militanti e simpatizzanti hanno già detto a gran voce in passato e continuano a dire, ribadendolo in modo convinto e appassionato: noi CI SIAMO, la BASE c’è, che si faccia quello che è inevitabile fare. Che si fondi il partito, che si faccia la sua “Costituente Programmatica”, come punto di sintesi delle idee, delle proposte e delle istanze della base. Ma che si faccio ORA e con chi VUOLE ESSERCI: basta indugi, basta incomprensibili silenzi, basta complicità ammiccanti, basta PERDERE TEMPO.
    E’ singolare come alcuni dei leader che più si sono impegnati in questo progetto rimangano attoniti e titubanti di fronte alla potenza di questa passione. Verrebbe da chiedersi se riescono a percepire quanto DOLOROSI siano attendismo e incertezza attraverso i quali si disperde l’energia preziosissima che i militanti continuano, nonostante tutto e incessantemente a profondere. E si vorrebbe ascoltare l’unica risposta plausibile, razionale e coraggiosa che si dovrebbe dare: stanno costruendo il nuovo partito. Ma è evidente che così non è: se così fosse, le voci che si sono levate ieri per scandire “Partito! Partito!” non ci sarebbero state. Esse hanno dunque evidenziato un deficit di ascolto che deve essere rapidamente sanato e recuperato. Se è vero che c’è tutta questa voglia di fare, che cosa sta succedendo? L’energia e l’impegno dei militanti trova riscontro e rappresentanza nei gradini che conducono dal più piccolo circolo alle sedi nazionali?
    Non mi so dare una risposta valida a tutti i livelli. Ma ho paura dello stesso interrogativo che ho sollevato, con l’idea che sia proprio lo spettro che ci perseguita: al di là delle forme e delle procedure, noi che ci chiamiamo Sinistra Democratica, siamo capaci di interpretare il senso e l’essenza stessa della democrazia all’interno del nostro movimento? Siamo capaci di aprirci all’ascolto e al dialogo, pronti a fare della volontà degli altri un mandato politico interpretato con convinzione, trasparenza e fedeltà?

  123. TONINO SCALA: COSTITUIAMO I COMITATI DI BASE PER IL PARTITO DELLA SINISTRA. said

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    Costituiamo i comitati di base per il partito della sinistra.
    *************************************************************

    TONINO SCALA
    ************

    Alle forze politiche che fanno parte del centro sinistra e che non si riconoscono nel Partito Democratico, chiedo di convocare al più presto un tavolo per capire come e in che modo presentarci ai prossimi appuntamenti con le urne.
    Le scelte sbagliate del Partito Democratico ci stanno portando a perdere, alla luce anche di quanto accaduto in Abruzzo e in virtù di ciò che ci chiede la nostra gente dopo l’incontro di sabato all’Ambra Jovinelli è il momento di lanciare dei comitati di base in tutte le realtà italiane per dar vita ad un soggetto unico della sinistra. Un soggetto politico che parti dal basso. E’ giunto il tempo di passare dalle teorie ai fatti dando vita concretamente ad un soggetto vero, ampio, grande, che organizzi una nuova partecipazione di popolo alla vita politica e al governo della cosa pubblica. Penso ad un soggetto a sinistra che risponda alle esigenze di nuovo protagonismo dei cittadini che rilanci la politica come luogo del servizio all’interesse generale. E’ questo l’impegno su cui tutti dobbiamo essere proiettati e da subito. Alle forze politiche che guardano a sinistra spetta oggi il compito di interpretare il sentire comune del nostro popolo.È tempo di colmare le distanze, di liberare menti e talenti, di ascoltare gli esclusi e farli partecipare. E’ tempo di una nuova sinistra che esca dagli schemi del novecento. Impegniamoci veramente per un soggetto radicato, popolare, diffuso sul territorio, aperto e plurale.
    Un soggetto che vuole esserci per cambiare. Un soggetto che rappresenti il lavoro. Un soggetto davvero comunista, davvero socialista, davvero pacifista, davvero ambientalista. Un soggetto che fa una scelta di campo nella società, che sceglie chi e quali valori vuole rappresentare.
    Alle forze politiche che fanno parte del centro sinistra e che non si riconoscono nel Partito Democratico, chiedo di convocare al più presto un tavolo per capire come e in che modo presentarci ai prossimi appuntamenti con le urne. Al di là dei nomi in campo io chiedo di aprire un ragionamento ampio, serio e serrato per costruire un nuovo e rinnovato centro sinistra.

    *Capogruppo Sd regione Campania

  124. CARLO FLAMIGNI: SENZA LAICITA' LA SINISTRA NON SARA'. said

    Senza laicità la sinistra non sarà.
    **********************************
    CARLO FLAMIGNI
    **************
    Ho partecipato, sabato 13 dicembre, all’assemblea della nuova sinistra che si è tenuta a Roma e che ha inaugurato un metodo molto democratico e altrettanto utile per prendere decisioni su come uscire dall’attuale vicolo cieco (un movimento che vuole diventare partito ma che, almeno per il momento, cammina sul posto, come negli esercizi militari): fare uscire le idee e le proposte dai partecipanti, in tutta autonomia e spontaneità, mettendo i probabili dirigenti di domani dalla parte di chi ascolta. Ero, debbo ammetterlo, di umore aggressivo: la Congregazione per la dottrina della fede (una volta si chiamava, a pieno diritto, Inquisizione) aveva appena pubblicato l’Istruzione Dignitas Personae che fa – sembrava fisicamente impossibile – ulteriori passi indietro rispetto al Donum Vitae e ripete tante volte “no” da far pensare a una improvvisa crisi di balbuzie; i giornali non avevano commentato questa ulteriore pioggia di proibizioni o, come Repubblica, avevano per il momento affidato il giudizio a Joaquin Navarro Valls, il comunicatore del precedente Pontefice, un disastro. Una volta entrato in teatro, i cattivi pensieri se ne sono rapidamente andati: molta gente, molti giovani, molto entusiasmo, molta voglia di fare un partito, con predilezione per il presto molto più che per il bene. Se dovessi riassumere in poche parole le sensazioni che ho provato userei entusiasmo, passione politica, voglia di ricominciare, un po’ di delusione per i tempi troppo lunghi. E’ stata una bella esperienza e penso che la maggior parte di noi ne sia uscita con un po’ di ottimismo in più e con la voglia di darsi da fare. Non essendo intervenuto, ho pensato di scrivere qui le ragioni del mio – momentaneo e molto modesto – dissenso.
    Gli interventi sono cominciati alle 2 del pomeriggio e li ho ascoltati tutti con attenzione fino alle 5, quando ho lasciato il teatro per andare a prendere il treno. Ebbene in quelle tre ore – interventi rigorosamente contenuti in 3 minuti – nessuno, ad esempio, ha pronunciato la parola laicità. Un caso? Può darsi, ma stento a capire come si possa costruire dal nulla (o quasi) un nuovo e moderno partito di sinistra, dimenticandosi della laicità, una parola che non ha a che fare soltanto con la separazione dei poteri, ma riguarda i diritti civili, l’uguaglianza, l’esclusione di tutti i poteri forti dalla gestione democratica della cosa pubblica, l’accettazione del diverso da noi, la costruzione di quelle isole per stranieri morali nelle quali accogliere i nuovi cittadini per trovare modalità di convivenza e punti di condivisione sui più importanti conflitti morali che attualmente ci sembrano insolubili; laicità significa capacità di compassione e rifiuto della pietà, tolleranza e non sottomissione, condanna severa di ogni forma di corruzione, soprattutto se il corrotto è un amministratore o un uomo politico. E significa molte cose ancora che per ora (per ora, non illudetevi) vi risparmio.
    Molti altri temi di grande rilievo politico e sociale sono stati appena sfiorati: certamente non c’era tempo, molto probabilmente non erano quelli il luogo e il momento adatto, ma credo utile ricordarne alcuni. Penso ad esempio che sarebbe opportuno esercitare un minimo di autocritica sul nostro passato, lo scetticismo organizzato non riguarda soltanto la scienza e gli scienziati: siamo stati noi, se non sbaglio, a non saper risolvere il problema del conflitto di interessi, è nostra la colpa se i lavoratori di questo paese hanno i salari più bassi e la percentuale di incidenti mortali più alta rispetto al resto d’Europa; è colpa nostra se neppure uno dei tanti temi “eticamente sensibili” è stato risolto in modo dignitoso e se i diritti delle persone sono così spesso disattesi; è anche colpa nostra se la sanità non è equa, le Università sono intasate da cervelli bolsi, la scuola pubblica è in grave declino, la ricerca scientifica non riceve finanziamenti adeguati, tante chiacchiere e così pochi brevetti, tanti ricercatori e così pochi trovatori; e poi gli irreparabili danni all’ambiente, la magistratura aggredita un po’ ovunque, lo Stato che si dilegua di fronte ai poteri mafiosi, il ritorno dei fascisti nelle piazze. C’è qualcuno che possa affermare che durante gli anni del governo delle sinistre questi problemi sono stati almeno oggetto di una maggiore attenzione?
    Posso, purtroppo, continuare: i grandi problemi del pianeta, come quello della fame, non hanno avuto neppure un tentativo di risposta quando eravamo noi a governare; abbiamo perso – e sarà molto difficile recuperare in avvenire – la battaglia dell’informazione e una democrazia disinformata è una democrazia imperfetta e fragile che non capisce niente di diritti, doveri, interessi reali, interessi fasulli, imbrogli, valori e disvalori. E poi, credo che dovremmo spendere almeno un po’ del nostro tempo a ragionare su come formare i nuovi quadri per il nuovo partito, senza timore di impantanarci nell’utopia, ci penserà poi la pratica politica a ridimensionare le nostre speranze e a rivedere i nostri obiettivi. La sinistra è stata ed è devastata dal potere delle famiglie politiche, come facciamo a liberarci di questa pericolosa infezione ? Dovremmo imparare (certo, so quanto è difficile) a distinguere tra l’impegno politico che nasce da una passione e da una scelta oblativa e quello che prende origine dall’ambizione, dovremmo ragionare sulle cause della corruzione di tanti uomini politici con i quali abbiamo avuto comunione di vita e di lavoro e della cui onestà ci sembrava di poter giurare, sulla disonestà di alcuni giornali e di alcuni giornalisti, ma senza dimenticare l’onestà e la incorruttibilità di tanti; dovremmo chiederci perché in Parlamento abbiamo mandato tanti uomini mediocri e, peggio ancora, tanti voltagabbana, tanti ignavi, tanti opportunisti. E’ un elenco incompleto, ma è già un primo elenco di temi che non possono essere disattesi e senza aver risolto i quali sarebbe a mio avviso imprudente procedere verso scelte concrete e definitive. Certo, sono d’accordo sul fatto che dobbiamo far presto, la gente più fragile della nostra società non ha rappresentanza in Parlamento e non ha più un partito politico di riferimento Ma non penso a tempi lunghi: su tutti questi temi, pragmaticamente e rapidamente si possono discutere e approvare linee guida che tutti noi dovremo poi impegnarci a rispettare.

  125. LUIGI CRISPINO: IO HO UN PARTITO E TU NO ! said

    Io ho un partito e tu no!
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    Luigi Crispino
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    Vogliamo sperare che non sia questa la conclusione dell’ennesimo “viaggio della speranza” che abbiamo fatto il 13 dicembre scorso a Roma.
    Nel teatro Ambra Jovinelli forse è passato sottogamba un episodio che è successo in platea sul finire della manifestazione.
    Bruno, Sinistra Democratica della provincia di Lecce, 45 anni di militanza e lotta politica sulle spalle ad un certo punto si è spazientito. Bruno voleva andarsene da Roma con qualcosa in mano ed ha gridato verso i dirigenti mescolati in sala con i comuni compagni: “Tirate fuori gli attributi e fatelo questo cavolo di partito della sinistra”.
    Vicino a Bruno c’era, l’ex segretario del PRC Franco Giordano che indisposto gli ha risposto: “Io un partito ce l’ho, sei tu che non ce l’hai”. A quel punto Bruno non ha visto più ed è andato giù duro con le espressioni colorite: Bruno gli ha detto che mentre qualcuno faceva il comunista in parlamento, lui lo ha fatto per strada prendendo botte e denunce.
    Un pugno di ore prima a settecento chilometri di distanza, Gilberto, studente di scienze politiche all’Università del Salento, insieme ad altri colleghi dell’UDU voleva manifestare il suo dissenso verso la morte della scuola pubblica, durante l’inaugurazione dell’anno accademico a Lecce. Ma la polizia è intervenuta e ha strappato di mano lo striscione e tre studenti sono finiti in questura per essere identificati.
    Mentre nel paese si fa strame delle più elementari libertà, qualcuno pensa di avere ancora un partito. È evidente che questo qualcuno non ha capito cosa è successo nell’aprile del 2008. È evidente che mentre nei circa cinquanta interventi della famosa “base” che si succedevano sul palco del teatro Ambra, che dicevano solo una cosa, qualcuno dei dirigenti dei partitini extraparlamentari pensava qualcosa d’altro.
    Tutti gli interventi (tranne uno di una compagna che ha detto: “Attenzione col partito unico subito, perché la gatta frettolosa -frettolosa ha detto proprio frettolosa- fa i figli ciechi”, che perciò è stato l’unico intervento fischiato), alle primarie delle idee hanno chiesto alla “burokratia” di fare un passo indietro. Insomma di farsi da parte e dare spazio a quella classe dirigente che c’è a sinistra, che è giovane, soprattutto nelle idee, appunto, e che non ce la fa più a correre dietro a simboli; che la falce e il martello non serve se devono darsi randellate sugli attributi, o peggio ancora, ad evirarsi, come dice Bruno. Ma se questo era invece il pensiero di Giordano e dell’area vendoliana di rifondazione che ci siamo andati a fare a Roma? Perché qualche dirigente di qualche partitino della sinistra extraparlamentare non è salito sul palco per dire quello che ha detto Giordano, al compagno Bruno. Non c’era bisogno di tre minuti, ma sarebbero bastati tre secondi per chiarire la riserva mentale: “Compagni, noi un partito già lo abbiamo, venite dentro il nostro partito e facciamo fuori Ferrero”. Ma il nostro problema non è Ferrero. Ferrero è un problema per se stesso, non per noi, non per quei ragazzi dell’ateneo di Lecce ai quali è stato impedito di dissentire, di manifestare il loro pensiero, ai sensi dell’articolo 21 della costituzione che qualcuno vuole manomettere. Il nostro problema è se domani staccando la spina alla sinistra, che è in coma, non sappiamo quanto reversibile, vivremo in uno stato di diritto. Il problema di quei ragazzi è che non hanno un riferimento politico che possa portare non sull’isola dei famosi, ma in parlamento il loro dissenso.

    *Segretario SD Alliste (Lecce)

  126. ROSA ALBA: PENSIAMO AL PAESE E PARTIAMO SUBITO said

    Pensiamo al Paese e partiamo subito

    Rosa Alba

    Ieri sono arrivata all’Ambra Jovinelli con la paura di chi vorrebbe fortemente che qualcosa accadesse ma non ne ha la certezza, un po’ come il primo appuntamento con l’uomo che ti piace.
    Sono arrivata presto per poter prendere un posto sperando che alla fine quest’attesa fosse necessaria perché diversamente non avrei trovato un posto libero, ed è stato proprio così. La sala si è riempita fino al punto che i vigili del fuoco ogni tanto dovevano intervenire per sgomberare i corridoi. Poi l’assemblea meravigliosa, non la solita passerella dei big ma gente estratta a sorte che ha potuto dire la sua. Tanti giovani, circa cinquanta interventi di una forza politica immensa, insomma tutto perfetto, quasi una consultazione popolare, gente che ha gridato a gran voce: pensate al Paese e partiamo ora, subito… UNITEVI!!!
    Poi le conclusioni, e come nei film molto intellettuali, quelli che in pochi capiscono, dove non c’è mai un lieto fine, c’è stato comunicato che dovremo ancora vederci a gennaio, poi a febbraio e lì scopriremo se ci sarà la possibilità di unirci.
    Credo di interpretare il sentimento di molti in quella sala: “profonda delusione”.
    Avremmo voluto sentire per tre minuti Claudio Fava, Vendola, la Francescato, la Belillo. Dopo tante richieste la loro opinione era dovuta.
    La certezza è che, mentre noi aspettiamo che i dirigenti di Rifondazione cerchino la quadra all’interno del partito e valutino le convenienze, il Paese va avanti. Gli studenti, le insegnanti, i bidelli, i precari, i poveri, gli ammalati si organizzeranno malgrado noi. Per questo ieri mi sono tanto arrabbiata e chiedo a Claudio Fava di procedere con chi ci sta senza ulteriori indugi, non possiamo perdere di vista il motivo per cui siamo nati: unire la sinistra per dare una nuova speranza al Paese, unire la gente e non il ceto politico. La paura è tanta, ma è necessario mettersi in gioco. Abbiamo un esempio di questi giorni: la CGIL da sola ha sfidato il Governo e ha vinto. Noi dobbiamo ancora provare ad aggregare gli altri, ma se non è possibile dobbiamo andare avanti da soli o con chi è disposto a rompere gli indugi subito.
    Lo so che il rischio è grande, ma molti di noi le personali convenienze le hanno lasciate rifiutandosi di entrare nel Pd, consapevoli che se in gioco c’è l’interesse e il bene del Paese, la posta vale la candela.
    Non devo elencare qui le difficoltà e le fatiche che ogni giorno ci sobbarchiamo nei territori e nella amministrazioni per portare avanti il nostro progetto, è esperienza comune di ognuno di noi. Lo facciamo per scelta e sappiamo che le sfide si possono vincere o perdere. Ma non siamo più disponibili a restare afoni, immobilizzati da un’attesa incomprensibile, insomma non vogliamo perdere la partita a tavolino per non essere entrati in campo. E’ una responsabilità nei confronti dei tanti compagne e compagni che ci seguono che non sono disponibile ad assumermi.

    * Sd Lazio – Vice Sindaco di Pomezia (RM)

  127. nonviolento said

    Beh adesso basta, sono sinceramente stufo e un po’ scoglionato da queste continue accuse da parte di troppi di SD. Questa falsa divisione fra i puri di SD che vogliono l’unità e i tattici ed impuri di RPS (anzi Rifondazione, non si usa nemmeno più il riferimento ad RPS, ora siamo di nuovo tutti uguali) che invece attardati dalle loro manovrine iperpoliticiste fanno naufragare il sogno. Fatela finita, creare divisioni in questo momento è stupido e suicida. Che ne direbbero i/le compagni/e di SD se scrivessi io e tanti altri di RPS che tutta questa accelerazione sa di politicismo sfrenato e guarda solo alle elezioni sia amministrative che europee? Potrebbe essere una accusa più che sensata, visto che è Fava che ha parlato di questo, è sempre Fava che si è detto deluso , e da quando lui ha parlato come tanti bravi soldatini ecco che arrivano a raffica gli articoletti degli altri. ma nessuno di noi lo hamai fatto, nessuno di RPS si è mai sognato di dividere il popolo che vuole il partito fra i buoni di una parte ei cattivi dell’altra. Solo nelle cose scritte dalla Bandoli ho ritrovato sensatezza. Facciamola finita, tutti vogliamo la stessa cosa, ma qualcuno sta cercando di imporre una accelerazione che più che al desiderio del popolo della sinistra sembra dovuta a propri interessi particolari di tattica, questa si sembra vera, per le elezioni. Sinceramente azioni di questo tipo non fanno presagire nulla di buono, è successo, per la prima volta, che le opinioni su certe scelte non siamo in contrasto, ma solo divergano un poco e già si costruiscono fantasie su buoni e cattivi, facciamola finita tutti e invece di continuare a scrivere sciocchezze impegnamoci nei territori, facciamo lavoro sociale, costruiamo proposte unitarie di buona epulita amministrazione, avviciniamo più gente possibile, creiamo l’associazione in ogni zona del territorio italiano ed allora senza buoni o cattivi, senza puri ed impuri il partito sarà lì , già bello e fatto.

  128. RINA GAGLIARDI said

    Rina Gagliardi
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    Vorrei ricordare un grande giornalista comunista scomparso pochi giorni fa: Sandro Curzi, che diresse per sei anni “Liberazione”. Forse la nostra memoria collettiva sta diventando sempre più corta, visto che ci siamo dimenticati di ricordarlo. Curzi ha dato moltissimo alla nostra impresa: era il giornalista forse più popolare e prestigioso della sinistra, ma non ebbe dubbi sul venire a darci una mano in un momento drammatico (la scissione del ’98 dopo la rottura col governo Prodi). Tra i suoi lasciti indiscutibili, l’autonomia di “Liberazione”, la sua battaglia indefessa per farne un “giornale vero”. Oggi questa autonomia, mi pare, viene messa in radicale discussione. Con un’accusa “pesante”: il giornale perseguirebbe una linea alternativa a quella del Prc, ovvero della maggioranza che oggi guida il Prc. Mi pare un’accusa grave e infondata. Come fa il giornale a sostenere un’alternativa a una proposta che, come tale, come ipotesi unitaria e riconoscibile, non c’è? Nella maggioranza, e all’interno dell’attuale segreteria nazionale, si sostengono linee politico-strategiche molto diverse: si va dall’autosufficienza del Prc all'”unità dei comunisti” (col Pdci), dalla Federazione delle sinistre al coordinamento delle medesime. Sul piano tattico, si va dallo stare (concreto) in tutte le giunte alla proposta di uscire da tutte le amministrazioni locali. Quanto alla cultura politica, non si capisce più quale sia quella prevalente e quella che incarna il sostantivo cruciale – la rifondazione: tra richiami al Kke greco al rimpianto del muro di Berlino, sembra di esser tornati indietro di diversi lustri. Può darsi che tutto questo sia uno scotto da pagare alle difficoltà attuali, e che tutto vada letto in chiave di ricerca. E allora: perché vietare a “Liberazione” la sua ricerca, il suo contributo, le sue provocazioni? Ancora più inquietantemente, noto che le accuse al giornale e a Piero Sansonetti sono nella sostanza le stesse che vengono rivolte alla minoranza attuale. Anche le idee e la pratica di “Rifondazione per la sinistra”, dunque, sono incompatibili con questo Prc? Sono illegittime? Se è così, sarebbe bene dirlo con maggiore chiarezza. Chi, come me, ha investito ancora la sua militanza in questo Partito, non potrebbe che trarre tutte le conseguenze logiche da una tale dichiarazione di “non cittadinanza”.

    Sintesi intervento al CPN del PRC del 13-14 dicembre 2008

    FONTE: LIBERAZIONE

  129. GRAZIELLA MASCIA said

    Graziella Mascia
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    Considero un errore politico aver convocato il Cpn dopo che era stata convocata l’assemblea dell’associazione per la sinistra. L’esigenza di ricostruire la sinistra ha bisogno di una ricerca impegnata ad ampio raggio e molti di noi vogliono essere presenti a quell’incontro. Perciò torneremo al Cpn dopo la sua conclusione. La riuscita dello sciopero generale è molto importante, e la scelta della Cgil va molto apprezzata, ma non sarà facile far vincere una linea per uscire dalla crisi che garantisca l’occupazione, aumenti salari e diritti, preveda un intervento pubblico che cambi il modello di sviluppo. Il programma di sinistra europea in questo senso è molto serio, ma la sua possibile efficacia è legata all’azione politica che ogni partito mette in campo. Saremo a Strasburgo a manifestare contro la direttiva orario, dobbiamo sostenere ogni conflitto sociale, ma è necessario un lavoro di lunga lena. Non basta dichiarare ogni momento la nostra autonomia dal Pd, va dimostrata nei fatti, con la credibilità di una piattaforma che tenda all’unificazione del mondo del lavoro, e con un lavoro nella società e nelle relazioni politiche per far vivere la centralità politica del lavoro. La proposta di un cartello elettorale unitario ha questa ambizione. Vorrei conoscere la risoluzione che verrà proposta su “Liberazione”. Considero molto gravi le parole di Paolo Ferrero che accusano il giornale di voler dissolvere Rifondazione comunista. La stessa accusa è stata rivolta ai compagni della minoranza. Allora va chiarito se è ancora consentito avere opinioni diverse oppure no. C’è una lettera su “Liberazione” che accusa il giornale di non dire la verità e strumentalizzare le posizioni del Kke greco. E’ vero il contrario: Synaspismos è l’unico partito che sostiene le mobilitazioni dei giovani e la repressione della polizia è spaventosa, con l’arresto di ragazzini di 13 anni. E il Kke, con il plauso della destra accusa proprio il partito che fa parte di Sinistra europea. Il problema dunque non è “Liberazione”, il problema sta nel partito.

    Sintesi dell’intervento al CPN del PRC del 13-14 dicembre 2008

    FONTE: LIBERAZIONE

  130. BEATRICE GIAVAZZI: IL VOTO IN ABRUZZO said

    LIBERAZIONE
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    Riflessioni sui risultati elettorali e sull’asserzione che siamo andati bene
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    Abruzzo, il Prc e quel voto che non c’è
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    Beatrice Giavazzi
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    Ieri, su “Liberazione”, Gianluigi Pegolo è intervenuto con un’analisi del voto in Abruzzo che già dal titolo, “Primo test importante. Bene Rifondazione la sinistra c’è ancora”, illustra la tesi “positivista” sostenuta dall’autore (che non a caso mette le mani avanti dicendosi certo che la sua analisi provocherà polemiche). Il ragionamento di Pegolo si basa tutto su un punto solo: non è possibile analizzare questo voto comparandolo con tutte le elezioni precedenti perché il solco tracciato dalle elezioni politiche 2008 rappresenta uno spartiacque che rende impossibile ogni altro raffronto. Solo che non è così, come ben sa Gianluigi Pegolo, e di fronte a un risultato per molti versi estremamente problematico non dovrebbero essere concesse furbizie facili, né omissioni di alcun genere.
    La tesi di Pegolo è inconsistente secondo ogni metro di valutazione: elettorale, politico e sociologico. La drammaticità degli accadimenti locali e il tracollo per via giudiziaria della maggiore forza politica del governo abruzzese hanno dato il via ad una vera “rivoluzione comportamentale” dell’elettorato, senza però che ciò abbia comportato la pur minima permeabilità dei due principali schieramenti. Il che conferma una nostra precisa analisi, che Pegolo, nel suo entusiasta ottimismo, tralascia di segnalare: il bipolarismo conferma di aver messo radici profonde nel comportamento elettorale di massa, ben oltre le scelte della politica.
    La risposta al deficit della politica è l’astensione, anche questa di massa (l’affluenza alle urne è stata del 52,97%, percentuale che prima di Obama avremmo definito “americana”) e che attraversa per la prima volta in modo così quantitativamente rilevante l’elettorato. 160.000 abruzzesi, persone in carne ed ossa, rispetto alle regionali 2005, e ben 210.000 rispetto alle politiche 2008, se ne stanno a casa, decidono di non andare a votare. L’astensione rappresenta ormai il terzo schieramento silenzioso (la coalizione di destra riceve 256.968 voti e quella di centro sinistra 242.305 voti) il che dovrebbe spingerci, invece che a brindare felici, a una valutazione drammaticamente impietosa sulla crisi profonda della politica. A partire dalla sinistra.
    In questa desolata cornice vanno inquadrati il crollo del PD e, di diretta conseguenza, il risultato clamoroso di Di Pietro. I voti persi dal PD restano persi. E’ l’astensionismo la scelta prevalente dell’elettorato di un PD travolto dalle vicende giudiziarie che hanno portato agli arresti di un numero consistente di suoi esponenti. Ma si deve altresì affermare che la crisi economica abbattutasi sul lavoro, (i numeri dei cassa integrati, lavoratori senza contratto e giovani disoccupati sono ormai numeri da 6 cifre) sia l’altra faccia della medaglia, e valga anch’essa a spiegare l’astensionismo di massa. Di Pietro, in totale assenza di un progetto alternativo ad entrambi gli schieramenti, si è rivelato il candidato più semplice da scegliere per esprimere protesta e rottura. Il suo successo è il successo dell’antipolitica per eccellenza, del grillismo, del giustizialismo, del populismo funzionale alla destra, che segnano oggi il punto più alto (per ora) di visibilità. Cosa ci sarà da stare allegri lo sa solo Gianluigi Pegolo.
    E arriviamo al “sodo”, cioè al risultato delle forze della sinistra. I voti complessivi della sinistra – PRC, La Sinistra, PdCI, PCL – sono pari a 39.462. Se li confrontiamo con quelli delle regionali del 2005 ma anche a quelli delle Politiche del 2008 vediamo come le azzardate conclusioni “positivistiche”, secondo cui il voto abruzzese segnalerebbe una ripresa della sinistra sono del tutto prive di fondamento. Nel 2005 il Prc, il Pdci e i Verdi ottennero, sommati, 72.109 voti. Nelle politiche di aprile la Sinistra Arcobaleno, sommata a Sinistra critica e il Pcl di Ferrando (senza dimenticare che questi ultimi due soggetti contano quasi esclusivamente un elettorato di provenienza Prc) avevano preso 37.910 voti (per di più in presenza di una spinta fortissima al “voto utile” che stavolta non poteva esserci e anzi è casomai vero il contrario). Da circa 38mila voti a poco più di 39mila: sono queste le cifre reali della “ripresa” della sinistra.
    Il dato politico, inoltre, è laconico e impietoso: nessuna delle forze della sinistra si dimostra in grado di intercettare alcun voto in uscita dal Pd o di strapparlo alla tentazione astensionstica contro la crisi morale della politica. I nostri elettori più “identitari”, quelli che votano solo e sempre per il simbolo, non vanno oltre il 29% dei nostri voti totali. La nostra credibilità resta in piedi esclusivamente in presenza di candidature individuali forti (Acerbo a Pescara ottiene un risultato frutto del suo impegno costante di anni) ma non si alimenta dalla nostra iniziativa politica complessiva.
    Infine, davvero Gianluigi Pegolo pensa di poter passare un colpo di spugna su 43.000 persone che in due anni hanno abbandonato il voto per Rifondazione? Davvero, a fronte di migliaia di elettori persi pensa sia giusto e credibile parlare di “risultato molto positivo del Prc” che “facciamo bene a valorizzare”? Davvero crede che simili risultati, a sinistra unita o divisa, autorizzino un’analisi a sostegno all’incredibile affermazione del segretario Ferrero secondo cui “la Sinistra divisa prende più voti che unita”?
    Forse sarebbe meglio, dopo una riflessione meno frettolosamente propagandistica della sua, provare a riflettere su come oggi sia possibile uscire dalla crisi della sinistra e della politica attraverso una soggettività della sinistra unitaria, capace di elaborare un credibile progetto alternativo di società e di avanzare efficaci proposte tali da incidere concretamente sulla vita di milioni di persone, unica strada per ri-alimentare partecipazione e motivazione per l’elettorato di sinistra.

    *Direzione nazionale Prc

    19/12/2008

  131. LIVIO COSSUTTA: MI AUTOSOSPENDO DAL PRC said

    Lettera aperta al Cpn di un iscritto che si autosospende dal partito

    Vi supplico, smettetela
    con le sterili polemiche

    Da quando ho aderito alla Rifondazione comunista (correva l’anno 1994) iniziando un percorso di impegno militante politico e sindacale ho sempre attribuito alla parola rifondare un preciso significato: costruire su nuove basi.
    L’obiettivo cui pensavo si potesse puntare era un allargamento del partito in relazione sia alle tessere che ai consensi nel medio periodo, attraverso un’apertura all’esterno ed una democratizzazione nei processi interni che diffondessero la cultura della partecipazione ai momenti decisionali e della cittadinanza attiva. Utopia?
    Purtroppo mi rendo conto che gli sforzi generosi di molti sono naufragati nelle secche della contrapposizione tra correnti e mozioni, incancrenitasi in una masochistica guerriglia fratricida di vertice che non ha mancato di contagiare le federazioni ed i circoli, avvelenando il clima tra compagni in maniera spesso irreversibile. Non è più possibile costruire nulla sul territorio e nei luoghi di lavoro su questi presupposti e chi vi scrive rivolgendovi accorato appello di cambiare approccio ne ha fatto e ne sta facendo esperienza diretta, pagando di persona.
    Dispiace constatare che a fronte del recente tracollo elettorale che ha affossato la sinistra l’arcobaleno privandoci di una rappresentanza in Parlamento, anziché favorire l’incontro e la sana discussione sui rimedi per curare una situazione che definire drammatica è riduttivo, il neosegretario nonché ex ministro del Welfare Paolo Ferrero ci mette del suo per alimentare le divisioni e le conflittualità con il serio rischio che il partito imploda e le energie residuali della sinistra si disperdano ai quattro venti a tutto vantaggio delle destre che imperversano inarrestabili dappertutto.
    L’ultima chicca: pensare di poter imporre il bavaglio al direttore del quotidiano “Liberazione” compagno Piero Sansonetti per indurlo ad andarsene! Se l’intenzione non era quella, perché insistere sulla linea dello spoil system?
    Io credo che lo spazio al pluralismo d’opinione sia l’unica cosa che il nostro giornale debba garantire nel rispetto dei propri lettori (che non sono tutti iscritti a Rifondazione!), anche se vendesse soltanto una singola copia e che la direzione del partito non sia legittimata quando intende interferire indebitamente sull’autonomia della linea editoriale adducendo il pretesto del deficit di bilancio.
    Se un qualsiasi organo d’informazione dovesse campare unicamente sulle vendite in Italia ritengo non ne sopravviverebbe nemmeno uno! (Quante copie vende “il manifesto”? Quante copie vende “l’Unità”?).
    O vogliamo invocare la libertà d’informazione solo riguardo ad altri soggetti, sottoposti come sappiamo ad una pressante censura di stampo berlusconiano?
    Temo veramente di questo passo molti circoli si estingueranno, stremati dalla continua mortificazione di una discussione politica che approda al nulla, mentre in Italia c’è chi non sa oggi a che santo votarsi per sopravvivere nel quotidiano!
    Questo una categoria sindacale trattata spesso con sufficienza come la Fiom (dove operano alcuni fra i compagni più tenaci) lo sa troppo bene ed andrebbe sostenuta concretamente nelle sue iniziative spesso solitarie con maggiore incisività.
    Bene ha fatto il compagno Michele De Palma a saltare il fosso dando un segnale forte in tal senso. Esorto vivamente i componenti del Cpn a considerare il fatto che alle prossime elezioni politiche e/o amministrative in molte realtà specialmente periferiche (ma non per questo meno importanti) nelle quali fino a ieri eravamo presenti potremmo non essere più in grado di fare né apparentamenti né liste proprie con il simbolo di Rifondazione.
    Ci mancano gli uomini, ci manca la spinta ideale, ci mancano coerenza e coesione, ci manca una linea politica chiara ci manca una visione d’insieme di ciò che il partito è ed intende essere e fare, ci manca un’identità che non sia prettamente ideologica, ci mancano riferimenti certi, ci manca un’appartenenza, ci manca la schiettezza cristallina di veri leader che siano dei trascinatori con il proprio esempio, ci manca una piattaforma programmatica compiuta ed intelligibile che prospetti un’autentica alternativa di opposizione non solo al governo di centrodestra ma anche all’opposizione taroccata del Pd (che partito non è) oltre la quale esiste soltanto Di Pietro e un’immensa prateria.
    Dalla base vi supplichiamo di smetterla con le sterili e distruttive polemiche su chi deve occupare cosa dandoci finalmente delle chiare indicazioni sul nuovo corso da intraprendere per rilanciare il partito.
    Ascoltateci! Nel frattempo il sottoscritto si autosospende dalla tessera. Auguri a tutti noi.
    Vostro compagno
    Livio Cossutta “Lupo”, Casarsa della Delizia (Pn)
    ex operaio metalmeccanico, ex delegato Rsu Acc Spa Pn, ex Rls nell’azienda medesima, attualmente disoccupato stabile causa licenziamento e scarsa tutela legale

    19/12/2008
    LIBERAZIONE

  132. FAUSTO BERTINOTTI: " IL PARTITO LEGGERO DI VELTRONI E' FALLITO ". said

    LA REPUBBLICA

    BERTINOTTI: ” IL PARTITO LEGGERO DI VELTRONI E’ FALLITO “.

    Umberto Russo.

    “Il partito leggero di Veltroni è fallito. È diventato il partito degli assessori, ecco perché è permeabile ai potentati economici”. Fausto Bertinotti spiega così la questione morale nel Pd.

    Presidente Bertinotti, siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli, che si abbatte sul Pd, oppure si tratta di singoli episodi di corruzione e malaffare?

    “Siamo di fronte ad una crisi di sistema. Investe il Partito democratico semplicemente per la ragione che il Pd, contrariamente a quel che pensano quasi tutti, è la frontiera più avanzata dell’innovazione. Ed è proprio una certa innovazione del nostro sistema la causa prima di quel che sta succedendo”.

    Ma è come nel ’92?

    “La Tangentopoli di allora e i fatti di oggi sono fenomeni diversi, due risposte sbagliate alla crisi della Prima Repubblica. La Tangentopoli del ’92 è fotografata dall’analisi di Berlinguer. I partiti per salvare se stessi occupano tutto, fagocitano lo Stato. Craxi, nella sua chiamata di correo alla Camera, dice: l’ho fatto per salvare i partiti. Che naturalmente non lottano più in nome degli ideali ma provano a sopravvivere attraverso una crescita del loro potere”.

    La Tangentopoli di oggi?

    “E’ quasi il contrario. I partiti diventano partiti del leader e si dissolvono. Nel Pdl, Berlusconi “a machiavella”, come direbbero dalle mie parti per intendere machiavellico, tiene insieme il partito del capo e le singole forze politiche, come la Lega e An. Il Pd invece, in questo senso più innovatore, è il partito del leader allo stato fluido, come direbbe Bauman. Ma la dissoluzione del partito cosa fa nascere? I potentati locali. Senza una reale struttura oligarchica al centro, fragile, si appoggia al partito dei sindaci. Sotto il partito del leader ecco così i potenti locali. Il baricentro del potere si è spostato qui. Comandano gli amministratori”.

    Ma perché la dislocazione “in basso” dovrebbe essere veicolo di corruzione?

    “Non di per sé, ma è la miscela con altri fattori che provoca l’esplosione. Intanto, un rovesciamento dell’etica costituente: oggi l’economia comanda sulla politica, che è sempre sotto schiaffo, tende a farsi gradita alle grandi banche, ai costruttori, agli immobiliaristi, ai potentati”.

    Un fenomeno non nuovo…

    “Aggiungiamo l’ultimo elemento: una vera e propria controriforma del quadro istituzionale. Il Parlamento è svuotato rispetto al governo ma è ancora nulla rispetto a quel che è successo a livello locale. I consigli comunali letteralmente non contano più niente. Le giunte sono un insieme di assessori dotati di potere sovrano. Ogni singolo assessore è fuori controllo: ha una delega dal sindaco, il quale è in grado di intervenire solo sulle cose su cui sta, e non risponde di fatto al consiglio comunale. I centri di potere locali sono così diventati irresponsabili democraticamente. Chiamati ad occuparsi di servizi pubblici ormai privatizzati…”.

    Erano servizi spesso costosi e inefficienti.

    “Non lo nego. Ma quando la mensa degli ospedali era un servizio interno, non da affidare in appalto, il rapporto fra affari e politica era precluso a monte. Lo stesso può valere, che so, per le lavanderie degli ospedali. Oppure per i cimiteri, che ormai non sono più luoghi di culto ma di affari. Il tutto, mentre vengono meno le funzioni pubbliche”.

    In che senso?

    “Perché è diventato così ingombrante il peso di costruttori e di immobiliaristi? Ma perché i piani urbanistici, e quindi il ruolo pubblico, subiscono una revisione attraverso quel che viene definito urbanistica contrattata. Il potere pubblico entra sistematicamente in una contrattazione con i privati, ti cedo una parte del territorio e tu mi fai un’opera. Un ragionamento analogo si può fare per gli inceneritori. Così si è spalancata alla strada alla discrezionalità. Non a caso nessuno degli episodi emersi riguarda il finanziamento illecito ai partiti ma lo scambio diretto fra un dirigente politico dotato di potere amministrativo e un soggetto economico”.

    Il partito degli assessori allora agisce solo per sé.

    “Ma è un’organizzazione del consenso elettorale, ovvero il punto nevralgico del nuovo partito leggero. Privo della forza dell’oligarchia, e senza la forza della pressione di massa, il partito leggero ha come stella fissa la vittoria delle elezioni. Voti non olet. Quello che olet lo fa il potentato locale, che “scherma” il partito. Per questa ragione la sollecitazione a “bonificare”, per quanto sacrosanta, temo sia inefficace. Per bonificare, bisogna mettere mano a quel sistema. Togli una mela marcia e ne marciscono altre dieci. Il contagio è ambientale. La politica non può delegare alla magistratura”.

    Si fronteggiano due modi di affrontare la bufera, vedi Napoli. Il sindaco Iervolino giura sulla sua onestà, rimpasta la giunta e va avanti. L’Italia dei Valori esce a tappeto da tutte le giunte della Campania.

    “Dipende dal livello delle indagini ma ci sono casi in cui non ce la fai comunque. Sulla moralità della Iervolino sono pronto a mettere la mano sul fuoco, ma superato un limite di soglia c’è il problema di come un atto politico viene percepito in una città, in un territorio. Non cedo nulla al populismo ma devi poter ritrovare la parola, e a volte per farlo non resta che una discontinuità assoluta, e il voto. Magari per ripresentarsi. Detto questo, io penso però che bisognerebbe cominciare dal grande per arrivare al piccolo”.

    Dal vertice del Pd.

    “Occorre riaprire la discussione sulle forme di democrazia nel territorio. Per esempio certe grandi opere meriterebbero il vaglio di una consultazione referendaria. L’altra questione è tutta politica”.

    Qual è?

    “E’ il momento di reinventare i partiti democratici, di massa e pesanti. La questione morale dovrebbe essere colta come un’occasione di riforma, che intanto riguarda la sinistra. Se il Pd viene coinvolto, invece di scandalizzarsi bisogna guardare alle cause profonde e pensare ad un vero e proprio big bang. Perché oggi in Italia nella lotta politica la sinistra non c’è, e il partito leggero moderno si è rivelato esposto a rischi cui il vecchio Pci, con tutti i suoi limiti, era immune. Ammettiamo che un ciclo è fallito, senza colpevolizzare nessuno. Serve un nuovo inizio, in cui tutti si mettano a disposizione”.

  133. DANIELA SANTRONI: SULLE ELEZIONI ABRUZZESI SI E' GIA' DETTO TUTTO E IL V CONTRARIO DI TUTTO.... said

    Da LIBERAZIONE
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    Sulle elezioni abruzzesi si è già detto tutto e il contrario di tutto….
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    Daniela Santroni*
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    Sulle elezioni abruzzesi si è già detto tutto e il contrario di tutto…
    Guardando un po’ oltre il nostro naso e provando a vedere se il dito può ancora indicare la luna gli elementi dirimenti da analizzare sono altri. Ognuno di questi elementi genera domande che dovrebbero indicare, a mio avviso, la direzione di ricerca per chi ha ancora l’ambizione di cambiare il mondo e provare ad incidere per trasformare l’assetto capitalistico della società.
    Primo. Avevamo ragione nel sostenere che la crisi della politica avrebbe travolto in primo luogo le forze di centro-sinistra. Avevamo ragione a dire che l’antipolitica non era finita e che diventa sempre più complicato porre degli argini. L’Abruzzo, con le sue vicende giudiziarie che passeranno alla storia, e che soprattutto sono ancora al centro delle cronache, ha aperto una vera e propria voragine nella crisi della politica che si traduce in un astensionismo del 47,03%. Parliamo della bellezza 190.000 cittadine e cittadini abruzzesi in più rispetto alle scorse regionali che hanno disertato le urne e di più di 180.000 voti in meno al centro sinistra (di cui 150.000 circa solo del Pd). Allora la prima domanda è: Come è possibile arginare la crisi della politica? Con che strumenti, con quali forme della politica? E’ davvero sufficiente pensare semplicemente che basta fare un partito che “unisca” la sinistra per iniziare a risolvere questo problema? E inoltre perché la sinistra non riesce più a coniugare la questione morale con quella sociale senza scadere nell’eticismo o nel giustizialismo? Perché la questione morale non viene interpretata come questione politica in modo da mettere al riparo il nostro giusto garantismo?
    Secondo. Il crollo verticale del Pd non avvantaggia affatto la sinistra, anche a fronte della non esistenza del voto utile come per le politiche 2008. Nessuna delle 3 forze che si sono presentate alle elezioni (Rifondazione, Pdci e La Sinistra si fermano a 37.444 voti) riesce a conquistare i consensi dei delusi dal Pd. La maggior parte dei loro elettori decide consapevolmente di non andare a votare o di votare l’Italia dei Valori (che passa da 18.000 voti a 81.000). Seconda domanda: Perché gli ex-Ds delusi non ritengono nessuna delle forze di sinistra in campo in grado di rappresentarli? E’ forse vero che le forze attuali della sinistra, tutte, compresa la neo Sd, sono viste come esauste e in grado di non comunicare più una possibilità di cambiamento per il futuro ? Possiamo allora immaginare che più che “unire” le sinistre, tutte morte ormai, occorre inventare da capo, da zero nuove forme e nuove modalità che “facciano sinistra”?… a partire dalla democrazia diretta e dalla decostruzione reale della forma partito…
    Terzo. Crolla il voto di opinione nei confronti della sinistra. La tradizione dei partiti comunisti e poi anche delle altre forze di sinistra è quella di un elettorato che si riconosce in un’idea e in dei valori collettivi. Anche questa idea pare essere arrivata al capolinea. Non regge neanche, come invece continuano ancora a sostenere molti, il glorioso simbolo storico del comunismo come la falce e martello. Anch’essa è messa in soffitta. I voti di preferenza sono altissimi, i partiti delle sinistra sono identificati con i loro leader locali, in Abruzzo: Acerbo (Prc), Melilla (Sd) e Saia (Pdci). Inoltre, per quanto riguarda in particolare Rifondazione, scompare quasi del tutto il voto di opinione nazionale, che ha fatto per molti anni la forza di Rifondazione fino alle scorse elezioni, fatto di visibilità nazionale e forme innovative della politica come è stato da Genova in poi. I voti senza preferenza sfiorano i 4.500 a fronte dei quasi 15.500 complessivi. Oggi lo scenario politico dell’opposizione è occupato mediaticamente e formalmente da un leader populista e carismatico come Di Pietro e da un partito/non partito come l’Italia dei Valori. Rifondazione tracolla dappertutto tranne che in provincia di Pescara. Sarebbe bizzarro e iniquo addebitare tale debacle esclusivamente ad errori delle federazioni e dei gruppi dirigenti che perdono voti: in particolare Chieti e L’Aquila, ma anche Teramo. Credo, invece, che tale segnale vada analizzato proprio nel crollo verticale del nostro voto di opinione, non più riconducibile solo ed esclusivamente alla nostra partecipazione al governo (visto che anche Di Pietro è stato al governo), ma soprattutto al nostro profilo nazionale, alla nostra scarsa e del tutto insufficiente capacità di interpretare il reale e di relazionarci con la società italiana in maniera comunicativamente efficace. Laddove resta un minimo di radicamento territoriale, come a Pescara, Rifondazione “regge”, arriva al 4% può dire di continuare ad esistere… ma, almeno a me, questo non basta affatto. E qui arriva la terza domanda: Siamo sicuri che Rifondazione nazionalmente sta andando nella giusta direzione? E’ sufficiente dire “in basso a sinistra” per assumere forme democratiche e partecipative? Per essere accoglienti? Il profilo identitario di Rifondazione conquista consensi? Dov’è finita Genova e la nostra sperimentazione? E inoltre come è possibile criticare sempre l’eccesso di voto di preferenza come malsana forma di americanizzazione della politica, per non parlare di cosa alcuni dirigenti del nostro partito pensano delle primarie, …senza rendersi conto che anche Rifondazione è fatta di tanti piccoli leader e portatori di preferenze? Persone carismatiche, rappresentative per la loro storia di lotte e battaglie, in grado ancora di intercettare il consenso sono davvero da ritenere patologie politiche di leaderismo e personalizzazione della politica? Non va forse ripensato per il futuro anche il rapporto tra democrazia diretta e gruppi dirigenti, oggi per la maggior parte solo ceto politico?
    Quarto. In Abruzzo vincono formazioni che non sono partiti politici e che non hanno retaggi nella storia del 900. La lista civica “Rialzati Abruzzo” del centro destra acquista più consensi di tutti i partiti di sinistra sommati insieme (oltre 40.000 voti). L’Italia dei Valori vola, e la lista civica del centro sinistra “Democratici d’Abruzzo” (presentata in sole due province e fatta nottetempo) prende l’1,38% dei voti con 7.507 voti (appena 2.000 voti in meno di Rifondazione nelle province di Chieti e Pescara). Ultima domanda: Tutto questo ci fa ancora sperare nelle “magnifiche sorti e progressive” della forma partito?
    Queste credo siano le domande su cui dovremmo interrogarci seriamente e rigorosamente… e forse troveremo davvero la giusta direzione di marcia per il futuro… e anche per il presente. Mi direte… sembra facile, ma da dove si comincia? Penso che se fossimo tutti un po’ più “laici” e obiettivi sapremmo che non possiamo che procedere per tentativi e sperimentazioni, che nessuno al momento ha la ricetta giusta, o la verità rivelata in tasca… Anche la mia analisi può forse valere solo per l’Abruzzo, siamo davvero certi che il voto nella mia regione è in grado di disvelare tendenze nazionali?
    Per questo mi limito ad individuare una strada di ricerca per la mia regione. Oggi in Abruzzo, con il crollo del Pd e l’arresto post-elezioni del Sindaco di Pescara, nonché segretario regionale del Pd, penso che vadano verificate fino in fondo le potenzialità dell’associazione “per la Sinistra”, come campo di ricerca e sperimentazione, come strumento utile per tutti, senza nulla togliere alle appartenenze consolidate di singoli a forze politiche esistenti a sinistra, senza ansia per i prossimi appuntamenti elettorali, ma con l’obiettivo di creare nuova partecipazione, nuova motivazione e soprattutto… nuovo entusiasmo. La politica della trasformazione, della giustizia sociale e della pace, senza passione non esiste.

    Direzione nazionale Prc.
    Ex-capogruppo Prc – Regione Abruzzo
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    21/12/2008

  134. GIORDANO ANNUNCIA LA SCISSIONE said

    Repubblica 8.1.09
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    L’area dei vendoliani: “Per evitare la rottura, servirebbe una lista unitaria della sinistra alle europee. Ma Ferrero non ci sta”
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    Prc, Giordano annuncia la scissione “Non ci sono più le condizioni per restare”.
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    di Umberto Rosso
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    Partito allo sbando, c’è il rischio che Di Pietro, la versione antipolitica della protesta, attragga i nostri voti
    A fine gennaio assemblea di tutta la nostra area Discuteremo a fondo le mosse da fare

    ROMA – Ci siamo. Arriva l’annuncio della scissione del Prc, viene dall’ex segretario Franco Giordano, esponente di punta di quell’area Vendola – Rifondazione per la Sinistra – che controlla almeno il 40% del partito. Il conto alla rovescia è cominciato. «Non ci sono più le condizioni per rimanere in questo partito, così come è diretto e gestito. Si muove in una nicchia politica iper-minoritaria, con l´azzeramento culturale di ogni innovazione sperimentata in questi anni. Un partito che purtroppo ha nostalgia del Muro di Berlino».
    Addio a Rifondazione?
    «Se non si ferma questo degrado e se non nasce una lista unitaria della sinistra alle elezioni europee, per bloccare la frantumazione in atto, non rimane altra strada».
    Il segretario Ferrero ha già escluso la lista comune per Strasburgo, in nome della linea uscita vincente al congresso di Chianciano.
    «Sì, ma da allora è cambiato il mondo. E la linea di quel congresso andrebbe totalmente riscritta. Io penso che ci siano le condizioni per un soggetto nuovo a sinistra in questo Paese, e una lista unitaria alle europee ne sarebbe espressione».
    Siccome il segretario, come tutto lascia prevedere, non ci sta, l’altra metà del Prc farà la scissione.
    «La vera scissione – anche se non userei più categorie del genere – è quella compiuta dalla maggioranza, che ha tagliato le radici con la storia, il progetto e il popolo di Rifondazione. Con pezzi di società, con i movimenti».
    Via Vendola, Migliore, Gianni, la Sentinelli, via i bertinottiani insomma. E Fausto che ne dice, non era contrario alla scelta di rompere prima delle europee?
    «Le opinioni di Bertinotti vanno chieste a Bertinotti. Anch’io pongo il tema della lista unitaria. Ma tutti gli aspetti di novità introdotti da Fausto stanno cadendo ad uno ad uno sotto la scure del gruppo dirigente».
    Il timing dell’addio prevede l’ora x a fine gennaio. È così?
    «Ci sarà un’assemblea di tutta la nostra area. Discuteremo a fondo».
    E che farete, l’ennesimo mini-partito a sinistra, magari con Sd e un pezzetto dei verdi?
    «Io penso che bisogna tenere aperto un processo per costruire un nuovo soggetto, in un campo largo di forze a sinistra. È stagione di movimenti più che di partiti classici».
    Ma alle europee, a scissione consumata, i vendoliani come scenderebbero in pista?
    «Siccome l’idea di una lista unitaria vale per oggi ma anche per domani, saremmo in campo con tutte le forze disponibili a quel progetto. Il punto, drammatico, è che l’inadeguatezza dell´attuale linea nel Prc rischia di disperdere il grande patrimonio politico».
    Che vuol dire?
    «Il pericolo è che sia Di Pietro a diventare il polo di attrazione per i nostri voti. Ovvero, la versione di destra, antipolitica, della protesta. Con tanti complimenti da parte di Silvio Berlusconi».
    Non è che i ribelli puntano a diventate l’ala di sinistra del Pd?
    «Escluso in radice. Il Pd, in grave crisi, è ormai una forza compiutamente centrista. Noi crediamo in una sinistra di classe».
    Lunedì la direzione è convocata per licenziare Sansonetti.
    «Spero ancora che ci ripensino. Ma temo che vogliano dare libero sfogo a una cultura retriva, per soffocare l’autonomia di cui il direttore ha goduto in tutti questi anni. Se cacciano Sansonetti, un minuto dopo ci alziamo e ce ne andiamo anche noi. Lasceremo l’incarico in direzione».

  135. RIUNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONE " PER LA SINISTRA ". said

    RIUNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONE ” PER LA SINISTRA “.
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    14 gennaio 2009, 14:44 DOMENICA 18 GENNAIO 2009, ALLE ORE 10.00, nelle sale del centro Congressi Cavour di ROMA ( Via Cavour 50/a ) si riuniranno i firmatari dell’Appello per il nuovo soggetto della Sinistra e i riferimenti territoriali dell’ASSOCIAZIONE ” PER LA SINISTRA “. L’appuntamento era stato dato da Moni Ovadia in conclusione dell’Assemblea del 13 dicembre 2008 all’Ambra Jovinelli per proseguire sulla strada della costruzione vera e propria dell’Associazione, lavoro che si concluderà con la Assemblea nazionale di fondazione di ” Per la Sinistra ” che si terrà a Roma DOMENICA 28 FEBBRAIO prossimo. L’incontro del 18 gennaio ha come ordine del giorno; 1 )Regole e statuto dell’Associazione; 2) Carta di Intenti; 3 ) Predisposizione del fine settimana delle primarie delle idee ( 13-14-15- febbraio; 4) Nomina del gruppo operativo che dovrà coordinare i lavori fino al 28 febbraio…. Fonte notizia: http:www.sinistra-democratica.it –

  136. NICHI VENDOLA: INTERVENTO A CHIANCIANO DEL 24 GENNAIO 2009. said

    Intervento di Nichi Vendola a Chianciano
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    24 Gennaio 2009
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    Nel breve intervallo di tempo che ci separa dal luglio afoso del congresso del Prc, il mondo ha conosciuto straordinari cambiamenti, un vero passaggio d’epoca ha liquidato tante leggende e superstizioni ideologiche che hanno innervato il racconto egemonico della globalizzazione liberista, si è rotto il livido mappamondo che ruotava sull’asse della teocrazia finanziaria e della guerra infinita, sono esplose in forme spettacolari contraddizioni che dicono di una crisi strutturale del nostro ambiente sociale e del nostro ambiente naturale. Ma, a dispetto di questo vorticoso accumulo di punti di crisi e di accelerazioni della storia umana, tutti noi siamo rimasti come immobili, risucchiati nel gorgo della contesa intestina, prigionieri della deriva populistica e identitaria del nostro partito, sgomenti per la torsione vetero-comunista di una vicenda, quale quella di Rifondazione, che fin dall’inizio e fin dal suo stesso nome si era presentata ed era cresciuta come un cantiere di revisioni culturali e di innovazioni politiche. Siamo stati comunisti non per un bisogno di fedeltà al passato, ma per un bisogno di libertà del presente e del futuro. Siamo comunisti non per replicare, nei secoli dei secoli, una storia codificata, una liturgia monotona, una forma statica che contiene una verità rivelata: ma per liberarci dai fantasmi e dai feticci di un mondo che strumentalizza la vita, mercifica il lavoro, distrugge la socialità. Chi pensa che il comunismo sia una declamazione, un percorso provvidenziale che va solo ripulito dalle ombre dell’eclettismo e del revisionismo, chi lo custodisce come una reliquia e lo offre alla oscura modernità in cui viviamo come una talismano politico, chi lo annuncia come una fede e lo vende a buon prezzo come il pane da spezzare insieme per esorcizzare la paura della crisi: chi fa così merita certamente rispetto, ma agisce la politica come fuoriuscita dalla realtà e come rinuncia alla trasformazione dello stato delle cose. E noi che vogliamo emendarci dalla pratica dell’anatema e del disprezzo, oggi dobbiamo disarmare parole e sentimenti con cui attraversiamo la scena pubblica, anche per evitare che la nitidezza di una battaglia politico-culturale (quella contro il dogmatismo, il settarismo e il minoritarismo) possa essere confusa con una questione di risentimenti e di rendiconti interni al ceto separato della politica. Quel prototipo di comunismo settario e autocelebrativo è stato più volte sconfitto e ridotto alla più insignificante marginalità. Già al tempo delle “Tesi di Lione” e della lotta aspra al bordighismo, ma poi in tutta la titanica fatica dei “quaderni del carcere”, Gramsci restituisce un’immagine del comunismo aliena da qualsivoglia conformismo dogmatico: non una scolastica, non una precettistica, non un catechismo, insomma non un calco ideologico a cui piegare la realtà, ma una ricerca libera e gigantesca sulle radici storiche della sconfitta della rivoluzione in Occidente. Il comunismo come sviluppo di una domanda piuttosto che come reiterazione ossessiva di una risposta preconfezionata. Il comunismo come ricerca e movimento reale piuttosto che come farmacopea o invocazione dottrinaria. E nell’immaginare il Partito come “intellettuale collettivo” – e dunque come soggetto vocato a rompere la separatezza tra “autonomia del politico” e “autonomia del sociale” – gli affidava il compito di essere il “moderno Principe” che promuove la “riforma morale e intellettuale” del Paese: il Principe del Machiavelli era il soggetto politico e istituzionale che cercava con estrema spregiudicatezza di sconfiggere la logica feudale della centrifugazione in tante “piccole patrie” fondate su pretese araldiche o su sussulti localistici, il promotore di un processo di costituzione di un nucleo di moderna statualità fatta di un processo di unificazione territoriale e di omogeneizzazione culturale. Il moderno Principe gramsciano cammina su una grande frattura storico-sociale, quella “questione meridionale” che spiega la natura del capitalismo nostrano e evoca la “debolezza egemonica” della borghesia italiana già al tempo del Risorgimento. In questa prospettiva il partito non è davvero un fine, né tanto meno un predicatore ideologico o una enclave di “uomini nuovi”, bensì è una rete intelligente di lotte ed esperienze che ha senso in quanto organizza, nella società e nei luoghi in cui si produce società, la critica corale delle culture che mistificano e inibiscono la spinta sociale al cambiamento. E, dentro questo fuoco, il partito tesse la tela di un blocco sociale alternativo alla coalizione dominante, alternativo a quella alleanza di ceti speculativi e parassitari che sarà il letto in cui scorrerà il fiume del fascismo. Più tardi, dopo il tempo della clandestinità e della prigionia e dell’esilio, sarà il “partito nuovo” togliattiano a bruciare i residui di una concezione avanguardistico-pedagogica del partito, sarà quella la stagione dell’aderire ad ogni piega della società, e cioè della costruzione plurale e unitaria di movimenti sociali di massa che, nella moderna città industriale come nell’arcaica campagna del latifondo, potessero intrecciare il percorso emancipativo con l’educazione civile alle virtù della libertà. In quella parabola straordinaria, classe e popolo, anticapitalismo e democrazia, sono concetti che vivono in un equilibrio creativo, non dentro architetture ideologiche asfittiche ma come nodi della storia, della società e della vita, nodi da sciogliere nell’agire politico, e in un agire che era innanzitutto pensiero, analisi dei processi materiali, consapevolezza culturale della storia nazionale, orizzonte europeo ed internazionalista del proprio progetto politico. Anche la stampa comunista verrà concepita e governata come una rete di intelligenze e di esperienze intellettuali originali, come lo sviluppo di laboratori e di officine delle idee. Nell’Unità togliattiana si formeranno intere generazioni di giornalisti di razza, non leve di velinari e di agit prop, ma grandi penne del giornalismo d’inchiesta, del giornalismo colto e militante. Sono storie note, quelle che hanno fatto del Partito Comunista Italiano il protagonista fascinoso e popolare di una doppia anomalia: anomalia di un Paese così vitalmente segnato nel suo sviluppo democratico dal ruolo e dall’autorevolezza dei comunisti italiani, anomalia di un partito che si liberava progressivamente della soggezione al campo e alle mitologie dell’Unione Sovietica. Il Pci fu il punto più alto di espansione egemonica della sinistra in Occidente, e fu allo stesso tempo il punto più importante di autocritica del comunismo novecentesco. Fino alle parole nitide e per certi versi definitive di Enrico Berlinguer a proposito di “esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. Questa vicenda, che ovviamente fu arricchita (ma spesso anche impoverita) dalle esperienze delle sinistre critiche e dei gruppi extra-parlamentari, non può che essere il nostro punto di partenza: e infatti di lì partimmo per reagire alla prospettiva della liquidazione del Pci dopo la svolta della Bolognina. Non per revisionare le revisioni, non per abiurare dalle abiure, ma per dire di una cultura politica che era comunista nella misura in cui faceva della lotta contro ogni principio totalitario e contro ogni pratica di alienazione la propria ragione di vita. Noi difendemmo il Pci perché consideravamo ingiusto seppellirlo sotto le macerie del Muro di Berlino: ma non stavamo difendendo quel maledetto muro, la sua monumentale vergogna, il suo recintare sotto un controllo ferreo e cupo “le vite degli altri” (per citare il titolo di un bellissimo e doloroso film sulla Germania Est). Noi difendemmo il partito che, dentro un processo lungo e complesso, aveva segnato la rottura del “campo” comunista, che aveva con quello strappo dall’Urss riaperto e non chiuso la “questione comunista” come critica del modello di sviluppo e denuncia della società bi-fronte dello spreco e della penuria. Il socialismo reale, che pure a noi appariva così clamorosamente irreale, si era schiantato, squagliato rapidamente come neve al sole, e il mappamondo aveva perduto uno dei suoi punti cardinali, l’Est. Quel mondo era crepato non per un eccesso di comunismo, ma per un clamoroso deficit di comunismo: perché era una costellazione di regimi autocratici, perché le libertà fondamentali erano conculcate, perché il circuito dell’informazione era dominato dalla pratica della censura e dalla pedagogia della menzogna, perché il dissenso significava rovina e morte, perché il lavoro era alienato e alienante, l’economia dominata dai burocrati, la promessa della “socializzazione dei mezzi di produzione” fraintesa e confusa con quello che l’estrema sinistra chiamò il “capitalismo monopolistico di Stato” che aveva ridotto ad una cifra grottesca i sogni dell’Ottobre. Dentro questo solco ha camminato la nostra Rifondazione, fino all’approdo teoricamente e politicamente più impegnativo: quello dell’assunzione del paradigma della nonviolenza. Un salto anche di linguaggio, l’ingresso in un universo semantico e simbolico ricco e stimolante: non la rinuncia alla critica di classe, ma il suo esodo dalle antiche mitologie della conquista del Palazzo d’Inverno, la sua capacità di contaminarsi con la critica radicale dei meccanismi di produzione della violenza e della violenza che si fa potere: la critica del patriarcato e del vocabolario maschile che nomina ed eternizza un mondo mutilato della libertà femminile; la critica di un modello di crescita economica che usa la biosfera come una discarica, che dissipa ogni giorno un segmento di quel patrimonio di biodiversità e di multiculturalità che costituisce la ricchezza della vita e il senso della vita. La viva vita, non quella ideologizzata da molti pulpiti più o meno sinceri. La vita vera di cui dobbiamo garantire, per tutti e per ciascuno, per tutte e per ciascuna, l’assoluta inviolabilità, la sua irriducibilità, per chiunque, a corpo contundente, a strumento, a oggetto, a cosa da usare e di cui abusare: quanti album di foto sui corpi dei nemici uccisi, uccisi e poi straziati, straziati ed esibiti come trofei, ci sono nei depositi remoti della nostra psicologia sociale? Quanto bisogno, ancora oggi, tutti noi abbiamo di dotarci di un nemico capace di darci identità, e più lo odiamo più sentiamo di possedere consistenza? e ucciderlo simbolicamente e spesso anche materialmente coincide con la nostra massima auto-affermazione: negare la vita a chi è il mio altrove, mi dà la tranquillità di stare dove sto e di essere ciò che sono. Se uccido un infedele dimostro quanto sia cruciale coltivare fedeltà. E dunque la vita: non il terreno di un dominio etico-ideologico ma la vita determinata delle persone vive. Non l’imperio sulla giurisdizione della vita, sul chi decide del suo inizio e della sua fine, con questa finta morale che è confessionale e si camuffa da morale naturale: cosa ci sia di naturale nell’accanimento neppure terapeutico sul corpo-simbolo di Eluana è difficile dirlo, così come è difficile capire dove sia emigrata la coscienza laica di un Paese in cui bisogna aprire una contesa politica per eseguire una sentenza inappellabile pronunciata da una corte suprema, così come è difficile capire dove sia precipitata quella pietas cristiana che pare soppiantata da un “magistero della paura” che riporta la Chiesa a prima del Concilio e che piuttosto che annunciare una “buona novella” si specializza negli anatemi contro l’umanità peccatrice.
    La viva vita, insomma. Quella che ci interroga senza sosta, dopo Auschwitz e Hiroshima, dopo l’organizzazione scientifica dell’industria dello sterminio di massa, dopo i virtuosismi burocratici delle deportazioni e delle rieducazioni, dopo i gulag e le fosse comuni, dopo le guerre calde e quella fredda, dopo le guerre a bassa intensità e le macellerie sudamericane, dopo le guerre etniche e quelle religiose e quelle tribali e quelle telecomandate come videogames, dopo gli hotel Ruanda; e ora, durante questa lunga lenta oscena strage di Gaza, qui dentro il crinale più melmoso, dentro l’orizzonte di onnipotenza e nichilismo che è stato battezzato “guerra infinita”, la vita vera che ci chiede pensieri e vocaboli impegnativi ed inauditi che possano ergersi come una soglia fondatrice della civiltà futura, come il cimento di tutta la politica e di tutte le culture chiamate a disegnare le mappe di un mondo nuovo. La vita altrui che è il paradigma del limite nostro, violando il quale romperemmo il senso stesso della nostra vita e di tutta la vita.
    E se questi sono i compiti, se questa è la semina a cui dobbiamo dedicare il nostro impegno, se queste sono le sfide su cui ridefinire il senso e il modo dell’agire politico, a che vale resistere in una trincea che sentiamo arretrata, persistere in una appartenenza che ci appare vieppiù fuori luogo e fuori tempo? Se questo è il cimento che più ci intriga e più ci motiva, come possiamo mettere tra parentesi la piccola storia ignobile del processo sommario e della condanna di un collettivo redazionale e di un direttore che hanno fatto di Liberazione un giornale vivo, un luogo della libertà e delle idee, piuttosto che un morto repertorio della linea del gruppo dirigente del Partito? Sansonetti non era comunista al punto giusto oppure non lo era affatto? E allora? Era stato indicato lui, dopo l’esperienza formidabile e altrettanto libera del nostro caro indimenticabile Sandro Curzi, proprio per questo: perché Liberazione non fosse uno specchio del partito, ma una finestra aperta sul mondo.

    E questa vicenda evoca troppe ombre di una storia antica e dice di un corto-circuito dentro la nostra comunità politica: non si è rotta solo la politica, è andata in pezzi la comunità. Allora occorreva davvero tornare a Cianciano per rimuovere il blocco, per trarre le conseguenze, per uscire dalla paralisi. Proprio perché l’altra sinistra, quella mirata al centro, sembra persa nei propri contorcimenti tattici, incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti, proprio perché il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale che pratica la prospettiva di una “alternanza senza alternativa”, proprio per queste ragioni non possiamo condividere una linea politica che insegue la retorica del sociale (”in basso a sinistra”), del sociale assunto come luogo della salvezza e della rigenerazione, una sorta di Periferia planetaria in cui dare domicilio e protezione all’innocenza dell’ideologia. Le due sinistre oggi sembrano convergere in un unico destino: quello di estinguere le proprie ragioni sociali e la propria missione politica, chi sull’altare del governo, chi nella polvere dell’opposizione; il cupo destino di una sinistra che non è più capace di autonomia intellettuale e di distinzione morale, che fatica persino a comunicare le parole-chiave del proprio vocabolario, che certo ha smarrito interi patrimoni di quel principio-speranza che fa della politica una leva di impegno civile e di passione collettiva. L’Amarcord della sinistra mi intriga e mi serve, ma a condizione di non pensare a pratiche di riesumazione. Non ci sono resurrezioni in politica, ma solo nuovi parti, un nuovo partire piuttosto che un nuovo partito, un processo piuttosto che una sigla, una nuova casa in cui la sinistra delle libertà possa ospitare comunità di popolo e non elites di presunte avanguardie. Perchè il senso della sinistra sta tutto nella capacità di prefigurare e costruire il cambiamento: che non è una vaga aspirazione letteraria della coscienza del cittadino astrattamente inteso. Ma è la critica pratica di un economicismo che aliena nel processo produttivo tanta umanità, la riduce al rango di “costo del lavoro” e la soffoca nella dimensione generale del precariato. Il cambiamento o morde la polpa dei “rapporti di produzione” oppure è semplicemente un giro di valzer nel tempo libero. Qui c’è, tutto intero e profondo, il discrimine tra destra e sinistra. Il cambiamento è il rovesciamento materiale e culturale dell’egemonia liberista che ha segnato lo stile del processo di mondializzazione e di finanziarizzazione dell’economia. Per questo il Partito Democratico non ha una lettura critica delle ragioni della crisi vorticosa dei mercati finanziari internazionali, osserva l’avanzare delle nubi nere della crisi e della recessione come se fosse un fenomeno meteorologico, una calamità naturale, e non piuttosto la logica conseguenza di una filosofia economica che ha assoggettato la politica e introdotto la storia umana nel ciclo della “produzione di denaro a mezzo di denaro”, un tempo di svalorizzazione del lavoro e di enfatizzazione della ricchezza che si riproduce per partenogenesi, un tempo in cui, a destra come a sinistra, la modernità del mercato è divenuta l’unico regolatore sociale e il cuore della discussione politica. E gli slogan liberisti hanno fatto breccia a sinistra, fino a divenire – incredibilmente – sinonimi di riformismo. E il centro-sinistra ha fatto una critica più di forma che di sostanza al partito mondiale del liberismo: non contestarne l’impianto, ma attenuarne gli effetti sociali, ridurne i danni ambientali, censurarne gli eccessi. Da troppi anni in Italia, ma non solo, più si scivola a destra e più ci si identifica come riformisti, fino al punto che nella larga opinione pubblica, e per diverse volte, il più innovatore e il più riformista di tutti è apparso Silvio Berlusconi. Ma quando il centro-sinistra ha strappato, e per un pelo, il governo alle destre, non è stato in grado di indicare una visione generale, né di segnare una significativa inversione di tendenza rispetto a quella egemonia liberista che pure aveva conosciuto la straordinaria opposizione dei movimenti altermondialisti e della corale mobilitazione pacifista: il governo Prodi non ha provato neanche a mutare l’ordine del discorso di una realpolitik che chiedeva ottusamente continuità con Mastricht, non ha inteso quale fosse l’acutezza di una crisi sociale che investiva largamente anche il ceto medio, non ha annusato l’umore popolare di crescente insofferenza per le beghe di Palazzo che esponevano un centro-sinistra senza maggioranza in uno dei due rami del Parlamento a uno stress continuo e sfibrante. L’icona della casta sigillò la caduta verticale di consenso che fece scivolare il governo verso la crisi e il centro-sinistra verso il proprio capolinea, con la conseguente sconfitta elettorale di Veltroni e la scomparsa dalle istituzioni della sinistra. Un governo senza profilo e senza collante era per Rifondazione la prova dell’impossibile: non fuggire dalle proprie responsabilità, accettare la sfida e l’occasione del governo, ma essere efficaci nel proporre una mediazione con il punto di vista della sinistra di alternativa. Avevamo il dovere di essere efficaci: che questo fosse possibile è un altro discorso. Ma che questo fosse atteso, e non solo dai nostri militanti, è evidente. La nostra inefficacia ci ha omologati al resto del centro-sinistra in un giudizio che per noi è stato inappellabile e oltremodo severo. E non ci ha salvato quel simbolo pure salvifico dell’arcobaleno, perché era solo un segno grafico e non un sogno collettivo, era un cartello elettorale e non un laboratorio della società, perché era un accordo di stati maggiori e non un patto costruito con pezzi di mondo del lavoro e di giovani generazioni, e anche perché nella sua sfortunata selezione di rappresentanza istituzionale l’arcobaleno non ebbe il coraggio di praticare la consultazione dei territori e della società civile: anche organizzando quelle primarie che debbono divenire uno dei modi ordinari di funzionamento della sinistra. Insomma lì ci siamo fratturati le ossa e abbiamo visto sfumare la speranze che in quelle elezioni potesse cominciare una storia nuova piuttosto che chiudersi una storia vecchia. Invece si chiuse la storia vecchia. In una sola volta pagammo tutti i conti in sospeso. I conti di una sconfitta la cui gestazione dura da almeno un ventennio, la cui proporzione non è semplicemente quella elettorale, la cui spiegazione non può essere infantilmente ridotta all’aver contratto il virus del governo o all’aver assunto alcuni tratti della fisiognomica della casta. La sconfitta è nella distanza dai pensieri e dai sentimenti di quella coscienza generale che, nella crisi delle organizzazioni collettive e nella crisi degli apparati formativi, si educa alla cattedra televisiva della vita e della morte in diretta. Quella cattedra ci educa ad essere capitalisti dell’anima, protagonisti o spettatori di una fiction permanente che ha abolito quei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) che Alessandro Natta mutuava da Sant’Agostino. Oggi noi viviamo in un presente senza tempo, senza scansione storica, senza spessore cronologico: quando noi parliamo del Novecento, alludendo a questioni cruciali che hanno animato immense speranze o che hanno generato immani tragedie, parliamo di un tempo che ha il suo spessore e il suo deposito di senso. Ma a chi stiamo parlando? Chi ci capisce? La comunicazione veloce, il tempo reale di scambio comunicativo nella comunità virtuale di Internet, ha come certificato l’avvenuta frammentazione del tempo, la sua polverizzazione, la sua esposizione alle intemperie del contingente. I morti sul lavoro sono cronaca nera, una colonnina tra le altre nelle statistiche ufficiali: non sono una sequenza, non sono un tempo significante, non vediamo più la strage come un nodo da tagliare con la lama del diritto alla vita. La morte è contemplata, come il licenziamento. Sono leggi metafisiche dell’economia. Oppure che cos’è il tempo di chi è appeso ad un contratto a progetto, per chi è interinale, per chi veste uno dei tanti abiti con cui nascondiamo quel gigantesco ricatto che pesa sui giovani e che rompe il loro tempo di vita, quel ricatto che è la precarietà, il contratto a tempo determinato, cioè a tempo ferito e svuotato di senso del futuro? Oppure in che tempo, o su che canale tv, avviene la tempesta di proiettili e fosforo che spezzano il cuore della Palestina? Perché questa avara reazione all’assedio di Gaza? Eppure lì non va in onda un vecchio film in bianco e nero, lì l’ansia di pace ruzzola in uno dei tanti precipizi in cui l’avventurismo americano, coprendo la destra israeliana, ha portato la geo-politica medio-orientale. Le diplomazie dal basso e le voci del popolo pacifista faticano a ritrovare una scena pubblica, la pace ha perso i suoi profeti e i costruttori di pace sembrano decimati dalla cultura bellicista che torna ciclicamente a offrirsi come garanzia di stabilità degli equilibri mondiali. La questione palestinese resta il più incandescente banco di prova per tutte le leadership mondiali. Ora è il tempo di ridare agibilità politica e inesplorate latitudini culturali alla pace, al suo progetto di giustizia sociale e al suo orizzonte antropologico. E non esiste compito più congeniale alla sinistra del futuro che quello di essere annunciatrice e costruttrice di pace. Lavorando a costruire memoria, per poter esercitare discernimento. Continuando ad interrogare le ombre del passato, anche per poter prefigurare nuove aurore. Non dimenticando mai ciò che è stato, l’orrore del dio che è morto ad Auschwitz, il dolore di un popolo condotto al macello come un agnello sacrificale. Ecco, la sinistra ha bisogno di ritrovare il tempo perduto, nel senso che non può non sentirsi implicata dal cambiamento, non può non cambiare lei stessa, non può vivere galleggiando nella stratosfera dei propri voli passati, la sinistra ha bisogno di ossigeno, ha bisogno di una strumentazione ottica complessa e sofisticata: un po’ telescopio, un po’ microscopio, un po’ caleidoscopio. La sinistra ha bisogno di mettersi in gioco evitando di mitizzare la destra ma cercando piuttosto di conoscerne apparati di potere, sistemi di comunicazione, produzione di simboli e produzione di senso comune. Non pensare che l’invettiva possa surrogare l’analisi dell’avversario, non personalizzare la contesa politica, non demonizzare chi incarna la leadership della destra: sono avvertenze che dovrebbero liberarci dalla tentazione di cavarcela con battute da talk-show. Berlusconi è l’espressione di una radicale riforma del sistema politico e di un capovolgimento della cultura generale del Paese: il cui patriottismo si sposta progressivamente dal terreno storico e civile dell’antifascismo fino a scivolare nel terreno ideologico e melmoso dell’anticomunismo. E il Cavaliere di Arcore incarna anche il mutamento di paradigma di una costituzione materiale che al primato del lavoro (sancito dal primo articolo della Carta costituzionale) sostituisce il primato dell’impresa. Eccola dunque la destra. Quella che ha scelto il profitto mercantile come baricentro della propria strategia, ha teorizzato e quindi praticato la radicale precarizzazione del mercato del lavoro, ha detassato i patrimoni e la ricchezza, ha operato una poderosa opera di riorientamento culturale della società italiana a partire dalla criminalizzazione delle povertà e delle marginalità. La destra che ha avviato una vera bonifica giustizialista contro mendicanti e lavavetri, contro gli stranieri in condizione di clandestinità, contro prostitute e trans, contro i graffitari e contro i centri sociali. “Sorvegliare e punire” sono i verbi della macchina di controllo sociale sugli esuberi della globalizzazione: e già la coazione disciplinare comincia a mirare al cuore di un’intera civiltà del diritto: quella del diritto al lavoro, del diritto di sciopero, del diritto al dissenso. La destra evoca i fantasmi che turbano i sonni del piccolo-borghese planetario: la paura di perdere reddito e sicurezza, la paura di cedere porzioni di sovranità a chi abbiamo perfino nominato “extra-comunitario”. E contro ciò che ci minaccia la tasca o anche semplicemente lo sguardo calerà la scure di quella “dura lex” che ha riti sbrigativi e pene esemplari. Ma per compensare questa torsione di classismo giustizialista la coalizione di governo costruisce, dentro un processo di piccole e grandi riforme, la blindatura garantista della classe dominante: i cui reati svaniranno nei nuovi codici e nei processi verranno prescritti per decadenza dei termini. Il terreno securitario serve a stringere le maglie del controllo sociale e a metabolizzare un progressivo cedimento al lessico razzista e xenofobo. L’omofobia viene alimentata da una porzione delle gerarchie ecclesiastiche, viene esercitata per strada con mirate spedizioni punitive, viene sdoganata persino al festival di Sanremo. L’islamofobia è nella propaganda quotidiana del partito nordista. L’antisemitismo torna a guadagnare la sua ribalta fatta di violenza e vigliaccheria. Una bravata di giovani annoiati può costare la vita ad un povero barbone, che nel sonno dei poveri non percepisce l’umido della benzina con cui lo stanno inzuppando prima di dargli fuoco, prima di bruciare una concreta esistenza, una vita viva, così per gioco, per sentire l’adrenalina che sale mentre quel sacco sporco di umanità strepita e arde. Ma noi viviamo un’epoca in cui si accetta l’idea della social card come se fosse una politica anticiclica: il bancomat della carità serve solo a dire di una propensione compassionevole che deve accompagnare quella ferocia classista di chi al lavoratori del Pubblico impiego o ai metalmeccanici offre spiccioli, riduzione di diritti, rischi di espulsione. E mentre Tremonti ci spiega, con cipiglio accademico, che questa è una crisi finanziaria che si risolve solo con strumenti finanziari, non ci accorgiamo che ci sta dicendo che l’unico keynesismo è quello per i ricchi, ai quali si è tolta persino l’unica tassa “federalista” esistente (cioè l’Ici), mentre gli altri si arrangino. La crisi industriale blocca produzioni in settori decisivi, migliaia di lavoratori vanno in cassa integrazione, c’è un universo intero che rischia un drammatico smottamento, dilaga la paura della povertà: e allora chi paga la crisi, chi paga gli ammortizzatori sociali? E’ chiaro e semplice, può pagare il Sud. Siamo ben dentro la fase storica della rivalsa nordista, tanti amministratori locali del centro-sinistra scavalcano la Lega in quanto a declamazioni in chiave padana, il cervello economico e politico del potere oggi è tutto a Nord, inoltre all’insorgere della “questione settentrionale” il Sud ha cominciato a perdere progressivamente l’uso della parola. La “questione meridionale” si è auto-esiliata in qualche studio specialistico, ha ceduto alla forza narrativa di chi riduce il Mezzogiorno ad una patologia della nazione, il Sud è stato interamente iscritto nella rubrica della politica e del giornalismo nazionali alla voce “Gomorra”. Una caricatura che diviene un alibi. Il Sud dei talenti e dell’indignazione civile, il Sud di Roberto Saviano e dei ragazzi di Locri, il Sud del talento e della legalità, il Sud dell’innovazione e della creatività: tutto questo scompare. Così oggi il governo propone di usare, come provvista finanziaria per pagare il biglietto della crisi, le risorse del Fas e quelle del Fondo sociale europeo: sono le due gambe su cui cammina quasi per intero l’economia meridionale. Sono risorse indispensabili, in aree con disoccupazione a due cifre, anche per resistere all’urto della crisi economica che arriva. Siamo al rovesciamento di un compito generale che le classi dirigenti democratiche si sono sempre affidate: fare dello sviluppo e della modernità del Sud il terreno della compiuta unificazione della storia nazionale, puntare sul Sud come crocevia di civiltà, come congiunzione di Europa e Mediterraneo, come Occidente in seminato di Oriente. La destra propone una gigantesca redistribuzione delle risorse dai territori più poveri a quelli più ricchi, dai ceti sociali più disagiati ai ceti più privilegiati, considerando parassitaria la “spesa sociale” e ridisegnando il Welfare come filantropia di Stato piuttosto che come organizzazione delle protezioni e dei diritti sociali. Per questo noi dobbiamo aprire una questione generale sul futuro del Sud, in una stagione in cui l’esplosione di una crisi morale delle classi dirigenti del centro-sinistra soprattutto nel Mezzogiorno sembra sconsigliare qualunque giudizio equanime ed articolato su un territorio abitato da venti milioni di italiani: dobbiamo portare il Sud all’opposizione delle destre. Dobbiamo aprire una contraddizione ciclopica dentro il PD, che non riesce ad essere il catalizzatore e neppure il protagonista di una opposizione visibile e credibile a Berlusconi: ma non a causa della febbre alta della sua polemica intestina, quanto a causa della sua lettura della fase, del suo giudizio sul governo in carica, della sua strategia emendativa che supplisce al vuoto di idee forti di alternativa al berlusconismo. Il PD oggi è prigioniero del proprio leghismo, non riesce a intendere quale sia la portata dell’assalto alle casse del Sud, non ingaggia su questa una battaglia campale. La rottura dell’unità sindacale e la paurosa deriva governista e corporativa di una parte del sindacato porta il partito veltroniano ad una sorta di neutralità, per la prima volta la Cgil viene lasciata sola anche nello sciopero generale del 12 dicembre, così come nell’aspra contesa per i rinnovi contrattuali. Eppure l’assalto alla Cgil è già cominciato, è lo scalpo più prezioso che la destrapossa desiderare, perché quel sindacato è portatore di un’istanza generale di emancipazione e di giustizia. E questo assedio è organico al tentativo di dare un colpo definitivo alla contrattazione collettiva nazionale, a ciò che ancora protegge un’idea di mondo del lavoro e una storia di civiltà del lavoro. La contro-riforma della scuola e dell’Università sono stati pezzi pregiati di questa opera di sradicamento di una cultura della “res publica” che nel lavoro e nella formazione indicava il “bene comune” fondamentale della democrazia repubblicana. La scuola va re-impacchettata nelle regole di una austerità ottocentesca, con tanto di grembiulini e voti di condotta, va capovolta rispetto alle ambizioni pedagogiche di chi la immagina come palestra di libertà e di pensiero critico, un contro-68 è il programma esplicito della ministra Gelmini. Siamo alla perfetta antitesi di ciò che apprendemmo leggendo la “Lettera ad una professoressa” di don Lorenzo Milani. Qualcuno vuole fondare un’idea degli apparati formativi e una figurazione della società sui pilastri di cemento armato di una sorta di “pedagogia della paura”, una disciplina generale che rimbalza dalla scuola al lavoro, dal tempo libero all’organizzazione urbana: e che si accompagna a quella che potremmo definire educazione tecnica e spirituale alla precarietà. Affinché la scuola educhi alla paura, il lavoro somministri precarietà, la vita privata e quella sociale si srotolino come narrazioni di persone subordinate alla signoria della produzione. A questo disegno ha saputo reagire una nuova generazione, la prima generazione compiutamente esiliata dalla civiltà novecentesca (a partire ad esempio dalla generale aspettativa di una vita lavorativa precaria), un nuovo movimento studentesco ha segnato la società e ha spaventato la politica riuscendo con intelligenza a evitare la tenaglia della violenza e della criminalizzazione: come a dire che proprio lì, in quella fabbrica speciale in cui si fabbrica la riproduzione sociale, proprio nel luogo di apprendimento dei saperi e del sapere sociale, lì cova una contraddizione irriducibile dello sviluppo capitalistico: la contraddizione tra domanda di senso e di libertà, che vive in modo naturale nei processi di scolarizzazione, e la mercificazione della vita e del lavoro. La questione sociale e le giovani generazioni propongono una lettura unitaria dello sviluppo e della crisi della globalizzazione. La rivolta della gioventù greca e la straordinaria mobilitazione contro la riforma pensionistica della destra francese dicono di quanto l’aggressione ai diritti sociali abbia tratti comuni in gran parte del vecchio continente. La lotta dovrebbe, come ci ha insegnato la pratica dei Social Forum, svolgersi su una scena sovra-nazionale. A cominciare dalla messa in campo di proposte di politica anti-recessiva e anti-ciclica che rappresentino anche una forma di demistificazione della natura reale delle manovre anti-crisi di tanti governi, a partire dal nostro: e nel nostro la neo-teologia di Tremonti cerca di interpretare la crisi come una cabala, come un episodio del Caso o del Kaos, o come un epifenomeno del male, e a fronte del marasma economico finanziario propone un ripristino dall’alto dei valori tradizionali. Insomma, solo “Dio, Patria e famiglia” ci salveranno, e il Tremonti ratzingeriano appare come l’ultimo epidono della saga western di Bush. Noi dobbiamo interrogare la destra e il Paese sulla necessità strategica di un “Piano per il lavoro”, un progetto ambizioso e straordinario di implementazione dell’occupazione puntando sulla promozione della qualità ambientale, a partire dalle bonifiche fino al disinquinamento dei corsi d’acqua, dalla protezione delle coste e delle falde fino alla raccolta differenziata spinta dei rifiuti urbani. E ancora puntando sulle energie alternative e sulla produzione di quei beni immateriali, nella cultura nella comunicazione e nei servizi, che possono consentirci di coniugare ricchezza economica e ricchezza sociale, ricchezza delle quantità e ricchezza delle qualità, incrementi di sviluppo e diffusione del benessere sociale. Ma dobbiamo sapere che la destra vuole usare la crisi economica come alibi per rinviare i conti con il carattere dirimente e ultimativo della crisi ambientale. Qui dobbiamo reagire, ora è il momento di una riconversione culturale che deve investire le forme del produrre, del consumare, del vivere associato. Ora è il momento di andare all’assalto dei veleni che assediano le nostre vite: dalle polveri sottili che abitano anche i polmoni dei nostri bambini al mercurio che nuota nei nostri mari, dall’amianto che continua a uccidere di mesotelioma pleurico fino a quella diossina che la proprio la Puglia, che è la mia terra, ha voluto con una rivoluzionaria legge regionale sottoporre a vincoli seri e scientificamente fondati.
    Abbiamo dinanzi diversi passaggi elettorali. Il primo dei quali riguarda la Sardegna, regione nella quale i nostri compagni hanno saputo accompagnare con intelligenza e stimolare in modo creativo l’esperienza innovativa della presidenza Soru: che ha interpretato l’autonomismo sardo come una prospettiva europea e non come ripiegamento e chiusura, e che ha difeso la bellezza e la ricchezza della sua natura e dei suoi delicatissimi eco-sistemi dando una lezione di dignità e di moralità ad un Paese che ha fatto anche del patrimonio dello Stato una S.P.A. Nelle città e nelle province in cui si vota è necessario sviluppare il massimo sforzo unitario della sinistra, di una nuova sinistra capace di guardare anche le radici di una crisi delle grandi città che è anche crisi nei nostri modelli amministrativi. Il riformismo municipale mostra le corde, si tratta di tornare ad avere una lettura critica dello sviluppo cittadino e metropolitano, ma poi si tratta di realizzare un progetto globale di riqualificazione delle periferie e di rigenerazione urbana. Ma nel governo dei territori deve tornare con forza, come sfida della democrazia partecipata e della cittadinanza attiva, la “questione morale”: depurata dalle scorie della giustizia-spettacolo e da quella retorica qualunquista che nella generalizzazione della denuncia finisce per mortificare gli onesti piuttosto che stigmatizzare i corrotti, bonificata da pulsioni da far west, essa vive come rottura della barriera architettonica e sociale che separa, tavolta in modo feroce, i pubblici poteri dalle domande della vita quotidiana. Vive di trasparenza di tutti i procedimenti amministrativi, vive di drastica semplificazione burocratica, vive di circolazione delle informazioni, vive di controllo organizzato sulle decisioni di governo, vive di netta separazione tra politica e affari, vive di responsabilità condivise e di qualità delle classi dirigenti. E poi c’è la consultazione per il rinnovo del Parlamento Europeo: innanzitutto una occasione per fare il punto sul processo di allargamento dell’Unione, per tracciare un bilancio sul ruolo politico dell’Europa nello scacchiere internazionale, ma anche una occasione decisiva per sottolineare gli impegni mancati, le pagine bianche, i peccati di omissione di una Europa incapace di autonomia dagli Stati Uniti e povera di iniziativa politico-diplomatica come si è visto nei giorni della guerra a Gaza. Per noi anche uno stimolo a rinsaldare la presenza dentro “Sinistra europea” e forse la costruzione di una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra. Che ci sia, in questa contesa, una sinistra unitaria, un pezzo di un cammino assai più lungo e complesso, può essere un fatto nuovo per il popolo della sinistra: naturalmente sappiamo che continua il lavoro bipartisan per introdurre un robusto sbarramento elettorale: serve a compiere il lavoro sporco, è la proiezione di quello sbarramento sociale che vuole marginalizzare le culture critiche e le alternative di società. A condizione che non sia la confezione di un partitino, ma solo un passaggio in una traiettoria di accumulo di forze e di esperienze. A condizione che non appaia, così come fu per l’arcobaleno, un patto di vertice e un manufatto del politicismo dei ceti politici. Serve che tutti e tutte ci facciamo carico, nel dare avvio al movimento per la sinistra, di una domanda di partecipazione diretta alle decisioni della politica, della nostra politica. La democrazia per noi non può essere né apparire una questione procedurale. Proviamo a sfidare noi stessi, a dire che nella rete che stiamo per tessere varrà sempre e comunque il principio di “una testa un voto”, che le primarie possono essere la regola e non l’eccezione della vita interna, che si vota non per finta ma per davvero. E che la democrazia è attraversamento dei territori, radicamento nei territorio, interrelazioni tra territori. Io penso ad una sinistra federale, a cantieri aperti, plurali, curiosi, includenti, che abitino nei territori. Penso ad una sinistra capace di presentarsi come una profezia laica, l’annuncio di tempi nuovi. Obama ha già cambiato il mondo, perché ha introdotto nell’immagine di politica che comunica, la suggestione ontologica del cambiamento, perché nel più ufficiale dei suoi discorsi si è sentito il congedo liberatorio dall’epoca dell’America texana delle sette evangeliche e dei petrolieri, dei gangster della speculazione borsistica e della bolla immobiliare, perché ha nominato la violenza razzista del mondo in cui è nato e cresciuto, perché ha esibito con naturalezza le prerogative di una democrazia che rifiuta qualsiasi torsione confessionale, perché ha delineato un intervento pubblico che mira a salvare l’economia reale piuttosto che la finanza creativa che ha ubriacato il mondo. Insomma, che la politica torni a essere pensiero, conoscenza, inchiesta, passione condivisa, reciproco affidamento, indignazione civile, prefigurazione di un mondo liberato.
    Io le cose che ho detto, con sincerità e poca organicità, le ho dette per offrire una spiegazione del mio congedo dal mio partito. Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, a quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di Rifondazione. E soprattutto ai compagni e alle compagne della nostra area che scelgono di continuare la propria lotta dentro al partito voglio esprimere gratitudine: per aver condiviso una bella battaglia, e perché sono certo che continueranno a battersi perché nasca una sinistra nuova. Una sinistra del lavoro e delle libertà. Che ingaggi un molecolare corpo a corpo contro la paura e contro la solitudine. Che ritrovi l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociali, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo. Una politica che allunga i propri pensieri oltre lo spazio del presente. Una politica che ci aiuti a spartire il dolore e la gioia, che ci rispetti nella nostra fragilità e nella nostra unicità, che non ci trasformi in giudici sommari e in boia delle diversità, che non sia pensata e gestita al maschile, che non accetti barriere gerarchiche, che non escluda chi è diversamente abile, che non giudichi nessuno per la sua fede o per il suo orientamento sessuale, che non cerchi nemici. Una politica gentile, capace di ascoltare l’avversario, forte solo delle proprie idee e non forte di servizi d’ordine, una politica che cerca le persone in carne e ossa piuttosto che cercare il pubblico. Una politica che apre la questione della libertà in ogni millimetro di organizzazione sociale, a partire dal luogo di lavoro. Una politica che annuncia non il nostro primato ideologico ma il nostro amore per la terra e per la vita, che annuncia speranza, che si fa popolo, che ci dà il coraggio di osare una nuova avventura, un nuovo inizio, un altro partire. Auguri a tutti e a tutte.”

  137. NICHI VENDOLA: INTERVENTP A CHIANCIANO 24-25 GENNAIO 2009.. said

    Intervento di Nichi Vendola a Chianciano.
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    Seminario nazionale di Rifondazione per la Sinistra- 24 e 25 Gennaio, Chianciano
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    “A distanza di pochi mesi noi torniamo a Chianciano, nel luogo in cui la storia di Rifondazione comunista è precipitata dentro un buco nero. Nel breve intervallo di tempo che ci separa dal luglio afoso del congresso del Prc, il mondo ha conosciuto straordinari cambiamenti, un vero passaggio d’epoca ha liquidato tante leggende e superstizioni ideologiche che hanno innervato il racconto egemonico della globalizzazione liberista, si è rotto il livido mappamondo che ruotava sull’asse della teocrazia finanziaria e della guerra infinita, sono esplose in forme spettacolari contraddizioni che dicono di una crisi strutturale del nostro ambiente sociale e del nostro ambiente naturale. Ma, a dispetto di questo vorticoso accumulo di punti di crisi e di accelerazioni della storia umana, tutti noi siamo rimasti come immobili, risucchiati nel gorgo della contesa intestina, prigionieri della deriva populistica e identitaria del nostro partito, sgomenti per la torsione vetero-comunista di una vicenda, quale quella di Rifondazione, che fin dall’inizio e fin dal suo stesso nome si era presentata ed era cresciuta come un cantiere di revisioni culturali e di innovazioni politiche. Siamo stati comunisti non per un bisogno di fedeltà al passato, ma per un bisogno di libertà del presente e del futuro. Siamo comunisti non per replicare, nei secoli dei secoli, una storia codificata, una liturgia monotona, una forma statica che contiene una verità rivelata: ma per liberarci dai fantasmi e dai feticci di un mondo che strumentalizza la vita, mercifica il lavoro, distrugge la socialità. Chi pensa che il comunismo sia una declamazione, un percorso provvidenziale che va solo ripulito dalle ombre dell’eclettismo e del revisionismo, chi lo custodisce come una reliquia e lo offre alla oscura modernità in cui viviamo come una talismano politico, chi lo annuncia come una fede e lo vende a buon prezzo come il pane da spezzare insieme per esorcizzare la paura della crisi: chi fa così merita certamente rispetto, ma agisce la politica come fuoriuscita dalla realtà e come rinuncia alla trasformazione dello stato delle cose. E noi che vogliamo emendarci dalla pratica dell’anatema e del disprezzo, oggi dobbiamo disarmare parole e sentimenti con cui attraversiamo la scena pubblica, anche per evitare che la nitidezza di una battaglia politico-culturale (quella contro il dogmatismo, il settarismo e il minoritarismo) possa essere confusa con una questione di risentimenti e di rendiconti interni al ceto separato della politica. Quel prototipo di comunismo settario e autocelebrativo è stato più volte sconfitto e ridotto alla più insignificante marginalità. Già al tempo delle “Tesi di Lione” e della lotta aspra al bordighismo, ma poi in tutta la titanica fatica dei “quaderni del carcere”, Gramsci restituisce un’immagine del comunismo aliena da qualsivoglia conformismo dogmatico: non una scolastica, non una precettistica, non un catechismo, insomma non un calco ideologico a cui piegare la realtà, ma una ricerca libera e gigantesca sulle radici storiche della sconfitta della rivoluzione in Occidente. Il comunismo come sviluppo di una domanda piuttosto che come reiterazione ossessiva di una risposta preconfezionata. Il comunismo come ricerca e movimento reale piuttosto che come farmacopea o invocazione dottrinaria. E nell’immaginare il Partito come “intellettuale collettivo” – e dunque come soggetto vocato a rompere la separatezza tra “autonomia del politico” e “autonomia del sociale” – gli affidava il compito di essere il “moderno Principe” che promuove la “riforma morale e intellettuale” del Paese: il Principe del Machiavelli era il soggetto politico e istituzionale che cercava con estrema spregiudicatezza di sconfiggere la logica feudale della centrifugazione in tante “piccole patrie” fondate su pretese araldiche o su sussulti localistici, il promotore di un processo di costituzione di un nucleo di moderna statualità fatta di un processo di unificazione territoriale e di omogeneizzazione culturale. Il moderno Principe gramsciano cammina su una grande frattura storico-sociale, quella “questione meridionale” che spiega la natura del capitalismo nostrano e evoca la “debolezza egemonica” della borghesia italiana già al tempo del Risorgimento. In questa prospettiva il partito non è davvero un fine, né tanto meno un predicatore ideologico o una enclave di “uomini nuovi”, bensì è una rete intelligente di lotte ed esperienze che ha senso in quanto organizza, nella società e nei luoghi in cui si produce società, la critica corale delle culture che mistificano e inibiscono la spinta sociale al cambiamento. E, dentro questo fuoco, il partito tesse la tela di un blocco sociale alternativo alla coalizione dominante, alternativo a quella alleanza di ceti speculativi e parassitari che sarà il letto in cui scorrerà il fiume del fascismo. Più tardi, dopo il tempo della clandestinità e della prigionia e dell’esilio, sarà il “partito nuovo” togliattiano a bruciare i residui di una concezione avanguardistico-pedagogica del partito, sarà quella la stagione dell’aderire ad ogni piega della società, e cioè della costruzione plurale e unitaria di movimenti sociali di massa che, nella moderna città industriale come nell’arcaica campagna del latifondo, potessero intrecciare il percorso emancipativo con l’educazione civile alle virtù della libertà. In quella parabola straordinaria, classe e popolo, anticapitalismo e democrazia, sono concetti che vivono in un equilibrio creativo, non dentro architetture ideologiche asfittiche ma come nodi della storia, della società e della vita, nodi da sciogliere nell’agire politico, e in un agire che era innanzitutto pensiero, analisi dei processi materiali, consapevolezza culturale della storia nazionale, orizzonte europeo ed internazionalista del proprio progetto politico. Anche la stampa comunista verrà concepita e governata come una rete di intelligenze e di esperienze intellettuali originali, come lo sviluppo di laboratori e di officine delle idee. Nell’Unità togliattiana si formeranno intere generazioni di giornalisti di razza, non leve di velinari e di agit prop, ma grandi penne del giornalismo d’inchiesta, del giornalismo colto e militante. Sono storie note, quelle che hanno fatto del Partito Comunista Italiano il protagonista fascinoso e popolare di una doppia anomalia: anomalia di un Paese così vitalmente segnato nel suo sviluppo democratico dal ruolo e dall’autorevolezza dei comunisti italiani, anomalia di un partito che si liberava progressivamente della soggezione al campo e alle mitologie dell’Unione Sovietica. Il Pci fu il punto più alto di espansione egemonica della sinistra in Occidente, e fu allo stesso tempo il punto più importante di autocritica del comunismo novecentesco. Fino alle parole nitide e per certi versi definitive di Enrico Berlinguer a proposito di “esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. Questa vicenda, che ovviamente fu arricchita (ma spesso anche impoverita) dalle esperienze delle sinistre critiche e dei gruppi extra-parlamentari, non può che essere il nostro punto di partenza: e infatti di lì partimmo per reagire alla prospettiva della liquidazione del Pci dopo la svolta della Bolognina. Non per revisionare le revisioni, non per abiurare dalle abiure, ma per dire di una cultura politica che era comunista nella misura in cui faceva della lotta contro ogni principio totalitario e contro ogni pratica di alienazione la propria ragione di vita. Noi difendemmo il Pci perché consideravamo ingiusto seppellirlo sotto le macerie del Muro di Berlino: ma non stavamo difendendo quel maledetto muro, la sua monumentale vergogna, il suo recintare sotto un controllo ferreo e cupo “le vite degli altri” (per citare il titolo di un bellissimo e doloroso film sulla Germania Est). Noi difendemmo il partito che, dentro un processo lungo e complesso, aveva segnato la rottura del “campo” comunista, che aveva con quello strappo dall’Urss riaperto e non chiuso la “questione comunista” come critica del modello di sviluppo e denuncia della società bi-fronte dello spreco e della penuria. Il socialismo reale, che pure a noi appariva così clamorosamente irreale, si era schiantato, squagliato rapidamente come neve al sole, e il mappamondo aveva perduto uno dei suoi punti cardinali, l’Est. Quel mondo era crepato non per un eccesso di comunismo, ma per un clamoroso deficit di comunismo: perché era una costellazione di regimi autocratici, perché le libertà fondamentali erano conculcate, perché il circuito dell’informazione era dominato dalla pratica della censura e dalla pedagogia della menzogna, perché il dissenso significava rovina e morte, perché il lavoro era alienato e alienante, l’economia dominata dai burocrati, la promessa della “socializzazione dei mezzi di produzione” fraintesa e confusa con quello che l’estrema sinistra chiamò il “capitalismo monopolistico di Stato” che aveva ridotto ad una cifra grottesca i sogni dell’Ottobre. Dentro questo solco ha camminato la nostra Rifondazione, fino all’approdo teoricamente e politicamente più impegnativo: quello dell’assunzione del paradigma della nonviolenza. Un salto anche di linguaggio, l’ingresso in un universo semantico e simbolico ricco e stimolante: non la rinuncia alla critica di classe, ma il suo esodo dalle antiche mitologie della conquista del Palazzo d’Inverno, la sua capacità di contaminarsi con la critica radicale dei meccanismi di produzione della violenza e della violenza che si fa potere: la critica del patriarcato e del vocabolario maschile che nomina ed eternizza un mondo mutilato della libertà femminile; la critica di un modello di crescita economica che usa la biosfera come una discarica, che dissipa ogni giorno un segmento di quel patrimonio di biodiversità e di multiculturalità che costituisce la ricchezza della vita e il senso della vita. La viva vita, non quella ideologizzata da molti pulpiti più o meno sinceri. La vita vera di cui dobbiamo garantire, per tutti e per ciascuno, per tutte e per ciascuna, l’assoluta inviolabilità, la sua irriducibilità, per chiunque, a corpo contundente, a strumento, a oggetto, a cosa da usare e di cui abusare: quanti album di foto sui corpi dei nemici uccisi, uccisi e poi straziati, straziati ed esibiti come trofei, ci sono nei depositi remoti della nostra psicologia sociale? Quanto bisogno, ancora oggi, tutti noi abbiamo di dotarci di un nemico capace di darci identità, e più lo odiamo più sentiamo di possedere consistenza? e ucciderlo simbolicamente e spesso anche materialmente coincide con la nostra massima auto-affermazione: negare la vita a chi è il mio altrove, mi dà la tranquillità di stare dove sto e di essere ciò che sono. Se uccido un infedele dimostro quanto sia cruciale coltivare fedeltà. E dunque la vita: non il terreno di un dominio etico-ideologico ma la vita determinata delle persone vive. Non l’imperio sulla giurisdizione della vita, sul chi decide del suo inizio e della sua fine, con questa finta morale che è confessionale e si camuffa da morale naturale: cosa ci sia di naturale nell’accanimento neppure terapeutico sul corpo-simbolo di Eluana è difficile dirlo, così come è difficile capire dove sia emigrata la coscienza laica di un Paese in cui bisogna aprire una contesa politica per eseguire una sentenza inappellabile pronunciata da una corte suprema, così come è difficile capire dove sia precipitata quella pietas cristiana che pare soppiantata da un “magistero della paura” che riporta la Chiesa a prima del Concilio e che piuttosto che annunciare una “buona novella” si specializza negli anatemi contro l’umanità peccatrice.
    La viva vita, insomma. Quella che ci interroga senza sosta, dopo Auschwitz e Hiroshima, dopo l’organizzazione scientifica dell’industria dello sterminio di massa, dopo i virtuosismi burocratici delle deportazioni e delle rieducazioni, dopo i gulag e le fosse comuni, dopo le guerre calde e quella fredda, dopo le guerre a bassa intensità e le macellerie sudamericane, dopo le guerre etniche e quelle religiose e quelle tribali e quelle telecomandate come videogames, dopo gli hotel Ruanda; e ora, durante questa lunga lenta oscena strage di Gaza, qui dentro il crinale più melmoso, dentro l’orizzonte di onnipotenza e nichilismo che è stato battezzato “guerra infinita”, la vita vera che ci chiede pensieri e vocaboli impegnativi ed inauditi che possano ergersi come una soglia fondatrice della civiltà futura, come il cimento di tutta la politica e di tutte le culture chiamate a disegnare le mappe di un mondo nuovo. La vita altrui che è il paradigma del limite nostro, violando il quale romperemmo il senso stesso della nostra vita e di tutta la vita.
    E se questi sono i compiti, se questa è la semina a cui dobbiamo dedicare il nostro impegno, se queste sono le sfide su cui ridefinire il senso e il modo dell’agire politico, a che vale resistere in una trincea che sentiamo arretrata, persistere in una appartenenza che ci appare vieppiù fuori luogo e fuori tempo? Se questo è il cimento che più ci intriga e più ci motiva, come possiamo mettere tra parentesi la piccola storia ignobile del processo sommario e della condanna di un collettivo redazionale e di un direttore che hanno fatto di Liberazione un giornale vivo, un luogo della libertà e delle idee, piuttosto che un morto repertorio della linea del gruppo dirigente del Partito? Sansonetti non era comunista al punto giusto oppure non lo era affatto? E allora? Era stato indicato lui, dopo l’esperienza formidabile e altrettanto libera del nostro caro indimenticabile Sandro Curzi, proprio per questo: perché Liberazione non fosse uno specchio del partito, ma una finestra aperta sul mondo.
    E questa vicenda evoca troppe ombre di una storia antica e dice di un corto-circuito dentro la nostra comunità politica: non si è rotta solo la politica, è andata in pezzi la comunità. Allora occorreva davvero tornare a Cianciano per rimuovere il blocco, per trarre le conseguenze, per uscire dalla paralisi. Proprio perché l’altra sinistra, quella mirata al centro, sembra persa nei propri contorcimenti tattici, incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti, proprio perché il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale che pratica la prospettiva di una “alternanza senza alternativa”, proprio per queste ragioni non possiamo condividere una linea politica che insegue la retorica del sociale (”in basso a sinistra”), del sociale assunto come luogo della salvezza e della rigenerazione, una sorta di Periferia planetaria in cui dare domicilio e protezione all’innocenza dell’ideologia. Le due sinistre oggi sembrano convergere in un unico destino: quello di estinguere le proprie ragioni sociali e la propria missione politica, chi sull’altare del governo, chi nella polvere dell’opposizione; il cupo destino di una sinistra che non è più capace di autonomia intellettuale e di distinzione morale, che fatica persino a comunicare le parole-chiave del proprio vocabolario, che certo ha smarrito interi patrimoni di quel principio-speranza che fa della politica una leva di impegno civile e di passione collettiva. L’Amarcord della sinistra mi intriga e mi serve, ma a condizione di non pensare a pratiche di riesumazione. Non ci sono resurrezioni in politica, ma solo nuovi parti, un nuovo partire piuttosto che un nuovo partito, un processo piuttosto che una sigla, una nuova casa in cui la sinistra delle libertà possa ospitare comunità di popolo e non elites di presunte avanguardie. Perchè il senso della sinistra sta tutto nella capacità di prefigurare e costruire il cambiamento: che non è una vaga aspirazione letteraria della coscienza del cittadino astrattamente inteso. Ma è la critica pratica di un economicismo che aliena nel processo produttivo tanta umanità, la riduce al rango di “costo del lavoro” e la soffoca nella dimensione generale del precariato. Il cambiamento o morde la polpa dei “rapporti di produzione” oppure è semplicemente un giro di valzer nel tempo libero. Qui c’è, tutto intero e profondo, il discrimine tra destra e sinistra. Il cambiamento è il rovesciamento materiale e culturale dell’egemonia liberista che ha segnato lo stile del processo di mondializzazione e di finanziarizzazione dell’economia. Per questo il Partito Democratico non ha una lettura critica delle ragioni della crisi vorticosa dei mercati finanziari internazionali, osserva l’avanzare delle nubi nere della crisi e della recessione come se fosse un fenomeno meteorologico, una calamità naturale, e non piuttosto la logica conseguenza di una filosofia economica che ha assoggettato la politica e introdotto la storia umana nel ciclo della “produzione di denaro a mezzo di denaro”, un tempo di svalorizzazione del lavoro e di enfatizzazione della ricchezza che si riproduce per partenogenesi, un tempo in cui, a destra come a sinistra, la modernità del mercato è divenuta l’unico regolatore sociale e il cuore della discussione politica. E gli slogan liberisti hanno fatto breccia a sinistra, fino a divenire – incredibilmente – sinonimi di riformismo. E il centro-sinistra ha fatto una critica più di forma che di sostanza al partito mondiale del liberismo: non contestarne l’impianto, ma attenuarne gli effetti sociali, ridurne i danni ambientali, censurarne gli eccessi. Da troppi anni in Italia, ma non solo, più si scivola a destra e più ci si identifica come riformisti, fino al punto che nella larga opinione pubblica, e per diverse volte, il più innovatore e il più riformista di tutti è apparso Silvio Berlusconi. Ma quando il centro-sinistra ha strappato, e per un pelo, il governo alle destre, non è stato in grado di indicare una visione generale, né di segnare una significativa inversione di tendenza rispetto a quella egemonia liberista che pure aveva conosciuto la straordinaria opposizione dei movimenti altermondialisti e della corale mobilitazione pacifista: il governo Prodi non ha provato neanche a mutare l’ordine del discorso di una realpolitik che chiedeva ottusamente continuità con Mastricht, non ha inteso quale fosse l’acutezza di una crisi sociale che investiva largamente anche il ceto medio, non ha annusato l’umore popolare di crescente insofferenza per le beghe di Palazzo che esponevano un centro-sinistra senza maggioranza in uno dei due rami del Parlamento a uno stress continuo e sfibrante. L’icona della casta sigillò la caduta verticale di consenso che fece scivolare il governo verso la crisi e il centro-sinistra verso il proprio capolinea, con la conseguente sconfitta elettorale di Veltroni e la scomparsa dalle istituzioni della sinistra. Un governo senza profilo e senza collante era per Rifondazione la prova dell’impossibile: non fuggire dalle proprie responsabilità, accettare la sfida e l’occasione del governo, ma essere efficaci nel proporre una mediazione con il punto di vista della sinistra di alternativa. Avevamo il dovere di essere efficaci: che questo fosse possibile è un altro discorso. Ma che questo fosse atteso, e non solo dai nostri militanti, è evidente. La nostra inefficacia ci ha omologati al resto del centro-sinistra in un giudizio che per noi è stato inappellabile e oltremodo severo. E non ci ha salvato quel simbolo pure salvifico dell’arcobaleno, perché era solo un segno grafico e non un sogno collettivo, era un cartello elettorale e non un laboratorio della società, perché era un accordo di stati maggiori e non un patto costruito con pezzi di mondo del lavoro e di giovani generazioni, e anche perché nella sua sfortunata selezione di rappresentanza istituzionale l’arcobaleno non ebbe il coraggio di praticare la consultazione dei territori e della società civile: anche organizzando quelle primarie che debbono divenire uno dei modi ordinari di funzionamento della sinistra. Insomma lì ci siamo fratturati le ossa e abbiamo visto sfumare la speranze che in quelle elezioni potesse cominciare una storia nuova piuttosto che chiudersi una storia vecchia. Invece si chiuse la storia vecchia. In una sola volta pagammo tutti i conti in sospeso. I conti di una sconfitta la cui gestazione dura da almeno un ventennio, la cui proporzione non è semplicemente quella elettorale, la cui spiegazione non può essere infantilmente ridotta all’aver contratto il virus del governo o all’aver assunto alcuni tratti della fisiognomica della casta. La sconfitta è nella distanza dai pensieri e dai sentimenti di quella coscienza generale che, nella crisi delle organizzazioni collettive e nella crisi degli apparati formativi, si educa alla cattedra televisiva della vita e della morte in diretta. Quella cattedra ci educa ad essere capitalisti dell’anima, protagonisti o spettatori di una fiction permanente che ha abolito quei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) che Alessandro Natta mutuava da Sant’Agostino. Oggi noi viviamo in un presente senza tempo, senza scansione storica, senza spessore cronologico: quando noi parliamo del Novecento, alludendo a questioni cruciali che hanno animato immense speranze o che hanno generato immani tragedie, parliamo di un tempo che ha il suo spessore e il suo deposito di senso. Ma a chi stiamo parlando? Chi ci capisce? La comunicazione veloce, il tempo reale di scambio comunicativo nella comunità virtuale di Internet, ha come certificato l’avvenuta frammentazione del tempo, la sua polverizzazione, la sua esposizione alle intemperie del contingente. I morti sul lavoro sono cronaca nera, una colonnina tra le altre nelle statistiche ufficiali: non sono una sequenza, non sono un tempo significante, non vediamo più la strage come un nodo da tagliare con la lama del diritto alla vita. La morte è contemplata, come il licenziamento. Sono leggi metafisiche dell’economia. Oppure che cos’è il tempo di chi è appeso ad un contratto a progetto, per chi è interinale, per chi veste uno dei tanti abiti con cui nascondiamo quel gigantesco ricatto che pesa sui giovani e che rompe il loro tempo di vita, quel ricatto che è la precarietà, il contratto a tempo determinato, cioè a tempo ferito e svuotato di senso del futuro? Oppure in che tempo, o su che canale tv, avviene la tempesta di proiettili e fosforo che spezzano il cuore della Palestina? Perché questa avara reazione all’assedio di Gaza? Eppure lì non va in onda un vecchio film in bianco e nero, lì l’ansia di pace ruzzola in uno dei tanti precipizi in cui l’avventurismo americano, coprendo la destra israeliana, ha portato la geo-politica medio-orientale. Le diplomazie dal basso e le voci del popolo pacifista faticano a ritrovare una scena pubblica, la pace ha perso i suoi profeti e i costruttori di pace sembrano decimati dalla cultura bellicista che torna ciclicamente a offrirsi come garanzia di stabilità degli equilibri mondiali. La questione palestinese resta il più incandescente banco di prova per tutte le leadership mondiali. Ora è il tempo di ridare agibilità politica e inesplorate latitudini culturali alla pace, al suo progetto di giustizia sociale e al suo orizzonte antropologico. E non esiste compito più congeniale alla sinistra del futuro che quello di essere annunciatrice e costruttrice di pace. Lavorando a costruire memoria, per poter esercitare discernimento. Continuando ad interrogare le ombre del passato, anche per poter prefigurare nuove aurore. Non dimenticando mai ciò che è stato, l’orrore del dio che è morto ad Auschwitz, il dolore di un popolo condotto al macello come un agnello sacrificale. Ecco, la sinistra ha bisogno di ritrovare il tempo perduto, nel senso che non può non sentirsi implicata dal cambiamento, non può non cambiare lei stessa, non può vivere galleggiando nella stratosfera dei propri voli passati, la sinistra ha bisogno di ossigeno, ha bisogno di una strumentazione ottica complessa e sofisticata: un po’ telescopio, un po’ microscopio, un po’ caleidoscopio. La sinistra ha bisogno di mettersi in gioco evitando di mitizzare la destra ma cercando piuttosto di conoscerne apparati di potere, sistemi di comunicazione, produzione di simboli e produzione di senso comune. Non pensare che l’invettiva possa surrogare l’analisi dell’avversario, non personalizzare la contesa politica, non demonizzare chi incarna la leadership della destra: sono avvertenze che dovrebbero liberarci dalla tentazione di cavarcela con battute da talk-show. Berlusconi è l’espressione di una radicale riforma del sistema politico e di un capovolgimento della cultura generale del Paese: il cui patriottismo si sposta progressivamente dal terreno storico e civile dell’antifascismo fino a scivolare nel terreno ideologico e melmoso dell’anticomunismo. E il Cavaliere di Arcore incarna anche il mutamento di paradigma di una costituzione materiale che al primato del lavoro (sancito dal primo articolo della Carta costituzionale) sostituisce il primato dell’impresa. Eccola dunque la destra. Quella che ha scelto il profitto mercantile come baricentro della propria strategia, ha teorizzato e quindi praticato la radicale precarizzazione del mercato del lavoro, ha detassato i patrimoni e la ricchezza, ha operato una poderosa opera di riorientamento culturale della società italiana a partire dalla criminalizzazione delle povertà e delle marginalità. La destra che ha avviato una vera bonifica giustizialista contro mendicanti e lavavetri, contro gli stranieri in condizione di clandestinità, contro prostitute e trans, contro i graffitari e contro i centri sociali. “Sorvegliare e punire” sono i verbi della macchina di controllo sociale sugli esuberi della globalizzazione: e già la coazione disciplinare comincia a mirare al cuore di un’intera civiltà del diritto: quella del diritto al lavoro, del diritto di sciopero, del diritto al dissenso. La destra evoca i fantasmi che turbano i sonni del piccolo-borghese planetario: la paura di perdere reddito e sicurezza, la paura di cedere porzioni di sovranità a chi abbiamo perfino nominato “extra-comunitario”. E contro ciò che ci minaccia la tasca o anche semplicemente lo sguardo calerà la scure di quella “dura lex” che ha riti sbrigativi e pene esemplari. Ma per compensare questa torsione di classismo giustizialista la coalizione di governo costruisce, dentro un processo di piccole e grandi riforme, la blindatura garantista della classe dominante: i cui reati svaniranno nei nuovi codici e nei processi verranno prescritti per decadenza dei termini. Il terreno securitario serve a stringere le maglie del controllo sociale e a metabolizzare un progressivo cedimento al lessico razzista e xenofobo. L’omofobia viene alimentata da una porzione delle gerarchie ecclesiastiche, viene esercitata per strada con mirate spedizioni punitive, viene sdoganata persino al festival di Sanremo. L’islamofobia è nella propaganda quotidiana del partito nordista. L’antisemitismo torna a guadagnare la sua ribalta fatta di violenza e vigliaccheria. Una bravata di giovani annoiati può costare la vita ad un povero barbone, che nel sonno dei poveri non percepisce l’umido della benzina con cui lo stanno inzuppando prima di dargli fuoco, prima di bruciare una concreta esistenza, una vita viva, così per gioco, per sentire l’adrenalina che sale mentre quel sacco sporco di umanità strepita e arde. Ma noi viviamo un’epoca in cui si accetta l’idea della social card come se fosse una politica anticiclica: il bancomat della carità serve solo a dire di una propensione compassionevole che deve accompagnare quella ferocia classista di chi al lavoratori del Pubblico impiego o ai metalmeccanici offre spiccioli, riduzione di diritti, rischi di espulsione. E mentre Tremonti ci spiega, con cipiglio accademico, che questa è una crisi finanziaria che si risolve solo con strumenti finanziari, non ci accorgiamo che ci sta dicendo che l’unico keynesismo è quello per i ricchi, ai quali si è tolta persino l’unica tassa “federalista” esistente (cioè l’Ici), mentre gli altri si arrangino. La crisi industriale blocca produzioni in settori decisivi, migliaia di lavoratori vanno in cassa integrazione, c’è un universo intero che rischia un drammatico smottamento, dilaga la paura della povertà: e allora chi paga la crisi, chi paga gli ammortizzatori sociali? E’ chiaro e semplice, può pagare il Sud. Siamo ben dentro la fase storica della rivalsa nordista, tanti amministratori locali del centro-sinistra scavalcano la Lega in quanto a declamazioni in chiave padana, il cervello economico e politico del potere oggi è tutto a Nord, inoltre all’insorgere della “questione settentrionale” il Sud ha cominciato a perdere progressivamente l’uso della parola. La “questione meridionale” si è auto-esiliata in qualche studio specialistico, ha ceduto alla forza narrativa di chi riduce il Mezzogiorno ad una patologia della nazione, il Sud è stato interamente iscritto nella rubrica della politica e del giornalismo nazionali alla voce “Gomorra”. Una caricatura che diviene un alibi. Il Sud dei talenti e dell’indignazione civile, il Sud di Roberto Saviano e dei ragazzi di Locri, il Sud del talento e della legalità, il Sud dell’innovazione e della creatività: tutto questo scompare. Così oggi il governo propone di usare, come provvista finanziaria per pagare il biglietto della crisi, le risorse del Fas e quelle del Fondo sociale europeo: sono le due gambe su cui cammina quasi per intero l’economia meridionale. Sono risorse indispensabili, in aree con disoccupazione a due cifre, anche per resistere all’urto della crisi economica che arriva. Siamo al rovesciamento di un compito generale che le classi dirigenti democratiche si sono sempre affidate: fare dello sviluppo e della modernità del Sud il terreno della compiuta unificazione della storia nazionale, puntare sul Sud come crocevia di civiltà, come congiunzione di Europa e Mediterraneo, come Occidente in seminato di Oriente. La destra propone una gigantesca redistribuzione delle risorse dai territori più poveri a quelli più ricchi, dai ceti sociali più disagiati ai ceti più privilegiati, considerando parassitaria la “spesa sociale” e ridisegnando il Welfare come filantropia di Stato piuttosto che come organizzazione delle protezioni e dei diritti sociali. Per questo noi dobbiamo aprire una questione generale sul futuro del Sud, in una stagione in cui l’esplosione di una crisi morale delle classi dirigenti del centro-sinistra soprattutto nel Mezzogiorno sembra sconsigliare qualunque giudizio equanime ed articolato su un territorio abitato da venti milioni di italiani: dobbiamo portare il Sud all’opposizione delle destre. Dobbiamo aprire una contraddizione ciclopica dentro il PD, che non riesce ad essere il catalizzatore e neppure il protagonista di una opposizione visibile e credibile a Berlusconi: ma non a causa della febbre alta della sua polemica intestina, quanto a causa della sua lettura della fase, del suo giudizio sul governo in carica, della sua strategia emendativa che supplisce al vuoto di idee forti di alternativa al berlusconismo. Il PD oggi è prigioniero del proprio leghismo, non riesce a intendere quale sia la portata dell’assalto alle casse del Sud, non ingaggia su questa una battaglia campale. La rottura dell’unità sindacale e la paurosa deriva governista e corporativa di una parte del sindacato porta il partito veltroniano ad una sorta di neutralità, per la prima volta la Cgil viene lasciata sola anche nello sciopero generale del 12 dicembre, così come nell’aspra contesa per i rinnovi contrattuali. Eppure l’assalto alla Cgil è già cominciato, è lo scalpo più prezioso che la destrapossa desiderare, perché quel sindacato è portatore di un’istanza generale di emancipazione e di giustizia. E questo assedio è organico al tentativo di dare un colpo definitivo alla contrattazione collettiva nazionale, a ciò che ancora protegge un’idea di mondo del lavoro e una storia di civiltà del lavoro. La contro-riforma della scuola e dell’Università sono stati pezzi pregiati di questa opera di sradicamento di una cultura della “res publica” che nel lavoro e nella formazione indicava il “bene comune” fondamentale della democrazia repubblicana. La scuola va re-impacchettata nelle regole di una austerità ottocentesca, con tanto di grembiulini e voti di condotta, va capovolta rispetto alle ambizioni pedagogiche di chi la immagina come palestra di libertà e di pensiero critico, un contro-68 è il programma esplicito della ministra Gelmini. Siamo alla perfetta antitesi di ciò che apprendemmo leggendo la “Lettera ad una professoressa” di don Lorenzo Milani. Qualcuno vuole fondare un’idea degli apparati formativi e una figurazione della società sui pilastri di cemento armato di una sorta di “pedagogia della paura”, una disciplina generale che rimbalza dalla scuola al lavoro, dal tempo libero all’organizzazione urbana: e che si accompagna a quella che potremmo definire educazione tecnica e spirituale alla precarietà. Affinché la scuola educhi alla paura, il lavoro somministri precarietà, la vita privata e quella sociale si srotolino come narrazioni di persone subordinate alla signoria della produzione. A questo disegno ha saputo reagire una nuova generazione, la prima generazione compiutamente esiliata dalla civiltà novecentesca (a partire ad esempio dalla generale aspettativa di una vita lavorativa precaria), un nuovo movimento studentesco ha segnato la società e ha spaventato la politica riuscendo con intelligenza a evitare la tenaglia della violenza e della criminalizzazione: come a dire che proprio lì, in quella fabbrica speciale in cui si fabbrica la riproduzione sociale, proprio nel luogo di apprendimento dei saperi e del sapere sociale, lì cova una contraddizione irriducibile dello sviluppo capitalistico: la contraddizione tra domanda di senso e di libertà, che vive in modo naturale nei processi di scolarizzazione, e la mercificazione della vita e del lavoro. La questione sociale e le giovani generazioni propongono una lettura unitaria dello sviluppo e della crisi della globalizzazione. La rivolta della gioventù greca e la straordinaria mobilitazione contro la riforma pensionistica della destra francese dicono di quanto l’aggressione ai diritti sociali abbia tratti comuni in gran parte del vecchio continente. La lotta dovrebbe, come ci ha insegnato la pratica dei Social Forum, svolgersi su una scena sovra-nazionale. A cominciare dalla messa in campo di proposte di politica anti-recessiva e anti-ciclica che rappresentino anche una forma di demistificazione della natura reale delle manovre anti-crisi di tanti governi, a partire dal nostro: e nel nostro la neo-teologia di Tremonti cerca di interpretare la crisi come una cabala, come un episodio del Caso o del Kaos, o come un epifenomeno del male, e a fronte del marasma economico finanziario propone un ripristino dall’alto dei valori tradizionali. Insomma, solo “Dio, Patria e famiglia” ci salveranno, e il Tremonti ratzingeriano appare come l’ultimo epidono della saga western di Bush. Noi dobbiamo interrogare la destra e il Paese sulla necessità strategica di un “Piano per il lavoro”, un progetto ambizioso e straordinario di implementazione dell’occupazione puntando sulla promozione della qualità ambientale, a partire dalle bonifiche fino al disinquinamento dei corsi d’acqua, dalla protezione delle coste e delle falde fino alla raccolta differenziata spinta dei rifiuti urbani. E ancora puntando sulle energie alternative e sulla produzione di quei beni immateriali, nella cultura nella comunicazione e nei servizi, che possono consentirci di coniugare ricchezza economica e ricchezza sociale, ricchezza delle quantità e ricchezza delle qualità, incrementi di sviluppo e diffusione del benessere sociale. Ma dobbiamo sapere che la destra vuole usare la crisi economica come alibi per rinviare i conti con il carattere dirimente e ultimativo della crisi ambientale. Qui dobbiamo reagire, ora è il momento di una riconversione culturale che deve investire le forme del produrre, del consumare, del vivere associato. Ora è il momento di andare all’assalto dei veleni che assediano le nostre vite: dalle polveri sottili che abitano anche i polmoni dei nostri bambini al mercurio che nuota nei nostri mari, dall’amianto che continua a uccidere di mesotelioma pleurico fino a quella diossina che la proprio la Puglia, che è la mia terra, ha voluto con una rivoluzionaria legge regionale sottoporre a vincoli seri e scientificamente fondati.
    Abbiamo dinanzi diversi passaggi elettorali. Il primo dei quali riguarda la Sardegna, regione nella quale i nostri compagni hanno saputo accompagnare con intelligenza e stimolare in modo creativo l’esperienza innovativa della presidenza Soru: che ha interpretato l’autonomismo sardo come una prospettiva europea e non come ripiegamento e chiusura, e che ha difeso la bellezza e la ricchezza della sua natura e dei suoi delicatissimi eco-sistemi dando una lezione di dignità e di moralità ad un Paese che ha fatto anche del patrimonio dello Stato una S.P.A. Nelle città e nelle province in cui si vota è necessario sviluppare il massimo sforzo unitario della sinistra, di una nuova sinistra capace di guardare anche le radici di una crisi delle grandi città che è anche crisi nei nostri modelli amministrativi. Il riformismo municipale mostra le corde, si tratta di tornare ad avere una lettura critica dello sviluppo cittadino e metropolitano, ma poi si tratta di realizzare un progetto globale di riqualificazione delle periferie e di rigenerazione urbana. Ma nel governo dei territori deve tornare con forza, come sfida della democrazia partecipata e della cittadinanza attiva, la “questione morale”: depurata dalle scorie della giustizia-spettacolo e da quella retorica qualunquista che nella generalizzazione della denuncia finisce per mortificare gli onesti piuttosto che stigmatizzare i corrotti, bonificata da pulsioni da far west, essa vive come rottura della barriera architettonica e sociale che separa, tavolta in modo feroce, i pubblici poteri dalle domande della vita quotidiana. Vive di trasparenza di tutti i procedimenti amministrativi, vive di drastica semplificazione burocratica, vive di circolazione delle informazioni, vive di controllo organizzato sulle decisioni di governo, vive di netta separazione tra politica e affari, vive di responsabilità condivise e di qualità delle classi dirigenti. E poi c’è la consultazione per il rinnovo del Parlamento Europeo: innanzitutto una occasione per fare il punto sul processo di allargamento dell’Unione, per tracciare un bilancio sul ruolo politico dell’Europa nello scacchiere internazionale, ma anche una occasione decisiva per sottolineare gli impegni mancati, le pagine bianche, i peccati di omissione di una Europa incapace di autonomia dagli Stati Uniti e povera di iniziativa politico-diplomatica come si è visto nei giorni della guerra a Gaza. Per noi anche uno stimolo a rinsaldare la presenza dentro “Sinistra europea” e forse la costruzione di una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra. Che ci sia, in questa contesa, una sinistra unitaria, un pezzo di un cammino assai più lungo e complesso, può essere un fatto nuovo per il popolo della sinistra: naturalmente sappiamo che continua il lavoro bipartisan per introdurre un robusto sbarramento elettorale: serve a compiere il lavoro sporco, è la proiezione di quello sbarramento sociale che vuole marginalizzare le culture critiche e le alternative di società. A condizione che non sia la confezione di un partitino, ma solo un passaggio in una traiettoria di accumulo di forze e di esperienze. A condizione che non appaia, così come fu per l’arcobaleno, un patto di vertice e un manufatto del politicismo dei ceti politici. Serve che tutti e tutte ci facciamo carico, nel dare avvio al movimento per la sinistra, di una domanda di partecipazione diretta alle decisioni della politica, della nostra politica. La democrazia per noi non può essere né apparire una questione procedurale. Proviamo a sfidare noi stessi, a dire che nella rete che stiamo per tessere varrà sempre e comunque il principio di “una testa un voto”, che le primarie possono essere la regola e non l’eccezione della vita interna, che si vota non per finta ma per davvero. E che la democrazia è attraversamento dei territori, radicamento nei territorio, interrelazioni tra territori. Io penso ad una sinistra federale, a cantieri aperti, plurali, curiosi, includenti, che abitino nei territori. Penso ad una sinistra capace di presentarsi come una profezia laica, l’annuncio di tempi nuovi. Obama ha già cambiato il mondo, perché ha introdotto nell’immagine di politica che comunica, la suggestione ontologica del cambiamento, perché nel più ufficiale dei suoi discorsi si è sentito il congedo liberatorio dall’epoca dell’America texana delle sette evangeliche e dei petrolieri, dei gangster della speculazione borsistica e della bolla immobiliare, perché ha nominato la violenza razzista del mondo in cui è nato e cresciuto, perché ha esibito con naturalezza le prerogative di una democrazia che rifiuta qualsiasi torsione confessionale, perché ha delineato un intervento pubblico che mira a salvare l’economia reale piuttosto che la finanza creativa che ha ubriacato il mondo. Insomma, che la politica torni a essere pensiero, conoscenza, inchiesta, passione condivisa, reciproco affidamento, indignazione civile, prefigurazione di un mondo liberato.
    Io le cose che ho detto, con sincerità e poca organicità, le ho dette per offrire una spiegazione del mio congedo dal mio partito. Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, a quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di Rifondazione. E soprattutto ai compagni e alle compagne della nostra area che scelgono di continuare la propria lotta dentro al partito voglio esprimere gratitudine: per aver condiviso una bella battaglia, e perché sono certo che continueranno a battersi perché nasca una sinistra nuova. Una sinistra del lavoro e delle libertà. Che ingaggi un molecolare corpo a corpo contro la paura e contro la solitudine. Che ritrovi l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociali, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo. Una politica che allunga i propri pensieri oltre lo spazio del presente. Una politica che ci aiuti a spartire il dolore e la gioia, che ci rispetti nella nostra fragilità e nella nostra unicità, che non ci trasformi in giudici sommari e in boia delle diversità, che non sia pensata e gestita al maschile, che non accetti barriere gerarchiche, che non escluda chi è diversamente abile, che non giudichi nessuno per la sua fede o per il suo orientamento sessuale, che non cerchi nemici. Una politica gentile, capace di ascoltare l’avversario, forte solo delle proprie idee e non forte di servizi d’ordine, una politica che cerca le persone in carne e ossa piuttosto che cercare il pubblico. Una politica che apre la questione della libertà in ogni millimetro di organizzazione sociale, a partire dal luogo di lavoro. Una politica che annuncia non il nostro primato ideologico ma il nostro amore per la terra e per la vita, che annuncia speranza, che si fa popolo, che ci dà il coraggio di osare una nuova avventura, un nuovo inizio, un altro partire. Auguri a tutti e a tutte.”

  138. PER UN MOVIMENTO POLITICO DELLA SINISTRA. said

    Questo è il documento finale sottoscritto quasi all’unanimità dai circa mille compagni e compagne al termine del semimario di Chianciano del 24-25 gennaio 2009. Verrà portato all’attenzione di tutti gli iscritti, simpatizzanti, elettori del PRC in tutta Italia.
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    PER UN MOVIMENTO POLITICO PER LA SINISTRA
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    ” Compiamo una scelta difficile e impegnativa. Proponiamo di uscire dal Partito della Rifondazione Comunista. Lo facciamo per dare vita ad un Movimento politico Per la Sinistra, per la sua ricostruzione, non per fare un ennesimo partitino. Una Sinistra senza aggettivi, perché quelli che l’hanno connotata nel secolo che abbiamo alle spalle sono diventati tutti inadeguati a poterla definire univocamente, che si fonda sulla convinzione della necessità e della possibilità del superamento di un sistema capitalistico che è oggi investito dalla più grande crisi economico-finanziaria dagli anni Trenta in poi. Proponiamo che tutti i passaggi per la ricostruzione della Sinistra siano partecipati e abbiano, a partire dalla discussione nei territori di questo documento, dei momenti di verifica e di scelta. Partiamo dalla nostra parzialità, dai nostri limiti e dalla nostra speranza: quella di costruire, insieme, una strada nuova per gli uomini e le donne che si dicono e sono di Sinistra. E’ una scelta difficile e per noi anche dolorosa. Abbiamo profuso tutto il nostro impegno in questi anni, per diversi di noi fin dalla sua fondazione, per rendere credibile e forte il progetto della Rifondazione Comunista. Sapevamo che non era un compito da poco, ma abbiamo ritenuto – e non ci siamo affatto pentiti – che fosse necessario mantenere viva e attuale un’idea di trasformazione della società che rischiava di rimanere sepolta da una svolta, quella della Bolognina, che conduceva il più grande partito comunista dell’Occidente fuori dalla storia del movimento operaio e non solo dagli errori e dagli orrori che pure lo hanno segnato, in particolare nelle esperienze del cosiddetto socialismo realizzato.
    Questa convinzione è stata pienamente confermata dalle trasformazioni successive che alla fine hanno portato, con la nascita del Partito Democratico, chi ha seguito fino in fondo quella svolta addirittura fuori dell’ambito stesso della Sinistra. Sapevamo che quel compito andava condotto di pari passo con la costruzione di un’opposizione e di una capacità di risposta alla dilagante offensiva culturale, politica e sociale che è stata portata avanti dalle destre, in particolare negli anni ottanta e novanta, sulla scia della vittoria del neoliberismo su scala mondiale. In nessun caso abbiamo inteso quel compito di rifondazione come un semplice atto di testimonianza, ma lo abbiamo calato nella lotta politica attiva. Sapevamo che dentro Rifondazione Comunista convivevano, e per la sua storia non poteva essere altrimenti, diverse anime e storie politiche. Alcune di queste erano più legate alla tradizione del movimento operaio e comunista internazionale e del nostro paese e si ponevano il compito di conservare quel portato ideale e di esperienza. Altre erano più impegnate a sottolineare elementi di innovazione nella cultura e nella politica comunista e di sinistra e si collegavano direttamente alla realtà dei nuovi movimenti, particolarmente viva in questo ultimo decennio. Tutta la storia del partito della Rifondazione può essere letta attraverso il dispiegarsi di questa tensione fra queste diverse anime. Dall’esito del loro confronto dipendeva il successo del progetto della rifondazione comunista. Il periodo non breve della segreteria di Fausto Bertinotti ha rappresentato il punto più alto di quel tentativo e ha conferito al partito della Rifondazione comunista i tratti di una esperienza politica innovativa e originale, pur in un percorso non privo anche di sconfitte, che ha conosciuto momenti di grande intensità e partecipazione collettiva.Si è prodotto uno sforzo che ci è ancora utile e che continuerà a guidare i nostri passi. In questi anni abbiamo saputo rivisitare criticamente – senza facili abiure o comodi oblii – l’esperienza storica del movimento operaio del Novecento, le sue categorie ideali, le concezioni e le esperienze organizzative. Abbiamo approfondito l’analisi della contraddizione tra capitale e lavoro, soprattutto attraverso la lettura del processo di globalizzazione capitalistica e dei fenomeni della precarietà. Abbiamo approfondito la comprensione delle contraddizioni di genere e quelle tra uomo e natura, arricchendo così la nostra cultura di nuovi elementi, come l’ambientalismo e il femminismo, che erano stati trascurati, quando non osteggiati, dalla cultura comunista tradizionale. Abbiamo affrontato in modo nuovo vecchi modi del dibattito interno al movimento operaio, come la coppia rivoluzione/riforme, elaborando una nuova cultura della trasformazione, nella quale la nonviolenza e il rifiuto dell’ordine delle cose esistenti hanno trovato una nuova sintesi. E’ su questa strada che dobbiamo continuare per compiere certo non da soli, nuovi e più importanti passi in avanti.

    Ma questo percorso ha subito una brusca interruzione con il congresso di Chianciano di fine luglio. Certamente su quel congresso ha pesato la sconfitta elettorale che la Sinistra nel suo complesso, e quella radicale ancora di più, hanno subito nella prova elettorale della primavera. Lì si è materializato il pieno successo delle destre, sul piano della egemonia nella società, che avevamo cercato di contrastare per oltre quindici anni. Il fallimento dell’ultimo governo Prodi e della alleanza politica che lo aveva sorretto – le cui cause più di fondo sono state non a caso rimosse dal dibattito interno – è stata solo l’ultimo elemento di una crisi fin troppo evidente della Sinistra nel nostro paese. Tuttavia a quella durissima sconfitta era possibile dare ben altre risposte.
    E’ quello che abbiamo cercato di fare – certamente non senza errori e debolezze – impegnandoci in una battaglia congressuale che ha pochi precedenti per intensità di partecipazione per il corpo militante, nella prospettiva di salvare, anzi mettere a valore, le idee e e le esperienze del partito della Rifondazione comunista, entro un processo ben più vasto di ricostruzione della Sinistra. Fondato sull’esistenza di una Sinistra diffusa e soprattutto di movimenti sociali. Ha prevalso invece un’alleanza spuria, fatta di conservazione identitaria e di vago populismo, che giudichiamo complessivamente al di sotto di qualunque esigenza di ricostruzione della Sinistra. Non è affatto in discussione la liceità degli esiti formali del congresso di Chianciano, ma il loro significato politico. Tra questi esiti e quanto è intervenuto nel partito della Rifondazione comunista in questi mesi non c’è affatto alcuna conseguenza meccanica né sul piano della vita interna né su quello della linea politica. Non era affatto scontato che ci si dovesse attrezzare a rispondere su un terreno puramente identitario anche alle prossime scadenze elettorali, amministrative e europee. Non era affatto detto che la discussione interna dovesse avvitarsi attorno a questioni ideologico-identitarie, come si è visto sulla questione del conflitto russo-georgiano o addirittura sulla costruzione e la demolizione del muro di Berlino. Non era affatto automatico che la nuova maggioranza procedesse alla distruzione dell’esperienza del collettivo redazionale di Liberazione, che aveva garantito – ovviamente con tutti i limiti di chi ha il coraggio di correre qualche rischio – l’esistenza di una ” finestra sul mondo ” per il nostro partito, attraverso cui guardare e essere guardati, e che aveva permesso di conquistare un’attenzione nel mondo politico e culturale del tutto insolita per un quotidiano di partito. In sostanza dopo il congresso di Chianciano si è realizzata in Rifondazione comunista un’ulteriore involuzione politica, che ne riduce drasticamente la agibilità e la credibilità.

    Scegliamo quindi di impegnarci per la ricostruzione della Sinistra, per l’apertura della fase costituente di un nuovo soggetto politico della Sinistra, dando vita ad un movimento politico capace di riflessione, di ricerca e di azione, pronto ad interloquire con le forze politiche esistenti, con chi decide di continuare la propria battaglia dentro Rifondazione comunista, con i movimenti, con le associazioni, a partire dall’Associazione ” Per la Sinistra ” che è nata lo scorso 13 dicembre all’Ambra Jovinelli a Roma, con i centri di inziativa locale, tanto sul piano teorico-culturale quanto su quello politico-pratico. Un movimento che nasce con una missione unitaria, a partire da ogni sforzo riaggregativo sui livelli territoriali, che non intende difendere un’identità già precostituita, ma che intende costruirne una nuova, capace di contrastare la ristrutturazione capitalistica a partire da ogni contributo che saprà essere messo a disposizione in questa fase. Un movimento che lavori da subito per costruire l’unità più vasta e più solida possibile sul terreno dell’opposizione alle politiche e al governo delle destre. Un movimento che considera quindi il terreno del governo, ai vari livelli, come una occasione da sapere interpretare bene, quando se ne presentano le condizioni, e non certo una sciagura da evitare per principio o tantomeno un’ossessione da inseguire ad ogni costo. Un movimento che non trascura i momenti elettorali, senza trasformarle in tappe decisive, attrezzandosi ad attraversarli con le modalità migliori per evitare la frantumazione della presenza della Sinistra nelle istituzioni e per fare avanzare il proprio progetto politico.
    Un movimento che si propone di innovare e sperimentare nuove forme di organizzazione e di partecipazione, che facciano i conti in modo propositivo con la crisi della politica e delle sue forme di espressione e di organizzazione. In questo senso, sia per le amministrative che per le elezioni europee, proponiamo che siano sostenute le iniziative unitarie che contribuiscono al percorso della nuova Sinistra. Ribadiamo che ogni ipotesi di sbarramento, pure in palese contrasto con lo spirito proporzionale della rappresentanza europea, sia un errore non solo per noi, che stiamo per intraprendere un cammino, ma per la democrazia del paese.
    Il grande bisogno di Sinistra che c’è nel nostro paese, ma potremmo dire in tutta Europa, non deriva soltanto, in negativo, dal vuoto che altri hanno lasciato in questo campo. Quel vuoto è già stato riempito dall’egemonia delle destre nelle sue varie forme. Il bisogno di Sinistra nasce oggi dall’evidenza della crisi profonda del processo di globalizzazione, delle teorie e delle pratiche del neoliberismo che l’hanno guidata e, d’altro canto, dalla crescita di movimenti sul terreno sociale e culturale che testimoniano il fallimento del tentativo di omologazione al pensiero unico. Stiamo vivendo la più grande crisi economico e del capitalismo dagli anni Trenta in poi. Una crisi che si è manifestata sul terreno finanziario ma che affonda le sue readici nell’economia reale di questo capitalismo. Una crisi che è insieme di sovrapproduzione di merci e di sovraccumulazione di capitali. Per risolvere entrambe, il sistema capitalistico, in primo luogo quello statunitense, ha cercato di ridare fiato all’economia attraverso il volano del cresdito alle persone. Ma questo ha determinato una bolla di proporzioni gigantesche, moltiplicata nei suoi effetti dai tioli derivati, che non poteva non scoppiare. Quando ciò è avvenuto, nel’estate di due anni fa, la crisi è diventata subito generale.
    I fallimenti delle banche sono stai impediti dal pronto intervento dello stato, ma questo non ha evitato il dilagare della disoccupazione e della chiusura delle unità produttive, i cui effetti si manifesteranno in modo ancora più virulento lungo il presente anno. Il princiopio dell’autoregolamentazione dei mercati è uscito ridicolizzato. Il ruolo di controllo degli organi nazionali e internazionali sui mercati finanziari si è rivelato un fallimento. Il principio neoliberista, che ha animato le politiche dei governi dalla vittoria di Reagan e della Thathcer in poi, secondo cui ” lo stato era il problema, non la soluzione “, si è rovesciato nel suo contrario, poiché non solo nel sistema bancario, ma anche in quello manufatturiero, lo stato in ogni dove interviene fino a dare vita a veri processi di nazionalizzazione.

    Tutto questo però non significa che il capitalismo si avvii a morte naturale, ma che si chiude un ciclo trentennale segnato dal neoliberismo e dalle cosiddette magnifiche sorti progressive della globalizzazione. Il capitalismo sta ora cercando una sua nuova strada per continuare a perpetuare il suo dominio sul mondo. Se il neoliberismo appare un ferro vecchio, non per questo è venuto meno il potere del capitale sul lavoro e sulla società. Solo la nascita di un soggetto antagonistico capace di esercitare un’egemonia generale su una società sconvolta da questa crisi profonda può spezzare il dominio delle vecchie classi dirigenti. Spetta alla Sinistra fornire una visione alternativa di società e organizzare programmi, proposte e modi di coesione sociale in modo tale da fornire uno sbocco diverso alla crisi. E’ qui che si colloca la nuova discriminante tra destra e Sinistra, mentre la possibilità di posizioni intermedie si riduce sempre più sul terreno politico, così come su quello sociale assistiamo alla disgregazione di quegli strati intermedi il cui consenso è stato così decisivo per il neoliberismo e le destre.
    La condizione di chi vive del proprio lavoro peggiora in continuazione, a causa del permanere di bassi salari, della precarietà del posto di lavoro, della continua riduzione degli ambiti dello stato sociale che comporta la liquidazione di servizi gratuiti e di qualità. Per questo può benissimo accadere che al consenso elettorale verso un governo di destra non corrisponda la pace sociale. Ma questa apparente contraddizione può anche evolvere in senso negativo, in forme puramemte ribellistiche o con un ulteriore spostamento a destra dell’elettorato, se non si ricostruisce una Sinistra dotata di proposta e di forza organizzata. Il conflitto fra destra e Sinistra non solo non sparisce, ma diventa più alto e profondo. Il tabù dell’intervento pubblico in economia è crollato, ma lo scontro tra destra e Sinistra si sposta su quale intervento pubblico, per produrre cosa, con quale potere decisionale dei cittadini sulle scelte economiche. Poiché le radici sociali della crisi stanno nelle basse retribuzioni e nella precarietà, il tema di un grande piano del lavoro che dia stabilità e migliori condizioni retributive e normative allo stesso, diventa la leva fondamentale per una uscita da Sinistra dalla crisi. La questione della programmazione economica torna di attualità, tantopiù in contrapposizione ad un federalismo antimeridionalista, ma non può essere dirigismo, bensì programmazione democratica, attraverso il protagonismo degli attori sociali, delle organizzazioni sindacali, delle comunità locali. La difesa dello stato sociale non può essere solo resistenza o testimonianza, ma deve comportare un confronto sui contenuti delle politiche culturali e sociali e del livello di partecipazione dei cittadini alle decisioni sia nel campo della scuola, come in quello della sanità o della previdenza per citare solo i tre grandi settori dello stato sociale novecentesco.

    La crisi dell’attuale fase del capitalismo ha dimensione mondiale e così deve essere considerata, Non può esistere una Sinistra che non ragioni a questo livello, Noi vogliamo continuare ad essere, sempre più, una Sinistra europea con gli occhi rivolti verso il Sud del mondo. L’Europa è ad un bivio: diventare finalmente un soggetto capace, anche di fronte alla crisi dei vecchi assetti di rappresentare una possibile alternativa di pace e di modello economico e sociale, o deperire. Ciò conferma e rafforza la nostra scelta di essere protagonisti della costruzione del Partito della Sinistra Europea, cui confermiamo la nostra adesione come soggetto capace di agire questo nuovo livello del conflitto e della politica ormai indispensabile. E confermiamo la nostra presenza nel GUE, luogo d’incrocio di diverse Sinistre alternative. Ma questa conferma di appartenenza e collocazione richiede ancora più una capacità di agire perché si affermi in Europa una nuova Sinistra, capace di rappresentare una nuova alternativa alle destre. Come abbiamo già sperimentato in questi anni di lavoro parlamentare il rapporto con realtà politiche collocate in altri campi della Sinistra, da quello socialista a quello verde, ha rappresentato un punto importante per conseguire una maggiore capacità di movimento, di iniziativa politica e di risultati concreti, come nel caso della vittoriosa battaglia contro al direttiva sulle 65 ore di lavoro. La costruzione in Italia di una nuova soggettività politica deve avvalersi di questa esperienza come elemento di arricchimento e come capacità di incidere efettivamente. Quella che chiamiamo crisi dell’attuale processo di globalizzazione si compone e si scompone di aspetti più speicifici, la crisi economico-finanziaria, la crisi sociale, la crisi ambientale, la crisi delle istituzioni internazionali e nazionali, cioè della democrazia. La nostra risposta deve porsi contemporaneamente su tutti questi livelli.
    La Sinistra deve sapere parlare di lavoro, manuale ed intelletuale, come di generi sessuati, di ambiente, di diritti, di beni comuni, di giustizia, di multiculturalità, di solidarietà, di uguaglianza, di differenza, di libertà, di pace. Non può essere assente da alcuno di questi terreni, non può essere vittima delle gerarchie , delle contraddizioni che essa stessa si costruisce, poiché la politica concreta nasce dal desiderio e dal dolore, non dall’astrazione delle categorie del pensiero. Così va impostata la nostra ricerca progettuale e programmatica. Non siamo soli in questa impresa, altrimenti essa sarebbe impossibile. I movimenti e i nuovi fenomeni politici di questi anni non hanno solo prodotto preziose esperienze di lotta e di organizzazione, ma anche tanto pensiero, tante proposte, tante idee. In America Latina sta crescendo una nuova straordinaria esperienza della Sinistra. Una Sinistra che sa essere contemporaneamente di movimento e di governo, che sa convivere e risolvere le tensioni che derivano da questi due livelli, che sa pensare in termini locali e in termini globali, che si propone quindi come un punto di riferimento mondiale anche dal punto di vista della elaborazione. Il movimento altermondialista, quello che prese le mosse da Seattle alla fine del secolo scorso, continua a far sentire la sua presenza nelle lotte e nei forum mondiali e continentali, mette a fuoco nuove analisi e nuove proposte per l’oggi e per il domani, pratica nuove forme di organizzazione e di comunicazione cui guardare con grande attenzione. Non basta raccogliere, bisogna essere protagonisti della semina. Per questo proponiamo di costruire un percorso partecipato, ai soggetti sociali e ai singoli che lo vorranno, per costruire un programma di intervento immediato, per definire una serie di campagne che qualifichino la nostra azione politica.A partire da un grande piano per il lavoro che sappia far incrociare l’intervento pubblico con la qualità del cosa e come produrre dettatoci dalla immensa questione ecologica. Così come dovremo saper intervenire sulle imponenti questioni aperte dalla sistematica violazione delle libertà da quelle che vogliono privare dello stesso diritto a decidere sul proprio corpo di Eluana, a quelle che considerano i nostri fratelli migranti carne da macello nella competizione globale della paura, passando per le violazioni dei diritti fondamentali sui corpi, per le torture, da quelle di Bolzaneto a Guantanamo. Vogliamo la pace, ovunque ed immediatamente in Palestina, poiché nessun uomo può più dirsi innocente rispetto a quanto li sta accadendo. Vogliamo disvelare, ancora una volta, il volto orribile e ripugnante di questa modernizzazione senza diritti, di questo capitalismo amorale. Vogliamo farlo con le uniche armi che sappiamo impugnare: la passione e il pensiero critico. Non è un lavoro breve quello a cui ci accingiamo. Gli errori del passato non ci permettono altri passi falsi. Lo spazio per la ricostruzione della Sinistra è davanti a noi, ma non per sempre. Perciò il cammino lo dobbiamo intraprendere subito. Adesso.

    Chianciano, 25 gennaio 2009.

  139. Reed said

    Cari socialdemocratici della sinistra perche’ non vi iscrivete al PD ????

  140. TORINO: MENO DI 300 GIORNI ALLA CHIUSURA said

    Torino: Basse di Stura: meno di 300 giorni alla chiusura della discarica

    Mercoledì 18 marzo 2009

    ore 16.30
    Arena piazza G. Astengo (Falchera)

    Torino

    Basse di Stura: meno di 300 giorni alla chiusura della discarica

    intervengono:

    Antonio Saitta
    Francesco Vercillo

  141. ambien said

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