Rifondazione per la sinistra

Un manifesto per la rifondazione

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Unire la Sinistra esce dal PdCI

Posted by carbonetti battistino su 9 febbraio 2009

Roma, 8 febbraio 2008 Il direttivo dell’associazione Unire la Sinistra, nata dopo il congresso dei Comunisti Italiani, per tenere insieme la militanza di quanti hanno aderito alla mozione Bellillo-Guidoni-Robotti (che aveva raccolto il 17% all’ultimo congresso del Pdci), ha approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui si dichiara pronta a mettere al servizio del nuovo partito de La Sinistra la storia e la militanza dei comunisti italiani. In vista di tali ragioni, si legge nell’ordine del giorno approvato – il direttivo considera oramai “conclusa l’esperienza nel Partito dei Comunisti Italiani”. Il direttivo di Unire la Sinistra invita Movimento per la Sinistra, Sinistra Democratica, Verdi, le associazioni e i movimenti interessati al processo costituente a lavorare insieme per definire rapidamente luoghi, tempi e regole di partecipazione del nuovo soggetto politico. In vista delle elezioni europee, ULS considera essenziale concorrere con un simbolo che rappresenti chiaramente il disegno politico in campo a livello nazionale, senza cartelli elettorali che rischiano di riproporre gli errori e la confusione de la Sinistra l’Arcobaleno e di svilire il valore del progetto costituente de La Sinistra. Il direttivo, infine, rinnova l’appoggio incondizionato alla CGIL per lo sciopero del 13 febbraio ed invita tutte le forze di opposizione a mobilitarsi per organizzare una imponente manifestazione nazionale in difesa della Costituzione.

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Costruire la Sinistra: il tempo è adesso

Posted by carbonetti battistino su 7 novembre 2008

 

 

 

Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un’altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi. Che è possibile rispondere all’insulto criminale che insanguina il Mezzogiorno e vuole ridurre al silenzio le coscienze più libere. Che è possibile dare dignità al lavoro, spezzando la logica dominante che oggi lo relega sempre più a profitto e mercificazione. Che è possibile affermare la libertà delle donne e vivere in un paese ove la laicità sia un principio inviolabile. Che è possibile lavorare per un mondo di pace. Che è possibile, di fronte all’offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere – come fece Einstein – che l’unica razza che conosciamo è quella umana. Che è possibile attraverso una riconversione ecologica dell’economia contrastare i cambiamenti climatici, riducendone gli effetti ambientali e sociali. Che è possibile, dunque,  reagire ad una politica miserabile la quale, di fronte alla drammatica questione del surriscaldamento del pianeta, cerca di bloccare le scelte dell’Europa in nome di una cieca salvaguardia di ristretti interessi.
Cambiare questo paese è possibile. A patto di praticare questa speranza che oggi cresce d’intensità, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi  in realtà. E’ questo il compito primario di ciò che chiamiamo sinistra.
Viviamo in un paese e in un tempo che hanno bisogno  di un ritrovato impegno e di una nuova sinistra, ecologista, solidale e pacifista. La cronaca quotidiana dei fatti è ormai una narrazione impietosa dell’Italia e della crisi delle politiche neoliberiste su scala mondiale. Quando la condizione sociale e materiale di tanta parte della popolazione precipita verso il rischio di togliere ogni significato alla parola futuro; quando cittadinanza, convivenza, riconoscimento dell’altro diventano valori sempre più marginali; quando le donne e gli uomini di questo paese vedono crescere la propria solitudine di fronte alle istituzioni, nei luoghi di lavoro – spesso precario, talvolta assente – come in quelli del sapere; quando tutto questo accade  nessuna coscienza civile può star ferma ad aspettare.  Siamo di fronte ad una crisi che segna un vero spartiacque. Crollano i dogmi del pensiero unico che hanno alimentato le forme del capitalismo di questi ultimi 20 anni. Questa crisi rende più che mai attuale il bisogno di sinistra, se essa sarà in grado di  farsi portatrice di una vera alternativa di società a livello globale.
E’ alla politica che tocca il compito, qui ed ora, di produrre un’idea, un progetto di società, un nuovo senso da attribuire alle nostre parole. Ed è la politica che ha il compito di dire che un’alternativa allo stato presente delle cose è necessaria ed è possibile. La destra orienta la sua pesante azione di governo – tutto è già ben chiaro in soli pochi mesi – sulla base di un’agenda che ha nell’esaltazione persino esasperata del mercato e nello smantellamento della nostra Costituzione repubblicana i capisaldi che la ispirano. Cosa saranno scuola e formazione, ambiente, sanità e welfare, livelli di reddito e qualità del lavoro, diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell’Italia di domani, quel domani che è già dietro l’angolo, quando gli effetti di questa destra ora al governo risulteranno dirompenti e colpiranno dritto al cuore le condizioni di vita, già ora così difficili, di tante donne e uomini?
E’ da qui che nasce l’urgenza e lo spazio – vero, reale, possibile, crescente – di una nuova sinistra che susciti speranza e chiami all’impegno politico, che lavori ad un progetto per il paese e sappia mobilitare anche chi è deluso, distratto, distante. Una sinistra che rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla politica, l’affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci da agitare verso il presente. Una sinistra che assuma la sconfitta di aprile come un momento di verità, non solo di debolezza. E che dalle ragioni profonde di quella sconfitta vuole ripartire, senza ripercorrerne gli errori, le presunzioni, i limiti. Una sinistra che guardi all’Europa come luogo fondamentale del proprio agire e di costruzione di un’alternativa a questa globalizzazione. Una sinistra del lavoro capace di mostrare come la sua sistematica svalorizzazione sia parte decisiva della crisi economica e sociale che viviamo.
Per far ciò pensiamo a una sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle cose di questo tempo e di questo mondo. Una politica della pace, non solo come ripudio della guerra, anche come quotidiana costruzione della cultura della  non violenza e della cooperazione come alternativa alla competizione. Una sinistra dei diritti civili, delle libertà, dell’uguaglianza e delle differenze. Una sinistra che non sia più ceto politico ma luogo di partecipazione, di ricerca, di responsabilità condivise. Che sappia raccogliere la militanza civile, intellettuale e politica superando i naturali recinti dei soggetti politici tradizionali. E che si faccia carico di un’opposizione rigorosa , con l’impegno di costruire un nuovo, positivo campo di forze e di idee per il paese. La  difesa del contratto nazionale di lavoro, che imprese e governo vogliono abolire per rendere più diseguali e soli i lavoratori e le lavoratrici è per noi l’immediata priorità, insieme  all’affermazione del valore pubblico e universale della scuola e dell’università e alla difesa del clima che richiede una vera e propria rivoluzione ecologica nel modo di produrre e consumare.
Lavorare da subito ad una fase costituente della sinistra italiana significa  anche spezzare una  condizione di marginalità – politica e persino democratica –  e  scongiurare la deriva bipartitista , avviando   una  riforma delle pratiche politiche novecentesche.
L’obiettivo è quello di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità: non la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico, partecipativo, inclusivo. Per operare da subito promuoviamo l’associazione politica “Per la Sinistra”, uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra italiana, avviando adesioni larghe e plurali.
Fin da ora si formino nei territori comitati promotori provvisori, aperti a tutti coloro che sono interessati al processo costituente , con il compito di partecipare alla realizzazione, sabato 13 dicembre, di una assemblea nazionale. Punto di partenza di un processo da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d’intenti, un nome, un simbolo, regole condivise. Proponiamo di arrivare all’assemblea del 13 dicembre attraverso un calendario di iniziative  che ci veda impegnati, già da novembre, a costruire un appuntamento nazionale sulla scuola e campagne  sui  temi    del   lavoro e dei diritti negati, dell’ambiente e contro il nucleare civile e militare e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Sappiamo bene che non sarà un percorso semplice né breve, che richiederà tempo, quel tempo che è il luogo vero dove si sviluppa la ricerca di altri linguaggi, la produzione di nuova cultura politica, la formazione di nuove classi dirigenti. Una sinistra che sia forza autonoma – sul piano culturale, politico, organizzativo – non può prescindere da ciò. Ma il tempo di domani è già qui ed è oggi che dobbiamo cominciare a misurarlo. Ecco perché diciamo che questo nostro incontro segna, per noi che vi abbiamo preso parte, la comune volontà di un’assunzione individuale e collettiva di responsabilità. La responsabilità di partecipare a un percorso che finalmente prende avvio e di voler contribuire ad estenderlo nelle diverse realtà del territorio, di sottoporlo ad una verifica larga, di svilupparlo lavorando sui temi più sensibili che riguardano tanta parte della popolazione e ai quali legare un progetto politico della sinistra italiana, a cominciare dalla pace, dall’equità sociale e dal lavoro, dai diritti e dall’ambiente alla laicità.
Noi ci impegniamo oggi in questo cammino. A costruirlo nel tempo che sarà richiesto. A cominciare ora.

Roma, 7 novembre 2008

 
Primi firmatari:

Mario    Agostinelli, Vincenzo Aita, Ritanna Armeni, Alberto Asor Rosa, Angela Azzaro, Fulvia     Bandoli, Katia Belillo, Giovanni Berlinguer, Piero Bevilacqua, Jean Bilongo, Maria Luisa Boccia, Luca Bonaccorsi, Sergio Brenna, Luisa Calimani, Antonio Cantaro, Luciana Castellina, Giusto Catania, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Raffaella Chiodo, Marcello Cini, Lisa Clark, Maria Rosa Cutrufelli, Pippo Delbono, Vezio De Lucia, Paolo De Nardis, Loredana De Petris, Elettra Deiana, Carlo De Sanctis, Arturo Di Corinto, Titti Di Salvo, Daniele Farina, Claudio Fava, Carlo Flamigni, Pietro Folena, Enrico Fontana, Marco Fumagalli, Luciano Gallino, Franco Giordano, Giuliano Giuliani, Umberto Guidoni, Leo Gullotta, Margherita Hack, Paolo Hutter, Francesco Indovina, Rosa Jijon, Francesca Koch, Wilma Labate, Simonetta Lombardo, Francesco Martone, Graziella Mascia, Gianni Mattioli, Danielle Mazzonis, Gennaro Migliore, Adalberto Minucci, Filippo Miraglia, Marco Montemagni, Serafino Murri, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Paolo Naso, Diego Novelli, Alberto Olivetti, Moni Ovadia, Italo Palumbo, Giorgio Parisi, Luca Pettini, Elisabetta Piccolotti, Paolo Pietrangeli, Fernando Pignataro,  Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Alì Rashid, Luca Robotti, Massimo Roccella, Stefano Ruffo, Mario Sai, Simonetta Salacone, Massimo L. Salvadori, Edoardo Salzano, Bia Sarasini, Scipione Semeraro, Patrizia Sentinelli, Massimo Serafini, Tore Serra, Giuliana Sgrena, Aldo Tortorella, Gabriele Trama, Mario Tronti, Nichi Vendola

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Lettera ad una studentessa

Posted by carbonetti battistino su 30 ottobre 2008

Lettera a una studentessa

 

Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio
scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Si, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione. Tu sei, seppure ancora appesa a più fili di adolescenza, una domanda matura e irriducibile di democrazia: e hai capito che per non essere ridotta alla volgarità del tele-voto e della pubblicità, la democrazia non può che vivere e rigenerarsi nel rapporto con le culture, nella socializzazione dei saperi critici, nella ri-tessitura quotidiana delle reti di incivilimento e dei nodi di convivialità. La scuola è il fondamento di ogni democrazia. Lo è quando insegna ai bimbi delle elementari l’elementare rispetto per ogni essere umano: precetto che forse evaporerebbe in qualche istituto scolastico di rito padano. Lo è quando riannoda i fazzoletti della memoria storica e tramanda narrazioni, saperi e valori. Lo è anche quando la scuola fuoriesce da sé, straripa nel conflitto politico-sociale, invade la piazza,
trasferisce la cattedra sul marciapiede, proietta le proprie attitudini pedagogiche sui territori, rompe la separatezza dei suoi microcosmi e investe con domande di senso l’intera società. Dimmi che scuola hai e ti dirò che società sei. C’è chi immagina, anzi c’è chi vuole apparati della formazione che preparino alla precarietà esistenziale e produttiva: e dunque servono scuole e università dequalificate. Le classi dirigenti (forse è più appropriato dire “classi dominanti”) si riproducono invece per partenogenesi, ben protette in quei laboratori della clonazione sociale che sono scuole e università private. Cara studentessa, queste cose tu le hai scoperte con semplicità, le hai spiegate alla tua famiglia, le hai narrate con compostezza nelle assemblee, hai rivendicato la tua centralità (la centralità della pubblica istruzione) contro chi “cogliendo l’attimo” dell’egemonia berlusconiana voleva e vuole di colpo annullare un secolo di battaglia delle idee, di esperienze gigantesche di riorganizzazione sociale e scolastica: hai ben compreso che la Gelmini non è folclore, ma è il punto più insidioso dell’offensiva della destra, è una sorta di don Lorenzo Milani rovesciato, è l’apologia di un “piccolo mondo antico” abitato da voti in condotta e grembiulini monocromatici dietro la cui scenografia ottocentesca si muove la modernità barbarica del mercato: che non ha bisogna di individui colti, e liberi perché padroni delle conoscenze, ma ha bisogno di piccole libertà in forma di merce per individui ammaestrati alla competizione e diseducati alla cooperazione.
Carissima studentessa, la lezione più importante che ho appreso studiando le vicende del secolo in cui sono nato è che l’obbedienza non è una virtù assoluta. Se è ossequio ad un potere cieco, ad un codice violento, ad un paradigma di morte, allora bisogna ribellarsi, allora bisogna scegliere le virtù civiche della disobbedienza. Non si può obbedire alla politica del cinismo affaristico e classista. Al contrario, dobbiamo cercare la politica che ci aiuta ad essere la forza ostetrica che fa nascere il futuro. Volevo ringraziarti perché, spiandoti e annusandoti, non ho pensato: questa qui è dalla mia parte. Ho pensato che la mia parte (stavo per dire il mio partito) è nello spazio riempito dai tuoi gesti, dalle tue parole, dalla forza inaudita di tutte le tue libertà.

Nichi Vendola

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Perchè dico: sinistra senza aggettivi

Posted by carbonetti battistino su 26 ottobre 2008

 

 
   
Una risposta ad Alberto Burgio sul perché oggi è importante non dirsi comunisti.Se si va all’indietro si cade nel baratro
 
 
 

Marcello Cini

In un articolo pubblicato sul il manifesto , (17 settembre), argomentavo che i mutamenti intervenuti, con il passaggio al nuovo secolo, nel processo ormai globale di accumulazione del capitale, dovrebbero portare gli eredi delle due anime del movimento operaio ottocentesco a porre nel nostro paese le basi teoriche e pratiche di un nuovo soggetto politico della sinistra, superando la spaccatura che le ha contrapposte, talvolta anche con la violenza delle armi, nel secolo scorso. Entrambe infatti, sono entrate in una profonda crisi con il dilagare in tutto il globo dell’ideologia e della pratica neoliberista. Alberto Burgio (2 ottobre), che ringrazio per gli apprezzamenti che esprime nei confronti dei miei sforzi, mi risponde tuttavia riaffermando la necessità per la sinistra di rimanere, sia pure con tutte le aperture e gli aggiornamenti necessari, ancorata ai fondamenti della tradizione comunista.
Lo fa sulla base essenzialmente di tre punti. In primo luogo Burgio trova una contraddizione tra il mio obiettivo di ricomposizione della sinistra e la collocazione delle mie riflessioni nel quadro del marxismo. «Se si lavora (anche) con gli strumenti forniti da Marx – afferma – occorrerebbe dire perché e in che misura non si è (più) comunisti».
In secondo luogo il mio interlocutore mi chiede di spiegare «in base a quali ragioni si attribuisce efficacia antisistemica a proposte politiche (il mutualismo dei socialisti utopisti) difficilmente compatibili con l’analisi marxiana del processo di accumulazione». Infine dovrei «spiegare perché [io] consideri afflitto da manie identitarie (se non addirittura un relitto) chi si dichiari ancora comunista».
Cerco dunque di chiarire, per cominciare, la mia collocazione nell’ambito dell’impianto teorico della teoria marxiana dell’accumulazione capitalistica. Secondo me non esiste una sola “teoria marxiana” dell’accumulazione capitalistica da prendere o lasciare.

Non può dunque porsi una questione di fedeltà a un princìpio astratto valido una volta per tutte. Anzi dirò invece che ci sono già in partenza due Marx da confrontare fra loro. Si tratta dunque di valutarne l’adeguatezza e l’efficacia, ai giorni nostri.
Chiedo scusa se devo brevissimamente ricordare di che si tratta. Il Marx più noto è quello del Capitale , che fonda la sua teoria della produzione delle merci materiali sul concetto di valore di una merce, costituito dalla quantità di lavoro mediamente necessario a produrla, e individua l’origine del profitto nel lavoro in più (plusvalore) erogato dal lavoratore rispetto al lavoro necessario a produrre le merci da lui consumate per sopravvivere, del quale il detentore del capitale si appropria. Il concetto di valore è stato tuttavia contestato fin dall’inizio, anche da economisti di cultura marxista, sulla base del fatto che il valore di una merce non coincide con il suo prezzo di mercato, e non è dunque direttamente misurabile.Conosco bene la questione perché trent’anni fa ho contribuito a questo dibattito, assieme ad alcuni dei maggiori studiosi italiani della questione, con un saggio pubblicato su un volume edito da Einaudi intitolato Valori e prezzi nella teoria di Marx . La mia conclusione fu allora che «l’analisi in termini di valore condotta da Marx… rivela le caratteristiche fondamentali del meccanismo di accumulazione del capitale».
Non cambio oggi di una virgola la mia analisi, ma sottolineo vigorosamente che essa valeva per l’economia che Marx stava studiando ai suoi tempi, nella quale – come spiegava egli stesso – «i fenomeni della produzione non materiale sono così insignificanti, paragonati all’insieme della produzione capitalistica, che possono essere completamente trascurati». Oggi tuttavia è il caso di domandarsi: vale ancora in una economia alla quale gli stessi economisti hanno dato il nome di “economia della conoscenza?” Penso che si debba rispondere negativamente.
E’ proprio l’altro Marx, quello dei Grundrisse , che mi dà ragione. In questo testo, d’altronde ben noto, egli si lancia a prefigurare uno scenario futuro nel quale «la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato… ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione». Due erano le conseguenze che lo stesso Marx intravedeva come risultato di questo sostanziale mutamento.
La prima era che «non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura». Non è una affermazione da poco, perché parla di noi. Avvertendoci che oggi la sua stessa teoria del valore-lavoro non sarebbe più stata adeguata a spiegare il processo di produzione capitalistico e il meccanismo di ripartizione della ricchezza.
La seconda conseguenza intravista da Marx era che quando «il valore di scambio [cessa] di essere la misura del valore d’uso la produzione basata sul valore di scambio crolla». Non è andata così. Il problema è infatti che, come sappiamo, il capitale ha trovato la via d’uscita per evitare questa sgradita conclusione. E’ riuscito a trasformare in merci, appropriandosene, quei beni non materiali che “l’individuo sociale” crea e dei quali chiunque avrebbe potuto, secondo la previsione marxiana, fruire liberamente e gratuitamente.
Dalle visioni del Marx dei Grundrisse seguono però alcune importanti indicazioni. Innanzitutto che compito primario della sinistra dovrebbe essere quello di combattere il dogma secondo il quale, trattandosi comunque di merci da immettere e da acquistare sul mercato, non c’è differenza fra oggetti materiali da un lato e beni immateriali, non tangibili o relazionali dall’altro. Per la sinistra invece la differenza dovrebbe essere evidente per le ragioni che ho meglio argomentato nel mio articolo precedente. In particolare perché le merci immateriali non si “consumano”. Esse possono dunque assumere la forma economica di “beni comuni”.
Dovremmo dunque indagare a fondo, per esempio, le forme nuove che il capitale inventa per espropriare attraverso le reti l’intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini (v. Carlo Formenti, Cybersoviet ). Va dunque esplorato se e in che misura il crescente contributo della scienza e della tecnologia nella creazione della ricchezza possa ridurre il peso e l’efficacia del lavoro nel conflitto con il capitale in ragione della sua trasformazione qualitativa. Dopotutto dovremmo cercare di capire perché gli operai ci sono ancora ma la classe operaia non c’è più.
Scriveva su questo tema, poco prima di lasciarci dieci anni fa, osservazioni molto acute il mio carissimo amico, comunista, Michelangelo Notarianni: «Non di meno lavoro si tratta, quando si parla di una società che porti al massimo di espansione e di efficienza il carattere razionale, automatico e macchinistico della produzione. Non di meno lavoro, nel senso di una parte sempre più grande di umanità esentata dal rapporto di responsabilità nei confronti della natura o degli altri uomini.. [Ma] di meno lavoro salariato (o astratto o dipendente o alienato)». Se è così, forse potrebbero essere proprio quelle proposte politiche che derivano dal «mutualismo dei socialisti utopisti», che Burgio non ama perché «incompatibili con l’analisi marxiana» tradizionale, ad aiutarci a trovare la direzione giusta.
Mi resta poco spazio per spiegare meglio perché sarebbe limitativo e fuorviante dichiararmi “comunista”. Credo in primo luogo che la sinistra senza aggettivi dovrebbe attuare una drastica revisione del suo albero genealogico e della sua storia. Non solo perché il crollo dell’Urss e dei regimi che per decenni hanno rappresentato il “comunismo” e i suoi ideali nel mondo costituisce un fardello così pesante sulle sue spalle, da minare alla base le prospettive di successo di ogni nuovo soggetto politico che si richiami a quell’esperienza storica. Ma anche perché bisogna rendersi conto che un termine come “comunismo”, decontestualizzato dall’epoca in cui si è incarnato nelle azioni e nelle esperienze, nelle sofferenze e nelle passioni, di milioni e milioni di donne e uomini non significa in sé più nulla per chi non le ha vissute, o addirittura può evocare indifferentemente, a seconda delle interpretazioni soggettive individuali, sentimenti totalmente privi di riferimento con la realtà sociale di oggi.
Non basta. Occorre soprattutto non costringere una eventuale futura sinistra in un letto di Procuste che ne tagli via parti vitali ormai indispensabili per affrontare con speranza di successo le tempeste che aspettano i ragazzi di oggi. Penso soprattutto all’indispensabile contributo di altre culture alternative all’ideologia del capitale, estranee alla – se non addirittura combattute dalla – tradizione comunista. Con quale presunzione si pensa di poter cooptare Gandhi a fianco della “dittatura del proletariato”? E come faccio a dimenticare che cinquant’anni fa io stesso in prima fila, sostenevo che il comunismo avrebbe “sottomesso” la natura al potere dell’uomo? E ancora, anche senza sfiorare i temi del pensiero femminista rispetto ai quali sono del tutto impreparato, come non ricordare che le idee di Rosa Luxemburg sono state completamente emarginate nel movimento comunista mondiale dal leninismo imperante?
Attenzione: abbiamo un baratro davanti a noi. Se camminiamo con la testa rivolta all’indietro ci caschiamo dentro.

 

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Anche a La Spezia in movimento

Posted by carbonetti battistino su 20 ottobre 2008

Uso un nuovo metodo  di pubblicazione, per non appesantire troppo il blog.

 

manifestazione-del-24-manifesto

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Festa di Liberazione, c’è bisogno di sinistra

Posted by carbonetti battistino su 2 ottobre 2008

  1. ROMA: C’E’ BISOGNO DI SINISTRA Dice:
    1 Ottobre 2008 a 4:02 pm e1 Ottobre 2008

    Roma – Festa di Liberazione (1-5 ottobre)

    C’E’ BISOGNO DI SINISTRA!

    Questa affermazione, questa necessità, questa urgenza, è stata la scintilla che ha spinto le compagne e i compagni dei circoli di Rifondazione comunista della Tiburtina – San Lorenzo, Casal Bruciato, Pietralata e San Basilio – a promuovere la Festa di Liberazione dall’1 al 5 ottobre al Piazzale del Verano, uno degli snodi più importanti di questo quadrante della Capitale.

    La Festa è un momento decisivo di aggregazione e di incontro con le cittadine e i cittadini, ma è soprattutto un primo punto di partenza, in questo difficile autunno, per rilanciare sul territorio i luoghi della partecipazione e per riprendere a dare corpo e organizzazione al conflitto sociale. E’ un’occasione da non perdere per ricostruire insieme un progetto politico di intervento, che sappia invertire la rotta rispetto alla frammentazione e alla dispersione delle tante intelligenze critiche presenti nella società.

    Dalla sicurezza alla scuola, dall’università ai temi della salvaguardia della memoria e del territorio, dal mondo della cultura e dell’informazione al lavoro, nei cinque giorni saranno protagoniste le esperienze, le professionalità e i saperi degli operatori e di chi interviene direttamente sul campo. Con un’attenzione particolare anche al coinvolgimento delle giovani generazioni attraverso spettacoli musicali di forte impatto e richiamo. Nei nostri quartieri, nella nostra città, nel nostro Paese c’è bisogno di sinistra, di una sinistra forte, unita, plurale, che si metta in marcia per ridare speranza alle donne e agli uomini oggi sempre più vittime dei processi di precarizzazione del lavoro, della distruzione dell’ambiente, dell’assenza di diritti civili per tutte e tutti e, più complessivamente, dei frutti amari della globalizzazione capitalistica.

    Il buon successo della Festa significherà partire con il piede giusto per rilanciare la nostra iniziativa politica e ridarci visibilità in una porzione di città, tradizionalmente di sinistra, ma dove purtroppo si stanno sviluppando i germi negativi di una cultura delle paure prodotta da una destra in doppiopetto, che oggi non disdegna più neanche gli espliciti riferimenti alla dittatura fascista, e che pratica un pericoloso mix di liberismo, populismo e razzismo.
    Torniamo a discutere, a stare insieme, a riscoprire anche il piacere della partecipazione e della Politica con la p maiuscola. Perché ancora oggi, in questo XXI secolo, sarà solo la Politica e il protagonismo di tutte e tutti l’unico strumento che abbiamo per ridare coraggio e opportunità al nostro cammino per il cambiamento di una società ingiusta. Ricominciamo, insieme.

    leggi il PROGRAMMA DELLA FESTA

     

    Rifondazione per la sinistra

    http://www.rifondazioneperlasinistra.it

    contattaci scrivendo a:
    info@rifondazioneperlasinistra.it

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il Blog della CASA COMUNE della SINISTRA di SORA

Posted by enricopescosolido su 14 settembre 2008

Da oggi è attivo il blog della CASA COMUNE della SINISTRA di SORA al seguente indirizzo

http://disinistra-ilblog.ilcannocchiale.it/

Rivolgiamo l’invito a farci visita e a portare il loro contributo a tutte le compagne e i compagni impegnati nella ricostruzione di una SINISTRA DI POPOLO UNITA E PLURALE.

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